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داستان بنیان گذار - جلد اول
❦ Fine
La storia continua…
Ogni brano su MIBL Radio porta avanti un po’ di questa voce.
Questo libro è stato scritto e pubblicato qui — il tuo può esserlo altrettanto.
Pubblica il tuo libroI fili invisibili dell'esilio
## I fili non mentono mai
Quando Bibi Fatemeh, nella penombra dell'alba di Najaf, prima che la voce del primo muezzin si levasse dalla cupola dorata del santuario, faceva girare i fusi tra le dita stanche ma salde, stava tessendo l'ordito e la trama del nostro destino. Il movimento ritmico di quei fusi antichi non era soltanto l'unico modo in cui una donna sola si guadagnava il pane in mezzo alle tempeste politiche e religiose dell'Iraq soffocato dal Baath; quel movimento era il battito continuo del cuore di una stirpe destinata a spezzarsi molte volte, a morire, a risorgere, e dalla quale infine una generazione nuova sarebbe uscita viva dalle fiamme, nella terra dell'esilio, per fiorire.
Sono passati decenni. Oggi, nell'anno 2026, io, Mohsen, sono seduto in una casa tranquilla in riva all'oceano, a Sydney. Fisso la prima falange dell'indice destro; là dove il segno profondo, ruvido e bianco di una linea è inciso sulla mia pelle come un antico confine. Questa linea è il ricordo di una chiave sinistra, pesante e mal forgiata; una chiave che a tredici anni, in un pomeriggio rovente del quartiere Golestan, tirai fuori dalla tasca e consegnai a mia madre, Marzieh. Una chiave che doveva aprire la porta di casa nostra e che invece, senza volerlo, aprì la serratura di una tragedia eterna.
Ho scritto questo libro non come un semplice quaderno di ricordi e un passaggio fisico attraverso la geografia, ma come un monumento sacro per tenere viva la memoria della mia stirpe. Scrivere queste pagine significa, per me, mettere fine ad anni di malattia dell'anima, di isolamento e a quel peso schiacciante del senso di colpa che dall'adolescenza mi incatenava fibra per fibra. Ho scritto questo libro per riconciliarmi con il mio passato ferito e per dire al mondo che dietro ogni fredda statistica sui rifugiati e dietro ogni notizia di barche alla deriva nell'immensità dell'oceano ci sono esseri umani veri, con cuori che battono, con dolori che bruciano e con una speranza senza mura.
Questa è l'epopea della mia famiglia; una storia che va dalle radici di Najaf fino alla mia città natale, Isfahan, e dal limbo dell'attesa fino alla riva della liberazione.
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> «Nota dell'autore sui nomi e sui dati: in questo libro, allo scopo di tutelare i diritti morali, la riservatezza e la posizione legale delle persone coinvolte, i nomi di alcuni personaggi e di alcuni luoghi sono stati cambiati o compaiono sotto pseudonimo. Ciò che leggete in queste pagine è la carta nuda e vera della nostra vita.»
> © 2026 Tutti i diritti riservati. Scritto da Mohsen Al Moussawi. Qualsiasi copia, ripubblicazione, adattamento, adattamento cinematografico o sonoro, o traduzione senza l'autorizzazione scritta dell'autore è vietata religiosamente e legalmente e sarà perseguita a norma di legge.
Quando Bibi Fatemeh, nella penombra dell'alba di Najaf, prima che la voce del primo muezzin si levasse dalla cupola dorata del santuario, faceva girare i fusi tra le dita stanche ma salde, stava tessendo l'ordito e la trama del nostro destino. Il movimento ritmico di quei fusi antichi non era soltanto l'unico modo in cui una donna sola si guadagnava il pane in mezzo alle tempeste politiche e religiose dell'Iraq soffocato dal Baath; quel movimento era il battito continuo del cuore di una stirpe destinata a spezzarsi molte volte, a morire, a risorgere, e dalla quale infine una generazione nuova sarebbe uscita viva dalle fiamme, nella terra dell'esilio, per fiorire.
Sono passati decenni. Oggi, nell'anno 2026, io, Mohsen, sono seduto in una casa tranquilla in riva all'oceano, a Sydney. Fisso la prima falange dell'indice destro; là dove il segno profondo, ruvido e bianco di una linea è inciso sulla mia pelle come un antico confine. Questa linea è il ricordo di una chiave sinistra, pesante e mal forgiata; una chiave che a tredici anni, in un pomeriggio rovente del quartiere Golestan, tirai fuori dalla tasca e consegnai a mia madre, Marzieh. Una chiave che doveva aprire la porta di casa nostra e che invece, senza volerlo, aprì la serratura di una tragedia eterna.
Ho scritto questo libro non come un semplice quaderno di ricordi e un passaggio fisico attraverso la geografia, ma come un monumento sacro per tenere viva la memoria della mia stirpe. Scrivere queste pagine significa, per me, mettere fine ad anni di malattia dell'anima, di isolamento e a quel peso schiacciante del senso di colpa che dall'adolescenza mi incatenava fibra per fibra. Ho scritto questo libro per riconciliarmi con il mio passato ferito e per dire al mondo che dietro ogni fredda statistica sui rifugiati e dietro ogni notizia di barche alla deriva nell'immensità dell'oceano ci sono esseri umani veri, con cuori che battono, con dolori che bruciano e con una speranza senza mura.
Questa è l'epopea della mia famiglia; una storia che va dalle radici di Najaf fino alla mia città natale, Isfahan, e dal limbo dell'attesa fino alla riva della liberazione.
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> «Nota dell'autore sui nomi e sui dati: in questo libro, allo scopo di tutelare i diritti morali, la riservatezza e la posizione legale delle persone coinvolte, i nomi di alcuni personaggi e di alcuni luoghi sono stati cambiati o compaiono sotto pseudonimo. Ciò che leggete in queste pagine è la carta nuda e vera della nostra vita.»
> © 2026 Tutti i diritti riservati. Scritto da Mohsen Al Moussawi. Qualsiasi copia, ripubblicazione, adattamento, adattamento cinematografico o sonoro, o traduzione senza l'autorizzazione scritta dell'autore è vietata religiosamente e legalmente e sarà perseguita a norma di legge.
Il sapore aspro degli aquiloni e delle chiavi di ferro
## Parte prima: La chiave ruvida e l'ombra del monte Allahu Akbar
Correre a piedi nudi sull'asfalto incandescente e rovente del quartiere Golestan, il sapore aspro della polvere sollevata dalla ruota tremante delle biciclette e il suono delle risate che rimbalzavano nei vicoli di terra battuta: era tutta la mia parte del regno del mondo, a tredici anni.
Avevamo un piccolo impero. La nostra banda — io e i miei amici più intimi delle medie — aveva stretto un patto non scritto ma di ferro. Avevamo giurato che nulla, nemmeno le punizioni severe del sorvegliante né i compiti serali senza fine, avrebbe potuto spezzare la catena della nostra amicizia. I pomeriggi di primavera, quando la campanella dell'ultima ora suonava con ritmo pigro, ci riversavamo nel vicolo liberi e senza paura, simili a uccelli fuggiti da una gabbia stretta. I nostri giochi sfrenati sulla terra morbida ai margini del quartiere erano il mio rifugio sicuro; un angolo tranquillo dove potevo, almeno per qualche ora, dimenticare il peso nascosto dell'aria di casa nostra.
Ma per quanto mi allontanassi da casa, la mano destra scivolava senza volerlo verso la tasca dei pantaloni. Ci infilavo l'indice e lo passavo sui bordi taglienti, grezzi e mal forgiati di quella chiave sinistra; la chiave che mio padre, «Zaher», mi aveva dato per aprire la porta di casa nostra. Il suo metallo freddo e spietato sembrava nutrire un'antica inimicizia contro le mie dita piccole; ogni volta che provavo, con tutta la forza dei miei tredici anni, a far girare la serratura dura, arrugginita e testarda, la chiave mi scivolava di mano e mi feriva la falange superiore dell'indice — un segno rosso e bruciante, come a ricordarmi che entrare in quel nido si accompagnava sempre a una ferita e a un dolore.
L'indomani era venerdì, e il pensiero del venerdì ci si scioglieva sempre in cuore come zucchero. Il venerdì, nella nostra famiglia, non era un giorno qualunque; era il grande racconto dello stare insieme e della fuga dalle angosce senza fine. Tutta la parentela — da zia Roya e suo marito Hamid fino ai loro figli Leila e Hamed, passando per l'instancabile zia Khadijeh e zio Nader — si radunava nella grande casa di Bibi Fatemeh, piena di melograni. La casa di Bibi, in quei giorni, era l'ancoraggio e l'asilo sicuro di tutta la famiglia.
Le mie sorelle, Faezeh e Maryam, e io preparavamo il venerdì con giorni di anticipo. L'immagine di quel cortile affollato, l'odore dello stufato di lenticchie e del pane caldo, il chiasso delle sfide fra gli uomini e il nostro baccano di bambini davanti alla televisione durante gli sceneggiati del fine settimana: era la più bella cartolina del paradiso della mia infanzia.
E la cosa più bella di tutte era guardare mio padre, Zaher. Mio padre, uomo pensieroso, quieto e riservato, che lavorava tutta la settimana in farmacia e portava in silenzio sulle spalle il peso dell'esilio forzato da Najaf, in quelle riunioni sembrava rivivere e riprendere anima. Certi pomeriggi prendeva il pallone da pallavolo con Sina e zio Nader e ce ne andavamo tutti verso un grande campo di terra battuta, all'ombra di quella montagna famosa e maestosa che chiamavano «Allahu Akbar».
Stare ai piedi di quella montagna immensa, che portava inciso sulla fronte il nome tremendo di Dio, aveva qualcosa di strano. Il vento fresco e selvatico delle alture, soffiando, muoveva i capelli di mio padre. Io mi sedevo su un poggio di pietra e lo guardavo, con gli occhi colmi di ammirazione e d'amore, giocare con gli altri in mezzo alla polvere, una risata schietta e sonora posata sul viso. In quei momenti, sotto l'ombra del monte Allahu Akbar, sentivo che mio padre era l'uomo più forte della terra e che nessuna tempesta al mondo avrebbe potuto far tremare il tetto di casa nostra...
Ma quel pomeriggio di maggio del 1995, quando arrivai nel nostro vicolo del quartiere Golestan, con la mano tremante e il dito ancora bruciante per la pressione della chiave, l'aria era diversa. Non sentivo più le risate dei miei amici. Salii le scale del primo piano; là dove si trovava il piccolo salone da parrucchiera di mia madre, Marzieh. L'odore denso della tintura e dei prodotti chimici ristagnava nell'aria. Mia madre Marzieh e Bibi Fatemeh erano appena tornate dal loro viaggio di due settimane in Siria. Mia madre mi venne incontro con quello stesso sorriso freddo e con occhi in cui correva la traccia di pianti nascosti. I regali portati dalla Siria erano disposti sul tavolo, ma casa nostra, alla vigilia del venerdì, era sprofondata in un silenzio pesante e soffocante...
Correre a piedi nudi sull'asfalto incandescente e rovente del quartiere Golestan, il sapore aspro della polvere sollevata dalla ruota tremante delle biciclette e il suono delle risate che rimbalzavano nei vicoli di terra battuta: era tutta la mia parte del regno del mondo, a tredici anni.
Avevamo un piccolo impero. La nostra banda — io e i miei amici più intimi delle medie — aveva stretto un patto non scritto ma di ferro. Avevamo giurato che nulla, nemmeno le punizioni severe del sorvegliante né i compiti serali senza fine, avrebbe potuto spezzare la catena della nostra amicizia. I pomeriggi di primavera, quando la campanella dell'ultima ora suonava con ritmo pigro, ci riversavamo nel vicolo liberi e senza paura, simili a uccelli fuggiti da una gabbia stretta. I nostri giochi sfrenati sulla terra morbida ai margini del quartiere erano il mio rifugio sicuro; un angolo tranquillo dove potevo, almeno per qualche ora, dimenticare il peso nascosto dell'aria di casa nostra.
Ma per quanto mi allontanassi da casa, la mano destra scivolava senza volerlo verso la tasca dei pantaloni. Ci infilavo l'indice e lo passavo sui bordi taglienti, grezzi e mal forgiati di quella chiave sinistra; la chiave che mio padre, «Zaher», mi aveva dato per aprire la porta di casa nostra. Il suo metallo freddo e spietato sembrava nutrire un'antica inimicizia contro le mie dita piccole; ogni volta che provavo, con tutta la forza dei miei tredici anni, a far girare la serratura dura, arrugginita e testarda, la chiave mi scivolava di mano e mi feriva la falange superiore dell'indice — un segno rosso e bruciante, come a ricordarmi che entrare in quel nido si accompagnava sempre a una ferita e a un dolore.
L'indomani era venerdì, e il pensiero del venerdì ci si scioglieva sempre in cuore come zucchero. Il venerdì, nella nostra famiglia, non era un giorno qualunque; era il grande racconto dello stare insieme e della fuga dalle angosce senza fine. Tutta la parentela — da zia Roya e suo marito Hamid fino ai loro figli Leila e Hamed, passando per l'instancabile zia Khadijeh e zio Nader — si radunava nella grande casa di Bibi Fatemeh, piena di melograni. La casa di Bibi, in quei giorni, era l'ancoraggio e l'asilo sicuro di tutta la famiglia.
Le mie sorelle, Faezeh e Maryam, e io preparavamo il venerdì con giorni di anticipo. L'immagine di quel cortile affollato, l'odore dello stufato di lenticchie e del pane caldo, il chiasso delle sfide fra gli uomini e il nostro baccano di bambini davanti alla televisione durante gli sceneggiati del fine settimana: era la più bella cartolina del paradiso della mia infanzia.
E la cosa più bella di tutte era guardare mio padre, Zaher. Mio padre, uomo pensieroso, quieto e riservato, che lavorava tutta la settimana in farmacia e portava in silenzio sulle spalle il peso dell'esilio forzato da Najaf, in quelle riunioni sembrava rivivere e riprendere anima. Certi pomeriggi prendeva il pallone da pallavolo con Sina e zio Nader e ce ne andavamo tutti verso un grande campo di terra battuta, all'ombra di quella montagna famosa e maestosa che chiamavano «Allahu Akbar».
Stare ai piedi di quella montagna immensa, che portava inciso sulla fronte il nome tremendo di Dio, aveva qualcosa di strano. Il vento fresco e selvatico delle alture, soffiando, muoveva i capelli di mio padre. Io mi sedevo su un poggio di pietra e lo guardavo, con gli occhi colmi di ammirazione e d'amore, giocare con gli altri in mezzo alla polvere, una risata schietta e sonora posata sul viso. In quei momenti, sotto l'ombra del monte Allahu Akbar, sentivo che mio padre era l'uomo più forte della terra e che nessuna tempesta al mondo avrebbe potuto far tremare il tetto di casa nostra...
Ma quel pomeriggio di maggio del 1995, quando arrivai nel nostro vicolo del quartiere Golestan, con la mano tremante e il dito ancora bruciante per la pressione della chiave, l'aria era diversa. Non sentivo più le risate dei miei amici. Salii le scale del primo piano; là dove si trovava il piccolo salone da parrucchiera di mia madre, Marzieh. L'odore denso della tintura e dei prodotti chimici ristagnava nell'aria. Mia madre Marzieh e Bibi Fatemeh erano appena tornate dal loro viaggio di due settimane in Siria. Mia madre mi venne incontro con quello stesso sorriso freddo e con occhi in cui correva la traccia di pianti nascosti. I regali portati dalla Siria erano disposti sul tavolo, ma casa nostra, alla vigilia del venerdì, era sprofondata in un silenzio pesante e soffocante...
## Parte seconda: Gli imperi della monelleria e gli angeli silenziosi
Il venerdì, in casa di Bibi Fatemeh, andava molto oltre la semplice riunione di famiglia: era un teatro chiassoso, vivo e pieno di colpi di scena. Il sole non aveva ancora raggiunto il mezzo del cielo che il rumore dello scappamento della vecchia moto di zio Jalal, all'imbocco del vicolo di terra, annunciava già l'arrivo di un'altra primavera nel cortile di Bibi.
Fra tutti i miei zii, Jalal occupava un posto a parte nel mio cuore. Un uomo quietissimo, paziente e buono, negli occhi del quale sembrava ondeggiare un oceano di serenità. Era l'elettricista e il tuttofare del quartiere; un uomo che con una pinza e un vecchio cercafase restituiva la luce alle case buie del quartiere Golestan, e sotto le cui mani miracolose ogni apparecchio bruciato tornava a vivere. Ma l'arte più grande di zio Jalal non era riparare impianti complicati: era la sua pazienza sconfinata davanti alle durezze schiaccianti della vita.
Quando zio Jalal entrava nel cortile, cominciava con lo scendere dal portapacchi la sua bambina, Haniyeh, con quel suo abbraccio paterno e saldo. Haniyeh era l'angelo silenzioso della nostra famiglia; una creatura innocente che da piccolissima era stata colpita da una febbre violenta e spietata. Quella febbre sinistra, come una tempesta improvvisa, si era portata via tutte le forze fisiche della bambina e l'aveva lasciata per sempre completamente disabile. Eppure il cortile di Bibi si illuminava della presenza di Haniyeh; zio Jalal la sistemava su un materassino morbido, all'ombra dell'unico melograno. Haniyeh non poteva correre né gridare di gioia come noi, ma i suoi grandi occhi belli brillavano nel guardarci giocare, e il suono delle sue risate innocenti era la musica più bella del cortile di Bibi.
Ma la quiete del cortile non durava oltre l'arrivo del successivo: Milad!
Milad, il figlio di zio Jalal, aveva soltanto un anno meno di me, e quel piccolo scarto aveva fatto di noi i gemelli inseparabili e indivisibili della famiglia. Milad era la pupilla degli occhi di tutti e, naturalmente, il più grande grattacapo dei grandi. Dall'istante in cui i nostri sguardi si incrociavano, la scintilla di un piano nuovo e di un nuovo disastro si accendeva nelle nostre teste. Adoravamo le monellerie e, messi insieme, formavamo una coppia incontenibile con cui nessun adulto riusciva a spuntarla.
Uno dei nostri passatempi preferiti era saccheggiare la cassetta degli attrezzi di zio Jalal. Mentre lui beveva il tè sul divano, seduto accanto a mio padre Zaher, io e Milad gli sottraevamo in silenzio quella sua scatola magica. Con i fili, i condensatori e le lampadine dello zio costruivamo bombe immaginarie che nascondevamo nei quattro angoli del cortile.
Bastava che Bibi Fatemeh posasse per qualche minuto il suo fuso ritmico e passasse in cucina. In un batter d'occhio io e Milad trasformavamo il suo arcolaio da rosari in una gru da guerra, oppure annodavamo i fili dei suoi fusi da un albero all'altro del cortile per costruire, dicevamo, trappole esplosive a danno degli altri!
Le grida di zia Khadijeh che ci inseguiva con il righello da sarta, le lagnanze di zio Nader che sosteneva che le nostre birichinate gli avevano squarciato il sonnellino del pomeriggio, e le risate sottopelle di mio padre Zaher, contento di vederci così vivi e così irrequieti: tutto questo era l'ordito e la trama di un paradiso da sogno che ci eravamo costruiti nel quartiere Golestan.
In mezzo a quel chiasso, Milad mi dava sempre una spallata, mi guardava con quei suoi occhi da diavolo e diceva: «Mohsen, qual è il prossimo piano?» E io, con l'orgoglio del fratello maggiore, toccavo la chiave di ferro in fondo alla tasca e ridevo. Eravamo gli imperatori di quel piccolo regno; imperatori di tredici e dodici anni che credevano che quei venerdì rumorosi, quelle mani buone di zio Jalal, quei sorrisi della piccola Haniyeh e quell'ardore sconfinato della nostra amicizia sarebbero rimasti in piedi per sempre...
Il venerdì, in casa di Bibi Fatemeh, andava molto oltre la semplice riunione di famiglia: era un teatro chiassoso, vivo e pieno di colpi di scena. Il sole non aveva ancora raggiunto il mezzo del cielo che il rumore dello scappamento della vecchia moto di zio Jalal, all'imbocco del vicolo di terra, annunciava già l'arrivo di un'altra primavera nel cortile di Bibi.
Fra tutti i miei zii, Jalal occupava un posto a parte nel mio cuore. Un uomo quietissimo, paziente e buono, negli occhi del quale sembrava ondeggiare un oceano di serenità. Era l'elettricista e il tuttofare del quartiere; un uomo che con una pinza e un vecchio cercafase restituiva la luce alle case buie del quartiere Golestan, e sotto le cui mani miracolose ogni apparecchio bruciato tornava a vivere. Ma l'arte più grande di zio Jalal non era riparare impianti complicati: era la sua pazienza sconfinata davanti alle durezze schiaccianti della vita.
Quando zio Jalal entrava nel cortile, cominciava con lo scendere dal portapacchi la sua bambina, Haniyeh, con quel suo abbraccio paterno e saldo. Haniyeh era l'angelo silenzioso della nostra famiglia; una creatura innocente che da piccolissima era stata colpita da una febbre violenta e spietata. Quella febbre sinistra, come una tempesta improvvisa, si era portata via tutte le forze fisiche della bambina e l'aveva lasciata per sempre completamente disabile. Eppure il cortile di Bibi si illuminava della presenza di Haniyeh; zio Jalal la sistemava su un materassino morbido, all'ombra dell'unico melograno. Haniyeh non poteva correre né gridare di gioia come noi, ma i suoi grandi occhi belli brillavano nel guardarci giocare, e il suono delle sue risate innocenti era la musica più bella del cortile di Bibi.
Ma la quiete del cortile non durava oltre l'arrivo del successivo: Milad!
Milad, il figlio di zio Jalal, aveva soltanto un anno meno di me, e quel piccolo scarto aveva fatto di noi i gemelli inseparabili e indivisibili della famiglia. Milad era la pupilla degli occhi di tutti e, naturalmente, il più grande grattacapo dei grandi. Dall'istante in cui i nostri sguardi si incrociavano, la scintilla di un piano nuovo e di un nuovo disastro si accendeva nelle nostre teste. Adoravamo le monellerie e, messi insieme, formavamo una coppia incontenibile con cui nessun adulto riusciva a spuntarla.
Uno dei nostri passatempi preferiti era saccheggiare la cassetta degli attrezzi di zio Jalal. Mentre lui beveva il tè sul divano, seduto accanto a mio padre Zaher, io e Milad gli sottraevamo in silenzio quella sua scatola magica. Con i fili, i condensatori e le lampadine dello zio costruivamo bombe immaginarie che nascondevamo nei quattro angoli del cortile.
Bastava che Bibi Fatemeh posasse per qualche minuto il suo fuso ritmico e passasse in cucina. In un batter d'occhio io e Milad trasformavamo il suo arcolaio da rosari in una gru da guerra, oppure annodavamo i fili dei suoi fusi da un albero all'altro del cortile per costruire, dicevamo, trappole esplosive a danno degli altri!
Le grida di zia Khadijeh che ci inseguiva con il righello da sarta, le lagnanze di zio Nader che sosteneva che le nostre birichinate gli avevano squarciato il sonnellino del pomeriggio, e le risate sottopelle di mio padre Zaher, contento di vederci così vivi e così irrequieti: tutto questo era l'ordito e la trama di un paradiso da sogno che ci eravamo costruiti nel quartiere Golestan.
In mezzo a quel chiasso, Milad mi dava sempre una spallata, mi guardava con quei suoi occhi da diavolo e diceva: «Mohsen, qual è il prossimo piano?» E io, con l'orgoglio del fratello maggiore, toccavo la chiave di ferro in fondo alla tasca e ridevo. Eravamo gli imperatori di quel piccolo regno; imperatori di tredici e dodici anni che credevano che quei venerdì rumorosi, quelle mani buone di zio Jalal, quei sorrisi della piccola Haniyeh e quell'ardore sconfinato della nostra amicizia sarebbero rimasti in piedi per sempre...
## Parte terza: Il silenzio dei cucchiai e il sapore aspro dei regali
Ma quel paradiso innocente e quei venerdì pieni di baccano all'ombra del monte Allahu Akbar non durarono. Una tempesta d'autunno si annunciava, in pieno maggio del 1995...
Il viaggio di due settimane di mia madre Marzieh e di Bibi Fatemeh in Siria era finito. Due settimane che Faezeh, la piccola Maryam e io avevamo passato da Bibi, all'ombra della bontà senza calcolo di zia Khadijeh. Zia Khadijeh, separata dal marito da anni, che faceva girare la ruota della vita dei suoi due figli, Sina e Sara, a forza di lavoro giorno e notte, per quelle due settimane era stata nostra madre.
Quando mia madre tornò, la sua valigia aveva un odore strano; una mescolanza del profumo di gelsomino di Damasco, di cardamomo e di spezie arabe, e della polvere depositata dalle lunghe strade. I regali erano disposti sul tavolo: i dolci grassi e squisiti della Siria, rosari colorati e giocattolini per Maryam. Ma dietro il sorriso di mia madre una luce si era spenta. Quella donna che era salita sul pullman con l'ardore del pellegrinaggio tornava adesso simile a un uccello dalle ali spezzate, spaventata perfino dalla propria ombra.
Il giorno dopo il suo ritorno era l'ora di pranzo. Il sole di maggio attraversava i vetri del salone di parrucchiera al piano di sopra e cadeva sulla tovaglia stesa nella sala. Eravamo tutti riuniti intorno: mio padre Zaher, mia madre, io, Faezeh e la piccola Maryam che, ignara di tutto, da bambina viziata di casa agitava il cucchiaio in mano.
Aspettavamo che mia madre ci raccontasse il viaggio come al solito, nei minimi particolari: i mercati di Damasco, il santuario, i suoi compagni di strada. Ma si sedette accanto alla tovaglia con il viso inquieto, gli occhi senza luce e un sorriso che somigliava piuttosto a una lunga scusa.
Il pranzo cominciò, ma nessuno diceva una parola. Un silenzio soffocante e pesante riempiva la stanza; un silenzio rotto soltanto dal cozzare monotono e ostinato dei cucchiai in fondo ai piatti di melamina. Faezeh e io ci scambiavamo di continuo, stupiti e angosciati, sguardi tremanti fra il viso sconvolto di mio padre e gli occhi bassi di mia madre. Perfino Maryam, nonostante la sua giovanissima età, sembrava avere capito la pesantezza dell'aria e mangiava più piano del solito. Qualcosa non andava. Come se il viaggio in Siria, invece di lenire l'anima stanca e avvilita di mia madre, le avesse scavato dentro una ferita più profonda e più segreta.
Quando la tovaglia fu sparecchiata e mia madre volle portare i piatti in cucina, mio padre la chiamò con voce calma ma risoluta, dove correva una vibrazione d'inquietudine: «Marzieh... siediti. Dobbiamo parlare.»
Mia madre impallidì. Supplicò con voce debole: «Zaher, ti prego, non adesso... rimandiamo a un altro momento. Ci sono i bambini...»
Ma mio padre insistette. Erano entrambi così assorti nei loro pensieri turbati che sembravano avere del tutto dimenticato la nostra presenza. Mia madre stringeva il bordo della tovaglia. La pelle del viso le si era arrossata come a una ragazzina timida, e le lacrime le tremavano nell'incavo degli occhi fragili.
Mio padre, con il suo consueto sangue freddo ma con un tono traboccante d'amore, le posò la mano sulla sua e chiese: «Marzieh, raccontami. Che cosa ti è successo in quel viaggio, per esserti consumata così?»
La diga delle lacrime di mia madre cedette. Scoppiò in singhiozzi; singhiozzi strazianti i cui sussulti spaventarono la piccola Maryam, tanto che questa si gettò fra le braccia della madre e si mise a piangere con lei. Mio padre accarezzò Maryam, e mia madre, fra i singhiozzi spezzati, cominciò a parlare:
«Non lo so, Zaher... forse è stato il cambio di clima, o forse gli scossoni violenti e interminabili di quel maledetto pullman su quelle strade lontane. Il viaggio è stato così lungo e così sfibrante che io, la più giovane, invece di badare a tua madre, Bibi Fatemeh, mi sono ammalata gravemente. Mi vergognavo, Zaher... provavo imbarazzo. Ma tua madre... perfino quando bruciavo di febbre e dormivo, si tirava addosso la coperta che avevo messo su di me per stare più calda! Come potevo io, straniera su quel pullman, chiederle aiuto?»
Mia madre alzò la testa, piantò gli occhi bagnati in quelli di mio padre e proseguì: «La violenza del male mi aveva stremata. Sono stata costretta a parlare del mio stato all'autista del pullman. E lui, con generosità, una volta arrivati in Siria, mi ha procurato le medicine e mi ha portata all'ambulatorio più vicino per curarmi. Zaher... dimmi tu, ho fatto qualcosa di male, io, in terra straniera?»
Mio padre, senza un attimo di esitazione, la guardò con i suoi occhi sicuri e affettuosi e disse: «No, Marzieh mia cara. Hai fatto bene.»
Ma le lacrime di mia madre raddoppiarono; come una pioggia che cade sulla terra secca del quartiere Golestan. «E allora perché dicono cose brutte sul mio conto? Perché i pellegrini che viaggiavano con noi hanno portato queste notizie false e impure alle orecchie di tua madre? Non è quello che mi spetta, Zaher... non è quello che mi spetta. Tu dovresti ringraziare quell'autista per avere vegliato su tua moglie, non rispondere alle calunnie dei tuoi parenti!»
Mio padre Zaher, il cui orgoglio e il cui onore erano annodati a ogni fibra di quella donna, prese le mani tremanti di mia madre fra le sue mani larghe e ruvide, la accarezzò e disse con una voce in cui ondeggiava ormai un'ira trattenuta:
«Marzieh mia, ho in te una fiducia intera. Ti so più pura dell'oro fino. Nessuna parola può gettare una macchia sul tuo velo. Mettiti subito il chador; preparati, andiamo da mia madre, da Bibi Fatemeh, e vedremo che cosa hanno da dire. Questa faccenda deve finire oggi stesso.»
Mio padre si alzò. Gli guardai il viso; la collera e un onore d'uomo gli brillavano negli occhi. A tredici anni ero ancora ignaro e non sapevo che varcare la soglia della casa di Bibi Fatemeh, in quel pomeriggio rovente, sarebbe stato l'inizio del crollo eterno del nostro piccolo paradiso...
Ma quel paradiso innocente e quei venerdì pieni di baccano all'ombra del monte Allahu Akbar non durarono. Una tempesta d'autunno si annunciava, in pieno maggio del 1995...
Il viaggio di due settimane di mia madre Marzieh e di Bibi Fatemeh in Siria era finito. Due settimane che Faezeh, la piccola Maryam e io avevamo passato da Bibi, all'ombra della bontà senza calcolo di zia Khadijeh. Zia Khadijeh, separata dal marito da anni, che faceva girare la ruota della vita dei suoi due figli, Sina e Sara, a forza di lavoro giorno e notte, per quelle due settimane era stata nostra madre.
Quando mia madre tornò, la sua valigia aveva un odore strano; una mescolanza del profumo di gelsomino di Damasco, di cardamomo e di spezie arabe, e della polvere depositata dalle lunghe strade. I regali erano disposti sul tavolo: i dolci grassi e squisiti della Siria, rosari colorati e giocattolini per Maryam. Ma dietro il sorriso di mia madre una luce si era spenta. Quella donna che era salita sul pullman con l'ardore del pellegrinaggio tornava adesso simile a un uccello dalle ali spezzate, spaventata perfino dalla propria ombra.
Il giorno dopo il suo ritorno era l'ora di pranzo. Il sole di maggio attraversava i vetri del salone di parrucchiera al piano di sopra e cadeva sulla tovaglia stesa nella sala. Eravamo tutti riuniti intorno: mio padre Zaher, mia madre, io, Faezeh e la piccola Maryam che, ignara di tutto, da bambina viziata di casa agitava il cucchiaio in mano.
Aspettavamo che mia madre ci raccontasse il viaggio come al solito, nei minimi particolari: i mercati di Damasco, il santuario, i suoi compagni di strada. Ma si sedette accanto alla tovaglia con il viso inquieto, gli occhi senza luce e un sorriso che somigliava piuttosto a una lunga scusa.
Il pranzo cominciò, ma nessuno diceva una parola. Un silenzio soffocante e pesante riempiva la stanza; un silenzio rotto soltanto dal cozzare monotono e ostinato dei cucchiai in fondo ai piatti di melamina. Faezeh e io ci scambiavamo di continuo, stupiti e angosciati, sguardi tremanti fra il viso sconvolto di mio padre e gli occhi bassi di mia madre. Perfino Maryam, nonostante la sua giovanissima età, sembrava avere capito la pesantezza dell'aria e mangiava più piano del solito. Qualcosa non andava. Come se il viaggio in Siria, invece di lenire l'anima stanca e avvilita di mia madre, le avesse scavato dentro una ferita più profonda e più segreta.
Quando la tovaglia fu sparecchiata e mia madre volle portare i piatti in cucina, mio padre la chiamò con voce calma ma risoluta, dove correva una vibrazione d'inquietudine: «Marzieh... siediti. Dobbiamo parlare.»
Mia madre impallidì. Supplicò con voce debole: «Zaher, ti prego, non adesso... rimandiamo a un altro momento. Ci sono i bambini...»
Ma mio padre insistette. Erano entrambi così assorti nei loro pensieri turbati che sembravano avere del tutto dimenticato la nostra presenza. Mia madre stringeva il bordo della tovaglia. La pelle del viso le si era arrossata come a una ragazzina timida, e le lacrime le tremavano nell'incavo degli occhi fragili.
Mio padre, con il suo consueto sangue freddo ma con un tono traboccante d'amore, le posò la mano sulla sua e chiese: «Marzieh, raccontami. Che cosa ti è successo in quel viaggio, per esserti consumata così?»
La diga delle lacrime di mia madre cedette. Scoppiò in singhiozzi; singhiozzi strazianti i cui sussulti spaventarono la piccola Maryam, tanto che questa si gettò fra le braccia della madre e si mise a piangere con lei. Mio padre accarezzò Maryam, e mia madre, fra i singhiozzi spezzati, cominciò a parlare:
«Non lo so, Zaher... forse è stato il cambio di clima, o forse gli scossoni violenti e interminabili di quel maledetto pullman su quelle strade lontane. Il viaggio è stato così lungo e così sfibrante che io, la più giovane, invece di badare a tua madre, Bibi Fatemeh, mi sono ammalata gravemente. Mi vergognavo, Zaher... provavo imbarazzo. Ma tua madre... perfino quando bruciavo di febbre e dormivo, si tirava addosso la coperta che avevo messo su di me per stare più calda! Come potevo io, straniera su quel pullman, chiederle aiuto?»
Mia madre alzò la testa, piantò gli occhi bagnati in quelli di mio padre e proseguì: «La violenza del male mi aveva stremata. Sono stata costretta a parlare del mio stato all'autista del pullman. E lui, con generosità, una volta arrivati in Siria, mi ha procurato le medicine e mi ha portata all'ambulatorio più vicino per curarmi. Zaher... dimmi tu, ho fatto qualcosa di male, io, in terra straniera?»
Mio padre, senza un attimo di esitazione, la guardò con i suoi occhi sicuri e affettuosi e disse: «No, Marzieh mia cara. Hai fatto bene.»
Ma le lacrime di mia madre raddoppiarono; come una pioggia che cade sulla terra secca del quartiere Golestan. «E allora perché dicono cose brutte sul mio conto? Perché i pellegrini che viaggiavano con noi hanno portato queste notizie false e impure alle orecchie di tua madre? Non è quello che mi spetta, Zaher... non è quello che mi spetta. Tu dovresti ringraziare quell'autista per avere vegliato su tua moglie, non rispondere alle calunnie dei tuoi parenti!»
Mio padre Zaher, il cui orgoglio e il cui onore erano annodati a ogni fibra di quella donna, prese le mani tremanti di mia madre fra le sue mani larghe e ruvide, la accarezzò e disse con una voce in cui ondeggiava ormai un'ira trattenuta:
«Marzieh mia, ho in te una fiducia intera. Ti so più pura dell'oro fino. Nessuna parola può gettare una macchia sul tuo velo. Mettiti subito il chador; preparati, andiamo da mia madre, da Bibi Fatemeh, e vedremo che cosa hanno da dire. Questa faccenda deve finire oggi stesso.»
Mio padre si alzò. Gli guardai il viso; la collera e un onore d'uomo gli brillavano negli occhi. A tredici anni ero ancora ignaro e non sapevo che varcare la soglia della casa di Bibi Fatemeh, in quel pomeriggio rovente, sarebbe stato l'inizio del crollo eterno del nostro piccolo paradiso...
## Parte quarta: Le ceneri del paradiso nel salone di Bibi
Quando mio padre Zaher, mia madre Marzieh — nel suo chador nero, le spalle tremanti — e io varcammo la soglia della casa di Bibi Fatemeh, non restammo nel cortile. Salimmo le scale ed entrammo nella «sala»; quel grande salotto tutto contornato di cuscini di velluto che il venerdì era il cuore pulsante delle rumorose riunioni di famiglia. Ma quel giorno non restava nulla di quell'intimità né di quegli abbracci sempre calorosi.
Un silenzio strano, pesante e soffocante regnava nella stanza; come se il nostro arrivo improvviso avesse colto tutti alla sprovvista. Zia Khadijeh, zio Nader, Sina e Bibi Fatemeh se ne stavano rannicchiati ciascuno in un angolo, ma al nostro ingresso tutto si congelò in un istante. Nessuno parlava. Il silenzio della sala era così pesante e così spietato che si sentiva distintamente il respiro turbato e spezzato di mia madre.
Mio padre Zaher, il cui leggero tremito delle mani tradiva l'ira interiore, era in piedi e aspettava di vedere chi avrebbe sferrato il primo colpo all'onore della sua casa. Alla fine zia Khadijeh si alzò, il viso infiammato, si avvicinò a mia madre e disse con un tono in cui trapelava l'autorità: «Marzieh, alzati e vieni con me nella stanza accanto. Devo parlarti.»
Mio padre si fece avanti con lo sguardo furioso e le sbarrò il passo: «No! Tutto quello che si deve dire si dirà qui, nella sala, e in mia presenza!»
Bibi Fatemeh, seduta sul suo vecchio cuscino, tentò di placare la lite. Si voltò verso zia Khadijeh e disse: «Khadijeh, siediti. Questa faccenda non ci riguarda, non immischiarti.»
Ma zia Khadijeh non sentiva ragioni. Si voltò verso mia madre Marzieh e, con parole dure e spietate, criticò la sua condotta durante il viaggio e i suoi rapporti con l'autista del pullman. Mia madre aveva abbassato la testa e si tirava il chador sul viso. Bibi Fatemeh, vedendo che il silenzio non serviva a nulla, riferì a mio padre la storia così come l'aveva sentita dalla bocca della donna araba che guidava il gruppo dei pellegrini:
«Zaher, questa donna in terra straniera ha fatto cose indegne di una donna pudica e musulmana! Chiedeva all'autista di caricarle le valigie pesanti o di riconsegnargliele. E quando si è ammalata, andava di continuo da lui e gli chiedeva di accompagnarla all'ambulatorio o in farmacia. Sotto i miei stessi occhi l'ha perfino sorretta sotto il braccio per aiutarla a camminare! Dio sa che cosa può essere accaduto fra loro quando io non ero con loro!»
Nell'udire queste calunnie ingiuste, la diga di mia madre cedette e il suono dei suoi singhiozzi da straniera riempì la sala. Mio padre Zaher, a cui il sangue era salito agli occhi, gridò in un accesso d'ira: «Io ho fede piena in Marzieh! Per me è più pura dell'oro e non permetterò a nessuno di calunniare mia moglie!» Poi prese la mano di mia madre e gridò: «Marzieh, alzati, ce ne andiamo da questa casa!»
Sina, il figlio di zia Khadijeh, e zio Nader accorsero trafelati e bloccarono la porta della sala per impedire a mio padre di uscire. Quando gli chiesero supplicandolo dove pensasse di andare in quello stato, mio padre, al colmo della disperazione e della follia che gli dava l'onore ferito, urlò: «Vado ad annegarci nel canale d'irrigazione, io, mia moglie e i miei figli!»
Tutti si gettarono su di lui per trattenerlo e impedirgli di uscire. Mio padre, vedendosi preso nelle loro mani e incapace di liberarsi in quello spazio chiuso, al colmo della tensione nervosa e fuori di sé, si scagliò all'improvviso con la testa, con tutte le sue forze, contro la porta d'ingresso della sala; quella vecchia porta di legno con le finestre di vetri colorati.
Il rumore terribile e stridente del vetro che si spezza fece esplodere il silenzio della casa. In un secondo le belle vetrate crollarono e un sangue caldo e rosso sgorgò dalla fronte di mio padre e gli coprì il viso. Le gambe lo abbandonarono all'istante e stramazzò svenuto fra le braccia della famiglia.
La sala divenne un inferno di grida, di vetri e di sangue. Faezeh, Maryam e io tremavamo di paura e piangevamo sulle schegge di vetro. Sina e zio Nader portarono in fretta il corpo insanguinato e inerte di mio padre in una stanza per fasciargli la testa. Zia Khadijeh, sul cui petto era piombato d'un tratto il peso del rimorso e della colpa, fu presa da convulsioni e cadde sul tappeto della sala, le mani e le gambe scosse da tremiti.
In mezzo a quel tumulto, alle grida e all'andirivieni per andare a prendere l'acqua zuccherata, nessuno pensava a mia madre. Ma io mi accorsi della sua assenza. Inquieto, angosciato, uscii dal caos della sala e corsi nel cortile sul retro.
Mia madre era là; il viso inondato di lacrime, la mente smarrita, camminava a passi rapidi mormorando parole a se stessa. Vedendomi, corse verso di me. I suoi occhi guizzavano da ogni parte. Mi posò le mani tremanti sulle spalle e chiese: «Mohsen... Mohsen, hai tu le chiavi di casa?»
La mia mano destra scivolò senza volerlo nella tasca dei pantaloni. I bordi ruvidi e taglienti di quella chiave sinistra premettero esattamente sulla prima falange dell'indice — su quella vecchia ferita bruciante — e il dolore fisico della chiave si annodò nel mio cuore a una strana apprensione.
Dissi con voce tremante: «Sì, mamma, ce le ho.»
Supplicò: «Dammele, Mohsen. Devo tornare a casa. Non è conveniente restare qui in queste condizioni. Non mi sento affatto bene, devo tornare a riposare un poco.»
Ebbi paura. Stringevo la chiave nel pugno e il suo metallo tagliente mi mordeva il dito. Chiesi: «E se papà riprende conoscenza e si accorge che non ci sei?»
Mia madre ebbe un sorriso amaro e senza forza, mi accarezzò le dita piccole e disse: «No, tesoro mio, torno presto... dammi soltanto le chiavi.»
Sentii un'ultima volta la pressione del metallo freddo della chiave sulla cicatrice del mio indice e, nell'innocenza dei miei tredici anni, la tirai fuori dalla tasca e la consegnai alle mani tremanti di mia madre. Lei si rassettò il chador sulla testa e in fretta, simile a un'ombra leggera nella luce che moriva del crepuscolo, scomparve dalla porta del cortile...
Magari... magari, in quel pomeriggio rovente, non fossi mai venuto in quel cortile e non avessi incrociato mia madre. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, mi ritengo il principale imputato di tutte le tempeste che si sono levate dietro quelle porte chiuse...
Quando mio padre Zaher, mia madre Marzieh — nel suo chador nero, le spalle tremanti — e io varcammo la soglia della casa di Bibi Fatemeh, non restammo nel cortile. Salimmo le scale ed entrammo nella «sala»; quel grande salotto tutto contornato di cuscini di velluto che il venerdì era il cuore pulsante delle rumorose riunioni di famiglia. Ma quel giorno non restava nulla di quell'intimità né di quegli abbracci sempre calorosi.
Un silenzio strano, pesante e soffocante regnava nella stanza; come se il nostro arrivo improvviso avesse colto tutti alla sprovvista. Zia Khadijeh, zio Nader, Sina e Bibi Fatemeh se ne stavano rannicchiati ciascuno in un angolo, ma al nostro ingresso tutto si congelò in un istante. Nessuno parlava. Il silenzio della sala era così pesante e così spietato che si sentiva distintamente il respiro turbato e spezzato di mia madre.
Mio padre Zaher, il cui leggero tremito delle mani tradiva l'ira interiore, era in piedi e aspettava di vedere chi avrebbe sferrato il primo colpo all'onore della sua casa. Alla fine zia Khadijeh si alzò, il viso infiammato, si avvicinò a mia madre e disse con un tono in cui trapelava l'autorità: «Marzieh, alzati e vieni con me nella stanza accanto. Devo parlarti.»
Mio padre si fece avanti con lo sguardo furioso e le sbarrò il passo: «No! Tutto quello che si deve dire si dirà qui, nella sala, e in mia presenza!»
Bibi Fatemeh, seduta sul suo vecchio cuscino, tentò di placare la lite. Si voltò verso zia Khadijeh e disse: «Khadijeh, siediti. Questa faccenda non ci riguarda, non immischiarti.»
Ma zia Khadijeh non sentiva ragioni. Si voltò verso mia madre Marzieh e, con parole dure e spietate, criticò la sua condotta durante il viaggio e i suoi rapporti con l'autista del pullman. Mia madre aveva abbassato la testa e si tirava il chador sul viso. Bibi Fatemeh, vedendo che il silenzio non serviva a nulla, riferì a mio padre la storia così come l'aveva sentita dalla bocca della donna araba che guidava il gruppo dei pellegrini:
«Zaher, questa donna in terra straniera ha fatto cose indegne di una donna pudica e musulmana! Chiedeva all'autista di caricarle le valigie pesanti o di riconsegnargliele. E quando si è ammalata, andava di continuo da lui e gli chiedeva di accompagnarla all'ambulatorio o in farmacia. Sotto i miei stessi occhi l'ha perfino sorretta sotto il braccio per aiutarla a camminare! Dio sa che cosa può essere accaduto fra loro quando io non ero con loro!»
Nell'udire queste calunnie ingiuste, la diga di mia madre cedette e il suono dei suoi singhiozzi da straniera riempì la sala. Mio padre Zaher, a cui il sangue era salito agli occhi, gridò in un accesso d'ira: «Io ho fede piena in Marzieh! Per me è più pura dell'oro e non permetterò a nessuno di calunniare mia moglie!» Poi prese la mano di mia madre e gridò: «Marzieh, alzati, ce ne andiamo da questa casa!»
Sina, il figlio di zia Khadijeh, e zio Nader accorsero trafelati e bloccarono la porta della sala per impedire a mio padre di uscire. Quando gli chiesero supplicandolo dove pensasse di andare in quello stato, mio padre, al colmo della disperazione e della follia che gli dava l'onore ferito, urlò: «Vado ad annegarci nel canale d'irrigazione, io, mia moglie e i miei figli!»
Tutti si gettarono su di lui per trattenerlo e impedirgli di uscire. Mio padre, vedendosi preso nelle loro mani e incapace di liberarsi in quello spazio chiuso, al colmo della tensione nervosa e fuori di sé, si scagliò all'improvviso con la testa, con tutte le sue forze, contro la porta d'ingresso della sala; quella vecchia porta di legno con le finestre di vetri colorati.
Il rumore terribile e stridente del vetro che si spezza fece esplodere il silenzio della casa. In un secondo le belle vetrate crollarono e un sangue caldo e rosso sgorgò dalla fronte di mio padre e gli coprì il viso. Le gambe lo abbandonarono all'istante e stramazzò svenuto fra le braccia della famiglia.
La sala divenne un inferno di grida, di vetri e di sangue. Faezeh, Maryam e io tremavamo di paura e piangevamo sulle schegge di vetro. Sina e zio Nader portarono in fretta il corpo insanguinato e inerte di mio padre in una stanza per fasciargli la testa. Zia Khadijeh, sul cui petto era piombato d'un tratto il peso del rimorso e della colpa, fu presa da convulsioni e cadde sul tappeto della sala, le mani e le gambe scosse da tremiti.
In mezzo a quel tumulto, alle grida e all'andirivieni per andare a prendere l'acqua zuccherata, nessuno pensava a mia madre. Ma io mi accorsi della sua assenza. Inquieto, angosciato, uscii dal caos della sala e corsi nel cortile sul retro.
Mia madre era là; il viso inondato di lacrime, la mente smarrita, camminava a passi rapidi mormorando parole a se stessa. Vedendomi, corse verso di me. I suoi occhi guizzavano da ogni parte. Mi posò le mani tremanti sulle spalle e chiese: «Mohsen... Mohsen, hai tu le chiavi di casa?»
La mia mano destra scivolò senza volerlo nella tasca dei pantaloni. I bordi ruvidi e taglienti di quella chiave sinistra premettero esattamente sulla prima falange dell'indice — su quella vecchia ferita bruciante — e il dolore fisico della chiave si annodò nel mio cuore a una strana apprensione.
Dissi con voce tremante: «Sì, mamma, ce le ho.»
Supplicò: «Dammele, Mohsen. Devo tornare a casa. Non è conveniente restare qui in queste condizioni. Non mi sento affatto bene, devo tornare a riposare un poco.»
Ebbi paura. Stringevo la chiave nel pugno e il suo metallo tagliente mi mordeva il dito. Chiesi: «E se papà riprende conoscenza e si accorge che non ci sei?»
Mia madre ebbe un sorriso amaro e senza forza, mi accarezzò le dita piccole e disse: «No, tesoro mio, torno presto... dammi soltanto le chiavi.»
Sentii un'ultima volta la pressione del metallo freddo della chiave sulla cicatrice del mio indice e, nell'innocenza dei miei tredici anni, la tirai fuori dalla tasca e la consegnai alle mani tremanti di mia madre. Lei si rassettò il chador sulla testa e in fretta, simile a un'ombra leggera nella luce che moriva del crepuscolo, scomparve dalla porta del cortile...
Magari... magari, in quel pomeriggio rovente, non fossi mai venuto in quel cortile e non avessi incrociato mia madre. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, mi ritengo il principale imputato di tutte le tempeste che si sono levate dietro quelle porte chiuse...
## Parte quinta: L'eco della suoneria sinistra e l'asfalto incandescente
Erano trascorse quasi due ore dal disastro; due ore che per me erano durate due secoli. Dopo quella pesante tempesta, la casa di Bibi Fatemeh era ripiombata in un silenzio mortale, un silenzio di limbo. Mio padre, la fronte fasciata, giaceva senza forze su un materasso; non aveva ancora ripreso del tutto conoscenza e ignorava tutto del tumulto là fuori. Zia Khadijeh, dopo le forti convulsioni che aveva appena attraversato, se ne stava rannicchiata in un angolo della sala, il viso smorto e gli occhi spenti. Il rimorso e il peso delle accuse rivolte a mia madre si erano posati come una polvere grigia sul viso di tutta la famiglia. Nessuno parlava; come se tutti aspettassero un'altra scintilla per andare di nuovo in pezzi.
All'improvviso la suoneria del telefono posato sul tavolino fece esplodere il silenzio soffocante della sala.
Sussultammo tutti di spavento. Zia Khadijeh, con le mani ancora tremanti, corse al telefono e sollevò la cornetta. Appena udì la voce dall'altro capo del filo, il suo viso divenne bianco come il gesso, esangue. La bocca le rimase aperta, come se l'aria non bastasse più al suo respiro. Con una voce che sembrava uscire dal fondo di un pozzo, gridò più volte supplicando: «No... aspetta! Marzieh? Marzieh, sei tu?... Marzieh! Marzieh!»
La cornetta sfuggì dalla mano tremante di mia zia e ricadde sull'apparecchio. Si voltò verso Sina e zio Nader e urlò con voce spaventata e spezzata: «Presto, andiamo... era Marzieh... ha detto: venite a prendermi, portatemi via... non mi sento affatto bene!»
Uno scompiglio strano si impadronì della casa di Bibi. Tutti giravano su se stessi, sconvolti, capendo soltanto ora che non avrebbero dovuto perdere di vista mia madre neppure per un secondo. In mezzo a quel tumulto, una montagna di colpa mi piombò sul petto. Tutto il corpo mi tremava d'angoscia. Con voce piangente e tremante confessai: «Zia... la mamma mi ha chiesto le chiavi di casa... e io... io gliele ho date!»
Zia Khadijeh si voltò verso di me, gli occhi pieni di orrore e di collera, mi scosse per le spalle e gridò: «Hai sbagliato, ragazzo mio! Hai sbagliato! Come farò adesso a rispondere a tuo padre? Se, Dio non voglia, tua madre attenta alla propria vita, che ne sarà di me?»
A quelle parole il cielo mi cadde sulla testa e il mondo si oscurò davanti ai miei occhi. Desiderai che la terra si aprisse e mi inghiottisse. Mi passò per la mente l'idea di fuggire di casa. Le mie sorelle atterrite, Faezeh e la piccola Maryam, mi fissavano con occhi pieni di paura e di pietà; uno sguardo il cui peso condannava, come un tribunale giusto, l'innocenza dei miei tredici anni.
Gli adulti si vestirono in fretta per andare a casa nostra. Perché non fossimo d'intralcio e non facessimo confusione nel cortile, portarono me, Faezeh e Maryam in una delle stanze in fondo e chiusero la porta a chiave dietro di noi. Restarono in casa soltanto Sara e zia Parvin, per vegliare su di noi e su nostro padre svenuto.
Il tempo passava a fatica. Sentivo i battiti accelerati del cuore nel petto. Sopportare quelle quattro mura chiuse a chiave e l'assenza di notizie di mia madre mi era impossibile. Le gambe mi tremavano, ma la mia volontà di andare era ferma. Sara, presa da pietà per noi e vedendo le mie lacrime supplicanti, aprì di nascosto la porta, ma pose con voce tremante una condizione: «Mohsen... per amor di Dio, va', ma non dire nulla a tuo padre della partenza di Marzieh.»
Non aspettai un'altra parola. Nonostante l'opposizione di zia Parvin e di Sara, varcai la porta di casa.
Non avevo un soldo in tasca per prendere un taxi. La mia mano destra era vuota e la cicatrice del mio indice bruciava ancora per la pressione di quella maledetta chiave. Mi misi a correre. La strada di terra che portava al quartiere Golestan era incandescente sotto il sole rovente del pomeriggio, ma corsi i quattro chilometri fino a casa nostra senza scarpe, a piedi nudi. Ansimavo, i polmoni mi bruciavano per la polvere della strada e non sentivo il bruciore della pianta dei piedi sull'asfalto arroventato. L'unica immagine che mi turbinava in testa era il viso smarrito di mia madre nel cortile sul retro. Supplicavo dentro di me: «Dio mio... fa' soltanto che mia madre sia salva. Nient'altro.»
Quando arrivai all'imbocco del nostro vicolo, nel quartiere Golestan, una paura paralizzante incatenò ogni fibra del mio essere. Il nostro vicolo era pieno di gente e di movimento. I vicini si erano radunati davanti alla porta di casa nostra e bisbigliavano.
Il cuore mi crollò. Sconvolto, con le gambe che non avevano più la forza di correre, attraversai la folla. All'improvviso mi impietrii. Un'ambulanza bianca era ferma davanti alla porta. Vidi zia Khadijeh che, nel dolore e nella follia del rimorso, si batteva la testa senza tregua contro la carrozzeria dell'ambulanza gridando e gemendo da spezzare il cuore: «Marzieh!... Marzieh!... Perdonami, Marzieh!»
La sirena dell'ambulanza si accese con un fragore terrificante e un ululato stridente, e il mezzo si mosse in mezzo alla folla furiosa e curiosa, poi si allontanò. Un sudore freddo mi imperlò la fronte e la vista mi si annebbiò. Gli sguardi pesanti e pieni di compassione dei vicini si voltarono verso di me; un ragazzino scalzo, con i piedi feriti, in piedi sulla soglia, gli occhi fissi sui fili strappati del citofono di casa. C'erano anche zia Roya e suo marito Hamid. Hamid, che era elettricista, aveva strappato i fili del citofono per aprire la porta al più presto e l'aveva sbloccata per poter entrare.
Senza ascoltare nessuno, entrai nel cortile buio della casa. Salii i gradini di cemento del primo piano; quei gradini la cui aria era satura di un odore acre e pungente di prodotti chimici, di polvere e di veleno mortale...
Erano trascorse quasi due ore dal disastro; due ore che per me erano durate due secoli. Dopo quella pesante tempesta, la casa di Bibi Fatemeh era ripiombata in un silenzio mortale, un silenzio di limbo. Mio padre, la fronte fasciata, giaceva senza forze su un materasso; non aveva ancora ripreso del tutto conoscenza e ignorava tutto del tumulto là fuori. Zia Khadijeh, dopo le forti convulsioni che aveva appena attraversato, se ne stava rannicchiata in un angolo della sala, il viso smorto e gli occhi spenti. Il rimorso e il peso delle accuse rivolte a mia madre si erano posati come una polvere grigia sul viso di tutta la famiglia. Nessuno parlava; come se tutti aspettassero un'altra scintilla per andare di nuovo in pezzi.
All'improvviso la suoneria del telefono posato sul tavolino fece esplodere il silenzio soffocante della sala.
Sussultammo tutti di spavento. Zia Khadijeh, con le mani ancora tremanti, corse al telefono e sollevò la cornetta. Appena udì la voce dall'altro capo del filo, il suo viso divenne bianco come il gesso, esangue. La bocca le rimase aperta, come se l'aria non bastasse più al suo respiro. Con una voce che sembrava uscire dal fondo di un pozzo, gridò più volte supplicando: «No... aspetta! Marzieh? Marzieh, sei tu?... Marzieh! Marzieh!»
La cornetta sfuggì dalla mano tremante di mia zia e ricadde sull'apparecchio. Si voltò verso Sina e zio Nader e urlò con voce spaventata e spezzata: «Presto, andiamo... era Marzieh... ha detto: venite a prendermi, portatemi via... non mi sento affatto bene!»
Uno scompiglio strano si impadronì della casa di Bibi. Tutti giravano su se stessi, sconvolti, capendo soltanto ora che non avrebbero dovuto perdere di vista mia madre neppure per un secondo. In mezzo a quel tumulto, una montagna di colpa mi piombò sul petto. Tutto il corpo mi tremava d'angoscia. Con voce piangente e tremante confessai: «Zia... la mamma mi ha chiesto le chiavi di casa... e io... io gliele ho date!»
Zia Khadijeh si voltò verso di me, gli occhi pieni di orrore e di collera, mi scosse per le spalle e gridò: «Hai sbagliato, ragazzo mio! Hai sbagliato! Come farò adesso a rispondere a tuo padre? Se, Dio non voglia, tua madre attenta alla propria vita, che ne sarà di me?»
A quelle parole il cielo mi cadde sulla testa e il mondo si oscurò davanti ai miei occhi. Desiderai che la terra si aprisse e mi inghiottisse. Mi passò per la mente l'idea di fuggire di casa. Le mie sorelle atterrite, Faezeh e la piccola Maryam, mi fissavano con occhi pieni di paura e di pietà; uno sguardo il cui peso condannava, come un tribunale giusto, l'innocenza dei miei tredici anni.
Gli adulti si vestirono in fretta per andare a casa nostra. Perché non fossimo d'intralcio e non facessimo confusione nel cortile, portarono me, Faezeh e Maryam in una delle stanze in fondo e chiusero la porta a chiave dietro di noi. Restarono in casa soltanto Sara e zia Parvin, per vegliare su di noi e su nostro padre svenuto.
Il tempo passava a fatica. Sentivo i battiti accelerati del cuore nel petto. Sopportare quelle quattro mura chiuse a chiave e l'assenza di notizie di mia madre mi era impossibile. Le gambe mi tremavano, ma la mia volontà di andare era ferma. Sara, presa da pietà per noi e vedendo le mie lacrime supplicanti, aprì di nascosto la porta, ma pose con voce tremante una condizione: «Mohsen... per amor di Dio, va', ma non dire nulla a tuo padre della partenza di Marzieh.»
Non aspettai un'altra parola. Nonostante l'opposizione di zia Parvin e di Sara, varcai la porta di casa.
Non avevo un soldo in tasca per prendere un taxi. La mia mano destra era vuota e la cicatrice del mio indice bruciava ancora per la pressione di quella maledetta chiave. Mi misi a correre. La strada di terra che portava al quartiere Golestan era incandescente sotto il sole rovente del pomeriggio, ma corsi i quattro chilometri fino a casa nostra senza scarpe, a piedi nudi. Ansimavo, i polmoni mi bruciavano per la polvere della strada e non sentivo il bruciore della pianta dei piedi sull'asfalto arroventato. L'unica immagine che mi turbinava in testa era il viso smarrito di mia madre nel cortile sul retro. Supplicavo dentro di me: «Dio mio... fa' soltanto che mia madre sia salva. Nient'altro.»
Quando arrivai all'imbocco del nostro vicolo, nel quartiere Golestan, una paura paralizzante incatenò ogni fibra del mio essere. Il nostro vicolo era pieno di gente e di movimento. I vicini si erano radunati davanti alla porta di casa nostra e bisbigliavano.
Il cuore mi crollò. Sconvolto, con le gambe che non avevano più la forza di correre, attraversai la folla. All'improvviso mi impietrii. Un'ambulanza bianca era ferma davanti alla porta. Vidi zia Khadijeh che, nel dolore e nella follia del rimorso, si batteva la testa senza tregua contro la carrozzeria dell'ambulanza gridando e gemendo da spezzare il cuore: «Marzieh!... Marzieh!... Perdonami, Marzieh!»
La sirena dell'ambulanza si accese con un fragore terrificante e un ululato stridente, e il mezzo si mosse in mezzo alla folla furiosa e curiosa, poi si allontanò. Un sudore freddo mi imperlò la fronte e la vista mi si annebbiò. Gli sguardi pesanti e pieni di compassione dei vicini si voltarono verso di me; un ragazzino scalzo, con i piedi feriti, in piedi sulla soglia, gli occhi fissi sui fili strappati del citofono di casa. C'erano anche zia Roya e suo marito Hamid. Hamid, che era elettricista, aveva strappato i fili del citofono per aprire la porta al più presto e l'aveva sbloccata per poter entrare.
Senza ascoltare nessuno, entrai nel cortile buio della casa. Salii i gradini di cemento del primo piano; quei gradini la cui aria era satura di un odore acre e pungente di prodotti chimici, di polvere e di veleno mortale...
## Parte sesta: L'odore aspro della morte e il tallone frantumato
Con le gambe che a fatica reggevano il peso del mio corpo, tanto l'angoscia e la stanchezza mi schiacciavano, salii i gradini di cemento. Ogni passo era più pesante del precedente. Raggiunsi il primo piano; là dove mia madre aveva messo su, con mille speranze e mille sogni, un piccolo salone da parrucchiera per signore. Ma quella stanza non era più il rifugio dei colori, del profumo degli shampoo e della bellezza.
Il salone era sconvolto, in un disordine spaventoso, come se una tempesta cieca l'avesse attraversato. La poltrona di pelle davanti al grande specchio era rovesciata, buttata a terra senza pietà. Prodotti di bellezza e flaconi di tintura si erano sparsi tutt'intorno; liquidi densi e colorati che ora strisciavano sul pavimento come un sangue sinistro.
Un odore acre, soffocante e pungente mi bruciava la gola. Lo sguardo mi si fissò sulle macchie scure e sui flaconi vuoti. Dio mio... mia madre aveva usato proprio quei prodotti tossici, quei prodotti chimici pericolosi della tintura, per porre fine ai suoi giorni. Quei prodotti che ci raccomandava sempre, con un'ansia materna e piena di tenerezza, di tenere lontani, perché erano veleni mortali. Ed ecco che, al colmo dell'angoscia e della solitudine, li aveva bevuti lei stessa. Tutto il corpo cominciò a tremarmi; un terrore assoluto mi artigliò l'anima e, in una frazione di secondo, immaginai il mio avvenire buio e spietato, senza la presenza e senza le braccia di mia madre.
Più tardi Hamid, il marito di mia zia, che fu il primo ad arrivare da lei, raccontò quella scena spaventosa con voce tremante. L'aveva trovata caduta a terra, i capelli sempre così ben pettinati sparsi in disordine intorno a lei, la schiuma alle labbra e alle narici. Hamid diceva che il dolore di quel veleno mortale era così lacerante che mia madre, negli ultimi istanti della sua resistenza alla vita, batteva il suolo con tutte le sue forze e senza tregua con il tallone del piede destro.
Gli sforzi per riportarla in questo mondo furono vani. Benché i medici dell'ospedale le avessero rapidamente fatto una lavanda gastrica e intestinale, il suo corpo fragile e la sua anima sfinita non poterono resistere ai danni interni di quel veleno senza pietà. Infine, in quel venerdì nero, il 5 maggio 1995, Marzieh, mia madre così dolce e così provata, chiuse per sempre gli occhi su questo mondo senza indulgenza.
Durante quelle due o tre ore sinistre in cui si consumavano questi disastri, il mio povero padre giaceva svenuto sul pavimento di una stanza, in casa di Bibi Fatemeh, ignaro di tutto. Quando finalmente rinvenne del tutto, stordito e frastornato, chiese dove fosse sua moglie, finché i suoi, con gli occhi in lacrime e le labbra tremanti, non furono costretti a dirgli la verità che ci era appena crollata addosso.
Quell'uomo fiero e chiuso si sfasciò a quella notizia. Mio padre si precipitò subito a casa e, con grandi singhiozzi e lamenti che non gli avevo mai conosciuto, gridava il nome di «Marzieh». Frugò tutta la casa come un pazzo, poi corse sul tetto. Io lo guardavo, stupefatto, in lacrime, con un senso di colpa che mi soffocava, e assistevo al suo supplizio. Mio padre si mise in piedi sulla terrazza e gridò verso il cielo: «Marzieh! Pochi giorni fa abbiamo lavato e spazzato insieme il tetto di casa... dove sei, amore mio?»
Il giorno dopo il sole sorse sul nostro quartiere, ma per noi tutto era tenebra. La cerimonia di preghiera si tenne da noi e, per la sepoltura, tutta la famiglia e perfino i vicini vennero vestiti di nero all'unico cimitero del nostro piccolo quartiere. Mio padre era così malato, così a pezzi, così malandato, che non poté nemmeno venire al cimitero né assistere al funerale del suo amore.
Soltanto le mie sorelline, Faezeh e Maryam, e io eravamo presenti in mezzo alla folla dei parenti in lutto. Avevano portato mia madre in una stanza per lavarla e avvolgerla nel sudario. Il mio cuore di tredici anni martellava nel petto; spaventato, il viso inondato di lacrime, volevo vederla un'ultima volta.
Quando mi feci avanti per entrare nella sala delle abluzioni funebri, le custodi dapprima me lo impedirono, ma davanti all'insistenza e alle suppliche delle donne di famiglia e delle vicine finirono per lasciarmi gettare un ultimo sguardo sul viso di mia madre.
Entrai nella stanza. Il bel corpo di mia madre, nudo e bianco come neve, giaceva senza vita. Sulla testa e sul viso erano visibili tracce di ferite, e il tallone del piede destro... quel tallone che aveva battuto contro il suolo nella sua lotta con la morte, era frantumato.
A quella vista un lampo mi attraversò la testa e il mondo mi crollò addosso, tanto che lanciai un grido terribile. Mi coprii il viso e gli occhi con entrambe le mani e, con una voce che mi scorticava la gola, non facevo che gridare: «Mamma... mamma...» Le donne presenti mi condussero fuori in quello stato di follia.
Tremavo. Tremavo come un salice piangente nel vento d'inverno. Mi rifugiai presso gli altri parenti in lutto che piangevano poco più in là. I miei singhiozzi inesauribili mi smarrivano e, in mezzo a tutto quel tumulto, i miei pensieri affondavano nelle profondità di un mare oscuro: un avvenire senza mia madre; un avvenire che non sapevo come avrei portato, senza di lei, in mezzo a quella gente...
Con le gambe che a fatica reggevano il peso del mio corpo, tanto l'angoscia e la stanchezza mi schiacciavano, salii i gradini di cemento. Ogni passo era più pesante del precedente. Raggiunsi il primo piano; là dove mia madre aveva messo su, con mille speranze e mille sogni, un piccolo salone da parrucchiera per signore. Ma quella stanza non era più il rifugio dei colori, del profumo degli shampoo e della bellezza.
Il salone era sconvolto, in un disordine spaventoso, come se una tempesta cieca l'avesse attraversato. La poltrona di pelle davanti al grande specchio era rovesciata, buttata a terra senza pietà. Prodotti di bellezza e flaconi di tintura si erano sparsi tutt'intorno; liquidi densi e colorati che ora strisciavano sul pavimento come un sangue sinistro.
Un odore acre, soffocante e pungente mi bruciava la gola. Lo sguardo mi si fissò sulle macchie scure e sui flaconi vuoti. Dio mio... mia madre aveva usato proprio quei prodotti tossici, quei prodotti chimici pericolosi della tintura, per porre fine ai suoi giorni. Quei prodotti che ci raccomandava sempre, con un'ansia materna e piena di tenerezza, di tenere lontani, perché erano veleni mortali. Ed ecco che, al colmo dell'angoscia e della solitudine, li aveva bevuti lei stessa. Tutto il corpo cominciò a tremarmi; un terrore assoluto mi artigliò l'anima e, in una frazione di secondo, immaginai il mio avvenire buio e spietato, senza la presenza e senza le braccia di mia madre.
Più tardi Hamid, il marito di mia zia, che fu il primo ad arrivare da lei, raccontò quella scena spaventosa con voce tremante. L'aveva trovata caduta a terra, i capelli sempre così ben pettinati sparsi in disordine intorno a lei, la schiuma alle labbra e alle narici. Hamid diceva che il dolore di quel veleno mortale era così lacerante che mia madre, negli ultimi istanti della sua resistenza alla vita, batteva il suolo con tutte le sue forze e senza tregua con il tallone del piede destro.
Gli sforzi per riportarla in questo mondo furono vani. Benché i medici dell'ospedale le avessero rapidamente fatto una lavanda gastrica e intestinale, il suo corpo fragile e la sua anima sfinita non poterono resistere ai danni interni di quel veleno senza pietà. Infine, in quel venerdì nero, il 5 maggio 1995, Marzieh, mia madre così dolce e così provata, chiuse per sempre gli occhi su questo mondo senza indulgenza.
Durante quelle due o tre ore sinistre in cui si consumavano questi disastri, il mio povero padre giaceva svenuto sul pavimento di una stanza, in casa di Bibi Fatemeh, ignaro di tutto. Quando finalmente rinvenne del tutto, stordito e frastornato, chiese dove fosse sua moglie, finché i suoi, con gli occhi in lacrime e le labbra tremanti, non furono costretti a dirgli la verità che ci era appena crollata addosso.
Quell'uomo fiero e chiuso si sfasciò a quella notizia. Mio padre si precipitò subito a casa e, con grandi singhiozzi e lamenti che non gli avevo mai conosciuto, gridava il nome di «Marzieh». Frugò tutta la casa come un pazzo, poi corse sul tetto. Io lo guardavo, stupefatto, in lacrime, con un senso di colpa che mi soffocava, e assistevo al suo supplizio. Mio padre si mise in piedi sulla terrazza e gridò verso il cielo: «Marzieh! Pochi giorni fa abbiamo lavato e spazzato insieme il tetto di casa... dove sei, amore mio?»
Il giorno dopo il sole sorse sul nostro quartiere, ma per noi tutto era tenebra. La cerimonia di preghiera si tenne da noi e, per la sepoltura, tutta la famiglia e perfino i vicini vennero vestiti di nero all'unico cimitero del nostro piccolo quartiere. Mio padre era così malato, così a pezzi, così malandato, che non poté nemmeno venire al cimitero né assistere al funerale del suo amore.
Soltanto le mie sorelline, Faezeh e Maryam, e io eravamo presenti in mezzo alla folla dei parenti in lutto. Avevano portato mia madre in una stanza per lavarla e avvolgerla nel sudario. Il mio cuore di tredici anni martellava nel petto; spaventato, il viso inondato di lacrime, volevo vederla un'ultima volta.
Quando mi feci avanti per entrare nella sala delle abluzioni funebri, le custodi dapprima me lo impedirono, ma davanti all'insistenza e alle suppliche delle donne di famiglia e delle vicine finirono per lasciarmi gettare un ultimo sguardo sul viso di mia madre.
Entrai nella stanza. Il bel corpo di mia madre, nudo e bianco come neve, giaceva senza vita. Sulla testa e sul viso erano visibili tracce di ferite, e il tallone del piede destro... quel tallone che aveva battuto contro il suolo nella sua lotta con la morte, era frantumato.
A quella vista un lampo mi attraversò la testa e il mondo mi crollò addosso, tanto che lanciai un grido terribile. Mi coprii il viso e gli occhi con entrambe le mani e, con una voce che mi scorticava la gola, non facevo che gridare: «Mamma... mamma...» Le donne presenti mi condussero fuori in quello stato di follia.
Tremavo. Tremavo come un salice piangente nel vento d'inverno. Mi rifugiai presso gli altri parenti in lutto che piangevano poco più in là. I miei singhiozzi inesauribili mi smarrivano e, in mezzo a tutto quel tumulto, i miei pensieri affondavano nelle profondità di un mare oscuro: un avvenire senza mia madre; un avvenire che non sapevo come avrei portato, senza di lei, in mezzo a quella gente...
La sedia vuota e la stella cadente
## Parte prima: L'esodo verso Mehrabad e le solitudini sul tetto
La nostra casa nel quartiere Golestan non somigliava più in nulla al nido sicuro e pieno di risate di un tempo. Dopo il volo improvviso, solitario e ingiusto di mia madre Marzieh, in quel venerdì amaro del mese di maggio, i muri della casa sembravano aprire la bocca e gridare senza sosta il suo nome. L'odore acre, pungente e pesante dei prodotti chimici e della tintura del salone da parrucchiera del piano di sopra sembrava essersi infiltrato nella calce stessa dei muri e non avere alcuna intenzione di andarsene.
Dopo quello spaventoso disastro, nessuno in famiglia osava più tornare in quella casa. Come se l'ombra della morte avesse piantato la tenda sul tetto e ne avesse fatto un luogo maledetto, abitato da anime erranti, i cui ricordi mordevano chiunque vi si avvicinasse. In quei primi giorni non c'ero che io ad aprire di nascosto la serratura con quella chiave ruvida in fondo alla tasca e a rifugiarmi fra le braccia della solitudine della casa.
Io, un ragazzo di tredici anni, in mezzo a quel silenzio continuo e soffocante, con le lacrime e un nodo in gola che mi toglieva il respiro, cercavo gli ultimi segni dell'esistenza di mia madre. Annusavo la cucina, toccavo il bordo freddo delle pentole e cercavo supplicando il sapore dell'ultimo piatto che aveva preparato, come se ne restasse una traccia in qualche angolo della casa. Ogni oggetto inanimato mi ricordava il suo ultimo sguardo o l'ultimo tocco delle sue mani buone, e mi bruciava l'anima.
Qualche giorno dopo tornammo tutti a casa con nostro padre, controvoglia, per affrontare lo spettro della realtà. Per mio padre Zaher, salire quei gradini di cemento e sedersi in una sala dove non risuonava più la voce calda di Marzieh era diventato una tortura quotidiana senza fine. Lui che era stato un tempo un uomo aspro, risoluto, un appoggio d'acciaio, non era più che l'ombra di se stesso, più mite, più tenera e profondamente triste, a cui il grave fardello della solitudine e del rimorso curvava le spalle.
Non ci volle molto perché mio padre capisse che l'anima della vita era volata via da quella casa. Per fuggire quella pesantezza soffocante e liberarsi dall'immagine costante della morte di Marzieh, mise in vendita la casa di mia madre. Impacchettammo tutto quello che possedevamo in qualche vecchio cartone e, in un primo momento, ci trasferimmo da Bibi Fatemeh. Ma nemmeno restare lì era un porto di pace. Un rancore profondo, oscuro e freddo si era installato fra la famiglia di mia madre e quella di mio padre; un legame che, dopo la morte dolorosa di mia madre, si spezzò del tutto e cedette il posto alle vendette e a minacce spaventose.
Zio Reza — il fratello maggiore di mia madre —, nel quale il dolore sembrava essersi mutato in una collera demente, si parava di tanto in tanto sulla strada di mio padre Zaher, lo ammoniva a gran voce e lo minacciava se mai gli fosse venuto in mente, dopo Marzieh, di far entrare un'altra donna in casa. Il mio ricordo più terrificante di quei mesi di limbo è un pomeriggio di canicola in cui mio padre volle attraversare la strada; zio Reza, al volante del suo vecchio minibus, lo scorse, accelerò e gli piombò addosso con pura follia, con l'intenzione di travolgerlo e annientarlo. Il vento violento sollevato dal minibus agitò i chador della famiglia, e soltanto la reazione rapida di mio padre, il suo balzo improvviso e miracoloso sul marciapiede, impedì che si consumasse un altro dramma sanguinoso sull'asfalto rovente della strada.
Mio padre sapeva che, per salvare le nostre vite e strapparci a quella terra traumatica, bisognava mettere leghe di distanza fra noi, il quartiere Golestan e l'ombra delle minacce di zio Reza. Fu così che facemmo i bagagli e partimmo per un quartiere più grande, di nome Mehrabad.
A Mehrabad affittammo una grande casa a due piani dall'atmosfera strana. La famiglia convenne che il pianterreno sarebbe toccato a Bibi Fatemeh, a zia Khadijeh e alle loro famiglie, e che il piano di sopra sarebbe stato tutto della nostra piccola famiglia: mio padre, Faezeh, la piccola Maryam e io.
Quel trasloco definì la nostra vita sulla linea sottile che separa il frastuono dalla solitudine. Il piano di sotto era sempre pieno di rumore, dell'andirivieni dei parenti, del rumore della macchina da cucire di zia Khadijeh e del baccano di Sina e degli altri; ma quando risalivamo i gradini di cemento e mettevamo piede al piano di sopra, un silenzio strano e pungente ci prendeva subito fra le braccia. Le mie sorelle, Faezeh e Maryam, stanche dei giochi di sotto, si addormentavano presto, ma per me, a tredici o quattordici anni, l'assenza tangibile di mia madre restava incredibile e simile a una ferita che non guarisce.
Durante quelle notti di Mehrabad, il mio primo e ultimo rifugio fu il cielo.
Quando il silenzio assoluto regnava sulla casa e mio padre si addormentava, assorto nei suoi strani pensieri, salivo a passi felpati la scala del tetto. Là, sotto la volta blu notte e infinita del cielo, mi inginocchiavo sul bordo dei muretti di fango, alzavo la testa verso le stelle e cominciavo a mormorare. Le lacrime mi scorrevano senza rumore sulle guance e facevo arrivare a mia madre Marzieh tutti i dolori che avevo trattenuto nel mio piccolo petto lungo tutta la giornata. Credevo profondamente, con la mia fede di bambino, che lei fosse seduta da qualche parte fra quei punti luminosi e che ascoltasse i lamenti di suo figlio.
Non lo dimenticherò mai; in una di quelle fredde notti d'autunno, mentre guardavo il cielo supplicando, un meteorite apparve d'improvviso con una velocità abbagliante nel cuore delle tenebre, tracciò una linea sottile e brillante di luce e svanì in una frazione di secondo. In quell'istante il mio cuore si fermò. Tutto il mio essere si accese di una strana emozione. Nella mia testa sognante e ferita immaginai che quello fosse il segno che le chiedevo; che fosse il sussurro e la risposta di mia madre Marzieh che, a leghe di distanza, mi diceva: «Mohsen mio, non affliggerti... ti sento, veglio su di te...»
La nostra casa nel quartiere Golestan non somigliava più in nulla al nido sicuro e pieno di risate di un tempo. Dopo il volo improvviso, solitario e ingiusto di mia madre Marzieh, in quel venerdì amaro del mese di maggio, i muri della casa sembravano aprire la bocca e gridare senza sosta il suo nome. L'odore acre, pungente e pesante dei prodotti chimici e della tintura del salone da parrucchiera del piano di sopra sembrava essersi infiltrato nella calce stessa dei muri e non avere alcuna intenzione di andarsene.
Dopo quello spaventoso disastro, nessuno in famiglia osava più tornare in quella casa. Come se l'ombra della morte avesse piantato la tenda sul tetto e ne avesse fatto un luogo maledetto, abitato da anime erranti, i cui ricordi mordevano chiunque vi si avvicinasse. In quei primi giorni non c'ero che io ad aprire di nascosto la serratura con quella chiave ruvida in fondo alla tasca e a rifugiarmi fra le braccia della solitudine della casa.
Io, un ragazzo di tredici anni, in mezzo a quel silenzio continuo e soffocante, con le lacrime e un nodo in gola che mi toglieva il respiro, cercavo gli ultimi segni dell'esistenza di mia madre. Annusavo la cucina, toccavo il bordo freddo delle pentole e cercavo supplicando il sapore dell'ultimo piatto che aveva preparato, come se ne restasse una traccia in qualche angolo della casa. Ogni oggetto inanimato mi ricordava il suo ultimo sguardo o l'ultimo tocco delle sue mani buone, e mi bruciava l'anima.
Qualche giorno dopo tornammo tutti a casa con nostro padre, controvoglia, per affrontare lo spettro della realtà. Per mio padre Zaher, salire quei gradini di cemento e sedersi in una sala dove non risuonava più la voce calda di Marzieh era diventato una tortura quotidiana senza fine. Lui che era stato un tempo un uomo aspro, risoluto, un appoggio d'acciaio, non era più che l'ombra di se stesso, più mite, più tenera e profondamente triste, a cui il grave fardello della solitudine e del rimorso curvava le spalle.
Non ci volle molto perché mio padre capisse che l'anima della vita era volata via da quella casa. Per fuggire quella pesantezza soffocante e liberarsi dall'immagine costante della morte di Marzieh, mise in vendita la casa di mia madre. Impacchettammo tutto quello che possedevamo in qualche vecchio cartone e, in un primo momento, ci trasferimmo da Bibi Fatemeh. Ma nemmeno restare lì era un porto di pace. Un rancore profondo, oscuro e freddo si era installato fra la famiglia di mia madre e quella di mio padre; un legame che, dopo la morte dolorosa di mia madre, si spezzò del tutto e cedette il posto alle vendette e a minacce spaventose.
Zio Reza — il fratello maggiore di mia madre —, nel quale il dolore sembrava essersi mutato in una collera demente, si parava di tanto in tanto sulla strada di mio padre Zaher, lo ammoniva a gran voce e lo minacciava se mai gli fosse venuto in mente, dopo Marzieh, di far entrare un'altra donna in casa. Il mio ricordo più terrificante di quei mesi di limbo è un pomeriggio di canicola in cui mio padre volle attraversare la strada; zio Reza, al volante del suo vecchio minibus, lo scorse, accelerò e gli piombò addosso con pura follia, con l'intenzione di travolgerlo e annientarlo. Il vento violento sollevato dal minibus agitò i chador della famiglia, e soltanto la reazione rapida di mio padre, il suo balzo improvviso e miracoloso sul marciapiede, impedì che si consumasse un altro dramma sanguinoso sull'asfalto rovente della strada.
Mio padre sapeva che, per salvare le nostre vite e strapparci a quella terra traumatica, bisognava mettere leghe di distanza fra noi, il quartiere Golestan e l'ombra delle minacce di zio Reza. Fu così che facemmo i bagagli e partimmo per un quartiere più grande, di nome Mehrabad.
A Mehrabad affittammo una grande casa a due piani dall'atmosfera strana. La famiglia convenne che il pianterreno sarebbe toccato a Bibi Fatemeh, a zia Khadijeh e alle loro famiglie, e che il piano di sopra sarebbe stato tutto della nostra piccola famiglia: mio padre, Faezeh, la piccola Maryam e io.
Quel trasloco definì la nostra vita sulla linea sottile che separa il frastuono dalla solitudine. Il piano di sotto era sempre pieno di rumore, dell'andirivieni dei parenti, del rumore della macchina da cucire di zia Khadijeh e del baccano di Sina e degli altri; ma quando risalivamo i gradini di cemento e mettevamo piede al piano di sopra, un silenzio strano e pungente ci prendeva subito fra le braccia. Le mie sorelle, Faezeh e Maryam, stanche dei giochi di sotto, si addormentavano presto, ma per me, a tredici o quattordici anni, l'assenza tangibile di mia madre restava incredibile e simile a una ferita che non guarisce.
Durante quelle notti di Mehrabad, il mio primo e ultimo rifugio fu il cielo.
Quando il silenzio assoluto regnava sulla casa e mio padre si addormentava, assorto nei suoi strani pensieri, salivo a passi felpati la scala del tetto. Là, sotto la volta blu notte e infinita del cielo, mi inginocchiavo sul bordo dei muretti di fango, alzavo la testa verso le stelle e cominciavo a mormorare. Le lacrime mi scorrevano senza rumore sulle guance e facevo arrivare a mia madre Marzieh tutti i dolori che avevo trattenuto nel mio piccolo petto lungo tutta la giornata. Credevo profondamente, con la mia fede di bambino, che lei fosse seduta da qualche parte fra quei punti luminosi e che ascoltasse i lamenti di suo figlio.
Non lo dimenticherò mai; in una di quelle fredde notti d'autunno, mentre guardavo il cielo supplicando, un meteorite apparve d'improvviso con una velocità abbagliante nel cuore delle tenebre, tracciò una linea sottile e brillante di luce e svanì in una frazione di secondo. In quell'istante il mio cuore si fermò. Tutto il mio essere si accese di una strana emozione. Nella mia testa sognante e ferita immaginai che quello fosse il segno che le chiedevo; che fosse il sussurro e la risposta di mia madre Marzieh che, a leghe di distanza, mi diceva: «Mohsen mio, non affliggerti... ti sento, veglio su di te...»
## Parte seconda: Zia Tahereh e la scatola magica del Nintendo
La nostra vita al piano di sopra di quella casa in affitto a Mehrabad scorreva in un silenzio continuo e grigio. Era come se i gradini di cemento che ci collegavano al pianterreno fossero il confine fra due mondi completamente diversi; di sotto scorrevano il rumore, l'andirivieni dei parenti, il rumore della macchina da cucire di zia Khadijeh e il baccano di Sina, ma al piano di sopra il tempo si era fermato e ogni angolo della casa ci sbatteva in faccia il posto vuoto di mia madre Marzieh. Mio padre Zaher, che sembrava avere lasciato nel lutto di Marzieh tutta la sua forza e tutta la sua asprezza di un tempo, era diventato un uomo più quieto, più dolce e profondamente triste, che passava la maggior parte delle sue ore libere in silenzio e nel fumo di una sigaretta, da solo. Faezeh, Maryam e io eravamo rannicchiati ciascuno nella propria solitudine, e ogni notte, sul tetto, raccontavo alle stelle cadenti i dolori dei miei tredici anni.
Finché un pomeriggio come tanti si sentì bussare piano e con garbo alla porta del piano di sopra. La porta si aprì ed entrò con mio padre una donna giovane, curatissima e piena di dignità. L'avevo già vista qualche volta nelle vecchie riunioni di famiglia e la chiamavamo «zia Tahereh». Era una parente di uno dei generi di Bibi Fatemeh. Tahereh ripiegò il chador con compostezza, si sedette accanto a noi e ci guardò con i suoi occhi nocciola traboccanti di bontà. Il suo sguardo non aveva né la pietà fastidiosa dei vicini né la durezza dei giudizi della famiglia; nei suoi occhi ondeggiava una luce di comprensione e di tenerezza pura.
Zia Tahereh quel giorno non era venuta a mani vuote. Posò sul tappeto del piano di sopra un grande pacco regalo dai colori vivaci e disse con un sorriso caloroso: «È per voi, ragazzi...» Faezeh, Maryam e io facemmo cerchio intorno alla scatola, pieni di curiosità. Quando l'aprimmo, i nostri occhi brillarono di stupore: una console di gioco Nintendo!
In quegli anni in cui il Nintendo a 8 bit era uno dei più grandi sogni della nostra infanzia, vedere quella macchina color crema con le sue due manopole rosse e la famosa cartuccia di «Super Mario» aveva del miracoloso, al piano di sopra di casa nostra. Mio padre, aiutato da Tahereh, collegò i fili colorati del Nintendo al vecchio televisore del piano di sopra. Appena l'apparecchio si accese e risuonarono i bip ritmici, elettronici e allegri del gioco, l'atmosfera cupa e listata a lutto della nostra casa andò d'improvviso in pezzi.
Le mie sorelle e io afferrammo le manopole senza volerlo e il cortile che dividevamo con Bibi, di sotto, si riempì finalmente, dopo mesi di silenzio, dei nostri evviva, delle nostre risate e delle nostre grida di gioia. Zia Tahereh rimase per tutto il tempo seduta accanto al televisore, ci guidava e ci incoraggiava con tutto il cuore a ogni nostro successo nel gioco.
Man mano che le visite di Tahereh si ripetevano, i mutamenti interiori di mio padre Zaher si videro uno dopo l'altro. Lui che per mesi non era stato che un'ombra fredda di se stesso rideva di nuovo, si occupava delle faccende di casa con più slancio, e i suoi occhi spenti avevano ripreso vita. Noi bambini capimmo molto presto che la presenza premurosa di Tahereh andava oltre il semplice vicinato e annunciava in casa nostra una stagione nuova e vitale.
Finché venne quel giorno d'estate caldo e soleggiato in cui mio padre decise di portarci a passeggio nella città storica di Isfahan. Quando il vecchio motore dell'automobile si accese, zia Tahereh si rassettò il chador sulla spalla con la sua consueta compostezza e si sedette sul sedile davanti, proprio accanto a mio padre. Faezeh, Maryam e io eravamo stretti sul sedile di pelle dietro. Da lì, da dietro, guardare la larghezza delle spalle di mio padre e il profilo dignitoso di Tahereh nella luce del giorno aveva qualcosa di strano. Era come se fosse appena apparsa l'immagine di una famiglia nuova, e io non sapevo ancora come affrontarla.
Non avevamo fatto più di qualche chilometro ed eravamo appena partiti quando mio padre, a quanto pare, non riuscì più a trattenere fino a Isfahan quell'ardore, quella fretta e quell'apprensione nascosta nel petto. Aveva un po' di premura; voleva, prima che i nostri occhi incontrassero il tumulto dello Zayandeh-Rud e lo splendore della piazza Naqsh-e Jahan, mettere in chiaro con noi il suo cuore. Rallentò un poco, lanciò un'occhiata a Tahereh che, con un pudore tutto femminile, voltò la testa verso il finestrino e si perse nel paesaggio, poi regolò lo specchietto centrale in modo da vedere gli occhi di noi tre sul sedile dietro. Con voce dolce ma tremante, dove correva una vibrazione di speranza e di angoscia, chiese: «Ragazzi... vi piacerebbe che zia Tahereh venisse a vivere con noi per sempre?»
Faezeh e la piccola Maryam, senza esitare un secondo, saltarono di gioia sul sedile dietro, batterono le mani e gridarono evviva. Ma io... io mi impietrii sul mio posto. Tacqui e rimasi con gli occhi fissi sulla strada davanti a noi. Una tempesta di contraddizioni si levò nel mio petto; da un lato amavo profondamente zia Tahereh e desideravo che mio padre gustasse di nuovo la felicità; dall'altro, una paura paralizzante, vicina al rimorso, mi stringeva la gola. Mi dicevo che se avessi accettato Tahereh come una nuova madre, avrebbe voluto dire tradire il ricordo di mia madre Marzieh e quella tomba solitaria del quartiere Golestan.
La mia mano destra scivolò senza volerlo nella tasca dei pantaloni. La chiave vera se n'era andata con Marzieh e s'era perduta, ma la traccia immaginaria di quella vecchia ferita sulla prima falange dell'indice bruciava ancora. Strinsi il pugno in tasca perché nessuno, davanti, notasse il suo tremito né il segreto schiacciante che portavo.
Ma Tahereh era troppo paziente e troppo generosa per imporre la propria accettazione all'adolescente ferito che ero. Con una catena invisibile di tenerezza silenziosa prese di mira i muri innalzati intorno al mio cuore. Nei giorni seguenti risalì ancora i gradini del piano di sopra di Mehrabad; passava del tempo con noi al Nintendo, cucinava i nostri piatti preferiti, aiutava con pazienza Faezeh nei compiti difficili e prendeva nella sua la manina di Maryam. Non giocò mai a fare la madre né cercò di usurpare il posto vuoto di «Marzieh»; onorò invece la sua tomba e costruì umilmente, per sé, una casa nuova e traboccante d'amore nei nostri cuori incrinati.
La nostra vita al piano di sopra di quella casa in affitto a Mehrabad scorreva in un silenzio continuo e grigio. Era come se i gradini di cemento che ci collegavano al pianterreno fossero il confine fra due mondi completamente diversi; di sotto scorrevano il rumore, l'andirivieni dei parenti, il rumore della macchina da cucire di zia Khadijeh e il baccano di Sina, ma al piano di sopra il tempo si era fermato e ogni angolo della casa ci sbatteva in faccia il posto vuoto di mia madre Marzieh. Mio padre Zaher, che sembrava avere lasciato nel lutto di Marzieh tutta la sua forza e tutta la sua asprezza di un tempo, era diventato un uomo più quieto, più dolce e profondamente triste, che passava la maggior parte delle sue ore libere in silenzio e nel fumo di una sigaretta, da solo. Faezeh, Maryam e io eravamo rannicchiati ciascuno nella propria solitudine, e ogni notte, sul tetto, raccontavo alle stelle cadenti i dolori dei miei tredici anni.
Finché un pomeriggio come tanti si sentì bussare piano e con garbo alla porta del piano di sopra. La porta si aprì ed entrò con mio padre una donna giovane, curatissima e piena di dignità. L'avevo già vista qualche volta nelle vecchie riunioni di famiglia e la chiamavamo «zia Tahereh». Era una parente di uno dei generi di Bibi Fatemeh. Tahereh ripiegò il chador con compostezza, si sedette accanto a noi e ci guardò con i suoi occhi nocciola traboccanti di bontà. Il suo sguardo non aveva né la pietà fastidiosa dei vicini né la durezza dei giudizi della famiglia; nei suoi occhi ondeggiava una luce di comprensione e di tenerezza pura.
Zia Tahereh quel giorno non era venuta a mani vuote. Posò sul tappeto del piano di sopra un grande pacco regalo dai colori vivaci e disse con un sorriso caloroso: «È per voi, ragazzi...» Faezeh, Maryam e io facemmo cerchio intorno alla scatola, pieni di curiosità. Quando l'aprimmo, i nostri occhi brillarono di stupore: una console di gioco Nintendo!
In quegli anni in cui il Nintendo a 8 bit era uno dei più grandi sogni della nostra infanzia, vedere quella macchina color crema con le sue due manopole rosse e la famosa cartuccia di «Super Mario» aveva del miracoloso, al piano di sopra di casa nostra. Mio padre, aiutato da Tahereh, collegò i fili colorati del Nintendo al vecchio televisore del piano di sopra. Appena l'apparecchio si accese e risuonarono i bip ritmici, elettronici e allegri del gioco, l'atmosfera cupa e listata a lutto della nostra casa andò d'improvviso in pezzi.
Le mie sorelle e io afferrammo le manopole senza volerlo e il cortile che dividevamo con Bibi, di sotto, si riempì finalmente, dopo mesi di silenzio, dei nostri evviva, delle nostre risate e delle nostre grida di gioia. Zia Tahereh rimase per tutto il tempo seduta accanto al televisore, ci guidava e ci incoraggiava con tutto il cuore a ogni nostro successo nel gioco.
Man mano che le visite di Tahereh si ripetevano, i mutamenti interiori di mio padre Zaher si videro uno dopo l'altro. Lui che per mesi non era stato che un'ombra fredda di se stesso rideva di nuovo, si occupava delle faccende di casa con più slancio, e i suoi occhi spenti avevano ripreso vita. Noi bambini capimmo molto presto che la presenza premurosa di Tahereh andava oltre il semplice vicinato e annunciava in casa nostra una stagione nuova e vitale.
Finché venne quel giorno d'estate caldo e soleggiato in cui mio padre decise di portarci a passeggio nella città storica di Isfahan. Quando il vecchio motore dell'automobile si accese, zia Tahereh si rassettò il chador sulla spalla con la sua consueta compostezza e si sedette sul sedile davanti, proprio accanto a mio padre. Faezeh, Maryam e io eravamo stretti sul sedile di pelle dietro. Da lì, da dietro, guardare la larghezza delle spalle di mio padre e il profilo dignitoso di Tahereh nella luce del giorno aveva qualcosa di strano. Era come se fosse appena apparsa l'immagine di una famiglia nuova, e io non sapevo ancora come affrontarla.
Non avevamo fatto più di qualche chilometro ed eravamo appena partiti quando mio padre, a quanto pare, non riuscì più a trattenere fino a Isfahan quell'ardore, quella fretta e quell'apprensione nascosta nel petto. Aveva un po' di premura; voleva, prima che i nostri occhi incontrassero il tumulto dello Zayandeh-Rud e lo splendore della piazza Naqsh-e Jahan, mettere in chiaro con noi il suo cuore. Rallentò un poco, lanciò un'occhiata a Tahereh che, con un pudore tutto femminile, voltò la testa verso il finestrino e si perse nel paesaggio, poi regolò lo specchietto centrale in modo da vedere gli occhi di noi tre sul sedile dietro. Con voce dolce ma tremante, dove correva una vibrazione di speranza e di angoscia, chiese: «Ragazzi... vi piacerebbe che zia Tahereh venisse a vivere con noi per sempre?»
Faezeh e la piccola Maryam, senza esitare un secondo, saltarono di gioia sul sedile dietro, batterono le mani e gridarono evviva. Ma io... io mi impietrii sul mio posto. Tacqui e rimasi con gli occhi fissi sulla strada davanti a noi. Una tempesta di contraddizioni si levò nel mio petto; da un lato amavo profondamente zia Tahereh e desideravo che mio padre gustasse di nuovo la felicità; dall'altro, una paura paralizzante, vicina al rimorso, mi stringeva la gola. Mi dicevo che se avessi accettato Tahereh come una nuova madre, avrebbe voluto dire tradire il ricordo di mia madre Marzieh e quella tomba solitaria del quartiere Golestan.
La mia mano destra scivolò senza volerlo nella tasca dei pantaloni. La chiave vera se n'era andata con Marzieh e s'era perduta, ma la traccia immaginaria di quella vecchia ferita sulla prima falange dell'indice bruciava ancora. Strinsi il pugno in tasca perché nessuno, davanti, notasse il suo tremito né il segreto schiacciante che portavo.
Ma Tahereh era troppo paziente e troppo generosa per imporre la propria accettazione all'adolescente ferito che ero. Con una catena invisibile di tenerezza silenziosa prese di mira i muri innalzati intorno al mio cuore. Nei giorni seguenti risalì ancora i gradini del piano di sopra di Mehrabad; passava del tempo con noi al Nintendo, cucinava i nostri piatti preferiti, aiutava con pazienza Faezeh nei compiti difficili e prendeva nella sua la manina di Maryam. Non giocò mai a fare la madre né cercò di usurpare il posto vuoto di «Marzieh»; onorò invece la sua tomba e costruì umilmente, per sé, una casa nuova e traboccante d'amore nei nostri cuori incrinati.
## Parte terza: Una chiave nuova nella serratura del cuore e la voce di Nejat
Lasciare la casa rumorosa di Bibi Fatemeh e diventare indipendenti a Mehrabad fu il nostro primo passo per sfuggire ai ricordi pesanti del passato. Liberammo il piano di sopra di quella grande casa a due livelli, saldato al frastuono del pianterreno di Bibi, e ce ne andammo in una casa tutta nostra, affittata nella stessa città di Mehrabad. Quel trasloco restituì alle nostre quattro mura, per la prima volta dopo mesi di tensione e di lutto, un senso di calma e di sicurezza vere. In quel nuovo territorio indipendente zia Tahereh non era più un'ospite di passaggio; si annodava a poco a poco alla trama dei nostri giorni e costruiva, con la sua pazienza sconfinata, una casa nuova nei nostri cuori incrinati.
Tahereh aveva un talento strano per resuscitare il sapore perduto della vita. Non cercò mai di usurpare il posto vuoto e sacro di mia madre Marzieh né di cancellarne l'immagine dalla nostra memoria; al contrario, con umiltà piena, onorava la tomba solitaria di Marzieh e metteva le proprie radici in un altro angolo dei nostri cuori. Passava del tempo con noi davanti al vecchio Nintendo, aiutava con pazienza Faezeh e Maryam nei compiti, e il profumo dei suoi piatti squisiti riportava in casa nostra l'anima calda di una famiglia.
Durante quei primi mesi, adolescente di tredici anni, mi ero filato un bozzolo di silenzio e di ritiro. Avevo la sensazione che ogni sorriso rivolto a Tahereh, ogni passo verso l'intimità con lei, tracciasse una linea di oblio sulla tomba di mia madre, nel quartiere Golestan. Mi capitava, per i miei conflitti interiori, di litigare con lei o con mio padre, e poi di essere sommerso dal rimorso; ma Tahereh non rispose mai con asprezza alla mia collera o alla mia freddezza. Con una catena di tenerezza silenziosa, anello dopo anello, faceva cadere i muri di cemento innalzati intorno al mio cuore.
Una sera una pioggia violenta batteva sul tetto della nostra casa indipendente di Mehrabad. Il buon odore della cucina di Tahereh riempiva il salotto e lei stava in piedi accanto al samovar acceso, a versare il tè. Faezeh, Maryam e io ci eravamo radunati nella nostra stanza. Uno sguardo circolò fra noi; una decisione immensa e non scritta, che non aveva bisogno di parole, prese vita nei nostri occhi. Uscimmo dalla stanza e ci mettemmo accanto a Tahereh. Tutti e tre insieme, con una voce dove correvano l'imbarazzo, la commozione e un amore puro, la chiamammo: «Mamma...»
La mano di Tahereh si bloccò sulla teiera a rose. Si voltò lentamente. Lacrime di gioia le scesero dagli occhi nocciola; posò il vassoio del tè sulla credenza e, senza dire una parola, ci strinse tutti e tre nel suo abbraccio caldo e materno. Quell'abbraccio fu la fine del nostro limbo; un patto nuovo che, grazie ai suoi sacrifici senza limiti, dura ancora oggi.
Un anno e mezzo dopo quel crollo eterno, la nostra casa indipendente di Mehrabad fu benedetta da una luce nuova e sacra. In una giornata di sole, il grido di un neonato risuonò nella casa e mio padre, Zaher, lo prese fra le braccia con gli occhi traboccanti di lacrime di gioia. Mio padre lo chiamò «Nejat» — la salvezza. Quel nome non aveva nulla di casuale; Nejat era per lui il simbolo della liberazione, del riscatto e della salvezza strappata a tutte le catene del passato: l'errare di Najaf, il trauma del lutto e il bozzolo grigio dei giorni di solitudine. Con l'arrivo di quel piccolo angelo, le sue risate e le sue grida di bambina trasformarono del tutto l'aria della nostra casa. Le mie sorelle e io restavamo per ore seduti intorno alla sua culla, le accarezzavamo i piedini, e mio padre, contemplando quel quadro di famiglia finalmente completo, tornava a vivere.
Ma dietro quel paradiso appena nato, una vecchia ossessione, incontrollabile, si era riaccesa nella testa di mio padre. Non aveva stretto alcun legame profondo con la vita in Iran; il dolore di non avere uno stato civile, l'etichetta eterna di «immigrato di origine irachena», le discriminazioni quotidiane e l'ombra del vecchio rancore della famiglia di mia madre, che ci minacciava di continuo, lo avevano disgustato dal restare. Ogni notte vegliava, misurava a passi l'oscurità del salotto nella sua insonnia, accendeva una sigaretta dopo l'altra e parlava dell'Australia; quella terra da sogno dalle occasioni senza limiti, dove l'oceano sapeva di libertà e la gente era buona e civile.
Ogni volta che ci sedevamo a Mehrabad intorno alla tovaglia del pranzo o della cena, mio padre mi fissava con uno sguardo profondo e carico di responsabilità. Sapeva bene che suo figlio di tredici anni aveva un temperamento pieno di ardore, di curiosità e di audacia. Mi posava la mano sulla spalla e diceva con tono grave e paterno: «Mohsen, tu sei il maggiore. Quando io non ci sarò, la chiave di questa casa è nelle tue mani. Dovrai essere forte.»
Mio padre usava la parola «chiave» come metafora della custodia e della protezione della casa; ma non sapeva quale tempesta quella parola scatenasse in me. Non sapeva che nello stesso istante io stringevo senza volerlo il pugno destro in fondo alla tasca per nascondere il tremito della mano. La chiave materiale se n'era andata con mia madre Marzieh e s'era perduta per sempre, ma lo spettro del rimorso di quel pomeriggio di maggio bruciava come una ferita invisibile sul mio indice. Con il cuore stretto sorridevo a mio padre e annuivo, mentre nascondevo in un silenzio assoluto il segreto di quella chiave e il suo peso. Non sapevo ancora quale prezzo, alto e sanguinoso, mio padre avrebbe pagato per comprare il biglietto del sogno australiano...
Lasciare la casa rumorosa di Bibi Fatemeh e diventare indipendenti a Mehrabad fu il nostro primo passo per sfuggire ai ricordi pesanti del passato. Liberammo il piano di sopra di quella grande casa a due livelli, saldato al frastuono del pianterreno di Bibi, e ce ne andammo in una casa tutta nostra, affittata nella stessa città di Mehrabad. Quel trasloco restituì alle nostre quattro mura, per la prima volta dopo mesi di tensione e di lutto, un senso di calma e di sicurezza vere. In quel nuovo territorio indipendente zia Tahereh non era più un'ospite di passaggio; si annodava a poco a poco alla trama dei nostri giorni e costruiva, con la sua pazienza sconfinata, una casa nuova nei nostri cuori incrinati.
Tahereh aveva un talento strano per resuscitare il sapore perduto della vita. Non cercò mai di usurpare il posto vuoto e sacro di mia madre Marzieh né di cancellarne l'immagine dalla nostra memoria; al contrario, con umiltà piena, onorava la tomba solitaria di Marzieh e metteva le proprie radici in un altro angolo dei nostri cuori. Passava del tempo con noi davanti al vecchio Nintendo, aiutava con pazienza Faezeh e Maryam nei compiti, e il profumo dei suoi piatti squisiti riportava in casa nostra l'anima calda di una famiglia.
Durante quei primi mesi, adolescente di tredici anni, mi ero filato un bozzolo di silenzio e di ritiro. Avevo la sensazione che ogni sorriso rivolto a Tahereh, ogni passo verso l'intimità con lei, tracciasse una linea di oblio sulla tomba di mia madre, nel quartiere Golestan. Mi capitava, per i miei conflitti interiori, di litigare con lei o con mio padre, e poi di essere sommerso dal rimorso; ma Tahereh non rispose mai con asprezza alla mia collera o alla mia freddezza. Con una catena di tenerezza silenziosa, anello dopo anello, faceva cadere i muri di cemento innalzati intorno al mio cuore.
Una sera una pioggia violenta batteva sul tetto della nostra casa indipendente di Mehrabad. Il buon odore della cucina di Tahereh riempiva il salotto e lei stava in piedi accanto al samovar acceso, a versare il tè. Faezeh, Maryam e io ci eravamo radunati nella nostra stanza. Uno sguardo circolò fra noi; una decisione immensa e non scritta, che non aveva bisogno di parole, prese vita nei nostri occhi. Uscimmo dalla stanza e ci mettemmo accanto a Tahereh. Tutti e tre insieme, con una voce dove correvano l'imbarazzo, la commozione e un amore puro, la chiamammo: «Mamma...»
La mano di Tahereh si bloccò sulla teiera a rose. Si voltò lentamente. Lacrime di gioia le scesero dagli occhi nocciola; posò il vassoio del tè sulla credenza e, senza dire una parola, ci strinse tutti e tre nel suo abbraccio caldo e materno. Quell'abbraccio fu la fine del nostro limbo; un patto nuovo che, grazie ai suoi sacrifici senza limiti, dura ancora oggi.
Un anno e mezzo dopo quel crollo eterno, la nostra casa indipendente di Mehrabad fu benedetta da una luce nuova e sacra. In una giornata di sole, il grido di un neonato risuonò nella casa e mio padre, Zaher, lo prese fra le braccia con gli occhi traboccanti di lacrime di gioia. Mio padre lo chiamò «Nejat» — la salvezza. Quel nome non aveva nulla di casuale; Nejat era per lui il simbolo della liberazione, del riscatto e della salvezza strappata a tutte le catene del passato: l'errare di Najaf, il trauma del lutto e il bozzolo grigio dei giorni di solitudine. Con l'arrivo di quel piccolo angelo, le sue risate e le sue grida di bambina trasformarono del tutto l'aria della nostra casa. Le mie sorelle e io restavamo per ore seduti intorno alla sua culla, le accarezzavamo i piedini, e mio padre, contemplando quel quadro di famiglia finalmente completo, tornava a vivere.
Ma dietro quel paradiso appena nato, una vecchia ossessione, incontrollabile, si era riaccesa nella testa di mio padre. Non aveva stretto alcun legame profondo con la vita in Iran; il dolore di non avere uno stato civile, l'etichetta eterna di «immigrato di origine irachena», le discriminazioni quotidiane e l'ombra del vecchio rancore della famiglia di mia madre, che ci minacciava di continuo, lo avevano disgustato dal restare. Ogni notte vegliava, misurava a passi l'oscurità del salotto nella sua insonnia, accendeva una sigaretta dopo l'altra e parlava dell'Australia; quella terra da sogno dalle occasioni senza limiti, dove l'oceano sapeva di libertà e la gente era buona e civile.
Ogni volta che ci sedevamo a Mehrabad intorno alla tovaglia del pranzo o della cena, mio padre mi fissava con uno sguardo profondo e carico di responsabilità. Sapeva bene che suo figlio di tredici anni aveva un temperamento pieno di ardore, di curiosità e di audacia. Mi posava la mano sulla spalla e diceva con tono grave e paterno: «Mohsen, tu sei il maggiore. Quando io non ci sarò, la chiave di questa casa è nelle tue mani. Dovrai essere forte.»
Mio padre usava la parola «chiave» come metafora della custodia e della protezione della casa; ma non sapeva quale tempesta quella parola scatenasse in me. Non sapeva che nello stesso istante io stringevo senza volerlo il pugno destro in fondo alla tasca per nascondere il tremito della mano. La chiave materiale se n'era andata con mia madre Marzieh e s'era perduta per sempre, ma lo spettro del rimorso di quel pomeriggio di maggio bruciava come una ferita invisibile sul mio indice. Con il cuore stretto sorridevo a mio padre e annuivo, mentre nascondevo in un silenzio assoluto il segreto di quella chiave e il suo peso. Non sapevo ancora quale prezzo, alto e sanguinoso, mio padre avrebbe pagato per comprare il biglietto del sogno australiano...
## Parte quarta: Il prezzo alto del volo e la partenza silenziosa all'alba
Dopo quel crepuscolo sinistro di maggio, nel quartiere Golestan, quella chiave di ferro grezza non tornò mai più nella tasca dei miei pantaloni di adolescente. Mia madre Marzieh me l'aveva presa nel cortile sul retro della casa di Bibi, l'aveva portata via con sé e, andandosene, aveva chiuso per sempre la serratura di casa nostra sulla sua presenza. La chiave materiale scomparve per sempre nella polvere di quel dramma, ma lo spettro pesante di quel metallo freddo rimase una ferita invisibile che nascondevo, per tutti i miei anni d'adolescenza a Mehrabad, sotto i pugni serrati; un segreto di cui in casa nessuno era a conoscenza.
La nostra vita a Mehrabad aveva ripreso consistenza con la presenza affettuosa di mamma Tahereh e le risate del piccolo Nejat. Amavo di cuore tutti i membri della famiglia di mia madre; i miei zii e le mie zie materne erano brava gente, a cui una parte del cuore si era spezzata alla partenza di Marzieh, e non abbiamo mai nutrito rancore contro di loro. Ma fra loro zio Reza era un'altra storia.
Era il fratello maggiore di mia madre e il lutto schiacciante di Marzieh gli aveva lasciato l'anima sconvolta e senza pace. Zio Reza, con i suoi scatti di brutalità, portava a volte turbamento e tensione in casa nostra, e ce l'aveva con mio padre Zaher; ma noi, i bambini, malgrado tutto il rispetto che avevamo per lui, prendevamo senza volerlo e con tutta l'anima le parti di nostro padre in ogni tempesta e in ogni scontro. Mio padre era il nostro mondo intero, e vedere la sua sofferenza era una frustata sulla nostra innocenza. A questo si aggiungeva che l'apolidia, il dolore di non avere uno stato civile e l'etichetta eterna di «immigrato di origine irachena» disgustavano ogni giorno di più mio padre dal restare a Mehrabad.
Un pomeriggio mio padre tornò a casa dalla farmacia di Mehrabad dove lavorava. Quando la porta si aprì, restammo tutti impietriti d'orrore. Il suo viso paziente e bello era coperto di sangue e di lividi, e i denti davanti erano rotti. Faezeh e Maryam gli fecero cerchio intorno gridando, e Tahereh, sconvolta, andò a prendergli dell'acqua. Mio padre dapprima tacque, ma davanti alla nostra insistenza e alle nostre lacrime finì per dire la verità con voce debole: zio Reza, avendo saputo del suo progetto di emigrare in Australia, si era scagliato quel giorno sulla farmacia, lo aveva riempito di pugni e di calci e lo aveva ferito gravemente per distoglierlo dall'idea di partire. Aveva gridato con furore che se non si fosse tolto dalla testa l'idea di lasciare l'Iran, avrebbe avuto a che fare con conseguenze ben peggiori.
Quei colpi spietati, invece di spaventare mio padre, affilarono la sua volontà d'acciaio. Malgrado le labbra ferite e il viso dolorante, mi piantò gli occhi negli occhi e disse con fermezza incrollabile: «Non si tratta soltanto di me, si tratta dell'avvenire di tutti noi. Queste catene devono essere spezzate perché io possa darvi, a voi ragazzi, una possibilità di vivere in un paese libero e senza queste discriminazioni.» E noi, in quell'istante, ci schierammo dietro nostro padre più che mai e gli stringemmo le mani stanche.
Poco tempo dopo, Hamid — il marito di zia Roya — venne a trovare mio padre di nascosto. Diceva di conoscere un passatore di fiducia, che conosceva le rotte per l'Australia come le proprie tasche e che garantiva il suo lavoro. Ma Hamid poneva una condizione essenziale: mio padre avrebbe dovuto farsi carico anche del prezzo del suo viaggio e sarebbero partiti insieme.
Era una decisione di peso. Mettere insieme il prezzo di un viaggio così pericoloso equivaleva per noi a spostare una montagna. Ma quando è in gioco il sogno della libertà, ci si spoglia di tutto ciò che si possiede. Mio padre si rimboccò le maniche; mise all'asta il piccolo terreno che aveva, la sua bottega di erboristeria e perfino l'automobile. Anche mamma Tahereh, in un gesto di sacrificio che non dimenticherò mai, vendette tutto il suo oro e le sue stoviglie di valore. Anche Hamid convertì in denaro contante tutto ciò che possedeva.
Era quasi incredibile: tutto il patrimonio svenduto di due grandi famiglie non raggiunse che diecimila dollari americani! Ecco tutta la nostra fortuna per comprare il biglietto di una vita nuova. Con quel denaro mio padre comprò due biglietti di sola andata per Kuala Lumpur, da dove avrebbero preso la strada dell'oceano verso l'Australia. Il passatore aveva promesso che tre mesi dopo l'arrivo di mio padre in Australia noi lo avremmo raggiunto legalmente.
La notte prima della partenza, la nostra casa di Mehrabad conobbe la serata più affollata della sua storia. Hamid e la sua famiglia avevano portato da noi i mobili che restavano loro. Parenti, vicini e amici erano venuti a salutare. La nostra casa era un misto di pianti, di preghiere, di acqua versata in offerta e di grandi speranze.
Quella sera Faezeh, Maryam e io ci mettemmo un'ultima volta davanti al letto di mio padre per dirgli «buonanotte». Ci strinse forte fra le braccia e ci accarezzò. Vidi i suoi occhi stanchi ma pieni di speranza e pensavamo che l'indomani, presto, mi sarei svegliato e lo avrei guardato prepararsi.
Ma la mattina dopo, quando il pallido sole di Mehrabad si insinuò dietro i vetri, mi svegliai di soprassalto e corsi nella stanza. Il divano era vuoto. Le valigie non c'erano più. Mio padre era partito... Mamma Tahereh, gli occhi arrossati dal pianto, cullava la culla di Nejat e disse piano: «Vostro padre non avrebbe sopportato le vostre lacrime né un addio in piena regola... Prestissimo stamattina, prima dell'alba, vi ha coperti di baci uno dopo l'altro mentre dormivate, le sue lacrime sono cadute sui vostri visi, ed è partito senza rumore nell'oscurità del mattino...»
Eravamo in piedi sulla soglia della casa vuota e il vento freddo del mattino agitava le tende. Mio padre era partito a costruire per noi un paradiso in mezzo agli oceani, senza sapere che una tempesta spaventosa lo aspettava sulle coste dell'Indonesia...
Dopo quel crepuscolo sinistro di maggio, nel quartiere Golestan, quella chiave di ferro grezza non tornò mai più nella tasca dei miei pantaloni di adolescente. Mia madre Marzieh me l'aveva presa nel cortile sul retro della casa di Bibi, l'aveva portata via con sé e, andandosene, aveva chiuso per sempre la serratura di casa nostra sulla sua presenza. La chiave materiale scomparve per sempre nella polvere di quel dramma, ma lo spettro pesante di quel metallo freddo rimase una ferita invisibile che nascondevo, per tutti i miei anni d'adolescenza a Mehrabad, sotto i pugni serrati; un segreto di cui in casa nessuno era a conoscenza.
La nostra vita a Mehrabad aveva ripreso consistenza con la presenza affettuosa di mamma Tahereh e le risate del piccolo Nejat. Amavo di cuore tutti i membri della famiglia di mia madre; i miei zii e le mie zie materne erano brava gente, a cui una parte del cuore si era spezzata alla partenza di Marzieh, e non abbiamo mai nutrito rancore contro di loro. Ma fra loro zio Reza era un'altra storia.
Era il fratello maggiore di mia madre e il lutto schiacciante di Marzieh gli aveva lasciato l'anima sconvolta e senza pace. Zio Reza, con i suoi scatti di brutalità, portava a volte turbamento e tensione in casa nostra, e ce l'aveva con mio padre Zaher; ma noi, i bambini, malgrado tutto il rispetto che avevamo per lui, prendevamo senza volerlo e con tutta l'anima le parti di nostro padre in ogni tempesta e in ogni scontro. Mio padre era il nostro mondo intero, e vedere la sua sofferenza era una frustata sulla nostra innocenza. A questo si aggiungeva che l'apolidia, il dolore di non avere uno stato civile e l'etichetta eterna di «immigrato di origine irachena» disgustavano ogni giorno di più mio padre dal restare a Mehrabad.
Un pomeriggio mio padre tornò a casa dalla farmacia di Mehrabad dove lavorava. Quando la porta si aprì, restammo tutti impietriti d'orrore. Il suo viso paziente e bello era coperto di sangue e di lividi, e i denti davanti erano rotti. Faezeh e Maryam gli fecero cerchio intorno gridando, e Tahereh, sconvolta, andò a prendergli dell'acqua. Mio padre dapprima tacque, ma davanti alla nostra insistenza e alle nostre lacrime finì per dire la verità con voce debole: zio Reza, avendo saputo del suo progetto di emigrare in Australia, si era scagliato quel giorno sulla farmacia, lo aveva riempito di pugni e di calci e lo aveva ferito gravemente per distoglierlo dall'idea di partire. Aveva gridato con furore che se non si fosse tolto dalla testa l'idea di lasciare l'Iran, avrebbe avuto a che fare con conseguenze ben peggiori.
Quei colpi spietati, invece di spaventare mio padre, affilarono la sua volontà d'acciaio. Malgrado le labbra ferite e il viso dolorante, mi piantò gli occhi negli occhi e disse con fermezza incrollabile: «Non si tratta soltanto di me, si tratta dell'avvenire di tutti noi. Queste catene devono essere spezzate perché io possa darvi, a voi ragazzi, una possibilità di vivere in un paese libero e senza queste discriminazioni.» E noi, in quell'istante, ci schierammo dietro nostro padre più che mai e gli stringemmo le mani stanche.
Poco tempo dopo, Hamid — il marito di zia Roya — venne a trovare mio padre di nascosto. Diceva di conoscere un passatore di fiducia, che conosceva le rotte per l'Australia come le proprie tasche e che garantiva il suo lavoro. Ma Hamid poneva una condizione essenziale: mio padre avrebbe dovuto farsi carico anche del prezzo del suo viaggio e sarebbero partiti insieme.
Era una decisione di peso. Mettere insieme il prezzo di un viaggio così pericoloso equivaleva per noi a spostare una montagna. Ma quando è in gioco il sogno della libertà, ci si spoglia di tutto ciò che si possiede. Mio padre si rimboccò le maniche; mise all'asta il piccolo terreno che aveva, la sua bottega di erboristeria e perfino l'automobile. Anche mamma Tahereh, in un gesto di sacrificio che non dimenticherò mai, vendette tutto il suo oro e le sue stoviglie di valore. Anche Hamid convertì in denaro contante tutto ciò che possedeva.
Era quasi incredibile: tutto il patrimonio svenduto di due grandi famiglie non raggiunse che diecimila dollari americani! Ecco tutta la nostra fortuna per comprare il biglietto di una vita nuova. Con quel denaro mio padre comprò due biglietti di sola andata per Kuala Lumpur, da dove avrebbero preso la strada dell'oceano verso l'Australia. Il passatore aveva promesso che tre mesi dopo l'arrivo di mio padre in Australia noi lo avremmo raggiunto legalmente.
La notte prima della partenza, la nostra casa di Mehrabad conobbe la serata più affollata della sua storia. Hamid e la sua famiglia avevano portato da noi i mobili che restavano loro. Parenti, vicini e amici erano venuti a salutare. La nostra casa era un misto di pianti, di preghiere, di acqua versata in offerta e di grandi speranze.
Quella sera Faezeh, Maryam e io ci mettemmo un'ultima volta davanti al letto di mio padre per dirgli «buonanotte». Ci strinse forte fra le braccia e ci accarezzò. Vidi i suoi occhi stanchi ma pieni di speranza e pensavamo che l'indomani, presto, mi sarei svegliato e lo avrei guardato prepararsi.
Ma la mattina dopo, quando il pallido sole di Mehrabad si insinuò dietro i vetri, mi svegliai di soprassalto e corsi nella stanza. Il divano era vuoto. Le valigie non c'erano più. Mio padre era partito... Mamma Tahereh, gli occhi arrossati dal pianto, cullava la culla di Nejat e disse piano: «Vostro padre non avrebbe sopportato le vostre lacrime né un addio in piena regola... Prestissimo stamattina, prima dell'alba, vi ha coperti di baci uno dopo l'altro mentre dormivate, le sue lacrime sono cadute sui vostri visi, ed è partito senza rumore nell'oscurità del mattino...»
Eravamo in piedi sulla soglia della casa vuota e il vento freddo del mattino agitava le tende. Mio padre era partito a costruire per noi un paradiso in mezzo agli oceani, senza sapere che una tempesta spaventosa lo aspettava sulle coste dell'Indonesia...
Il limbo del silenzio e il miracolo di Derby
## Parte prima: Le lancette pesanti dell'attesa
La vendita della casa e l'eco sinistra del divano vuoto di mio padre nel salotto della nostra casa in affitto a Mehrabad ne avevano fatto una specie di altare abbandonato dove il profumo amaro delle sue sigarette Bahman respirava ancora nella trama della stoffa. La sua partenza silenziosa nella penombra dell'alba, senza che avessimo avuto il tempo di abbracciare un'ultima volta la sua alta figura, aveva sprofondato la nostra casa in un silenzio pesante, un silenzio di limbo. Da quel giorno il tempo prese per noi un'altra forma; non passava più con il corso del sole, ma si misurava sui battiti accelerati dei nostri cuori e sui nostri occhi inchiodati allo schermo del televisore.
Le settimane si susseguivano e nessuna notizia dei viaggiatori della strada polverosa dell'oceano ci arrivava. Il televisore Pars, nell'angolo del salotto, che era stato un tempo, con i bip classici e a 8 bit del nostro Nintendo, una fonte di gioia, era diventato una scatola terrificante. Ogni sera Faezeh, Maryam e io ci stringevamo intorno a zia Tahereh e ascoltavamo il notiziario con angoscia. Le immagini di barche spezzate e alla deriva, cariche di richiedenti asilo, in mezzo alle onde furiose, o la notizia di corpi di migranti clandestini scoperti dentro container di metallo soffocanti, ci graffiavano l'innocenza. Ogni volta che il presentatore pronunciava le parole «naufragio» o «morte in mare», il respiro si bloccava nel petto di Tahereh.
Nel frattempo la piccola Nejat, che ormai era una bambina di quasi tre anni, trotterellava con la sua dolce innocenza per gli angoli della nostra casa vuota. Cominciava appena a parlare e non capiva ancora perché suo padre non tornasse; ogni tanto si piantava accanto al divano vuoto, indicava con il ditino la porta del salotto e chiedeva con tono imbronciato: «Papà quando viene?» Sentire quella domanda innocente spezzava il cuore a Tahereh, e per nascondere le lacrime prendeva in fretta Nejat fra le braccia e le posava la testa sulla spalla. Anch'io, ogni volta, stringevo senza volerlo la mano in fondo alla tasca e, ricordando la vecchia ferita della falange, supplicavo in silenzio l'oceano di restituirci mio padre.
La frusta più dura di quei giorni era la povertà e la pressione del denaro. Prima di partire, mio padre aveva lasciato un po' di denaro a Tahereh per coprire le nostre spese per tre mesi; ma il costo della vita a Mehrabad salì molto più in fretta e molto più duramente di quanto i suoi calcoli avessero previsto, e quel magro gruzzolo si esaurì ben prima del termine. Quella nuova crisi oscurò gravemente i rapporti fra Tahereh e zia Roya. Zia Roya e la sua famiglia erano venute anche loro a Mehrabad e abitavano nel nostro vicinato, dato che Hamid era partito con mio padre. Ma zia Roya — forse per necessità, forse per scoraggiamento — non partecipava alle spese correnti né ai costi della casa, e il fardello delle spese quotidiane, del latte e del cibo di Nejat, tre anni, e delle pance da riempire dei bambini era ricaduto tutto sulle spalle magre e stanche di Tahereh. Tahereh teneva duro nonostante tutto, ma i dissidi nascosti fra mia zia e lei si aggravavano di giorno in giorno, e quelle tensioni familiari ci ferivano l'anima.
Quando i nostri risparmi furono del tutto esauriti e non avemmo più un soldo per comprare il pane della sera, dovemmo rassegnarci alla più amara delle vendite. Tahereh si mise il chador e io le stetti accanto, da fratello maggiore. Passammo in rassegna, uno per uno, gli oggetti di casa nostra; quelli stessi che mio padre aveva comprato con il sudore della fronte per farci gustare una vita indipendente. Il televisore, l'impianto stereo, i tappeti e perfino gli oggetti di minimo valore li svendemmo ai rigattieri di Mehrabad, unicamente per resistere un mese o due di più e restare vivi. Vedere la nostra casa svuotarsi a poco a poco, angolo dopo angolo, mi stringeva il cuore; era come se la nostra identità andasse all'asta e noi aspettassimo, in una casa vuota, un miracolo in mezzo all'oceano.
Finalmente, in un pomeriggio qualunque in cui il silenzio freddo della casa si mescolava ai giochi infantili di Nejat sul pavimento nudo del salotto, risuonò lo squillo insistente e ostinato del telefono. Il suono rotolò come un tuono nella nostra casa svuotata dei mobili. Ci precipitammo tutti verso la cornetta e facemmo cerchio intorno a Tahereh. Sollevò la cornetta con le mani tremanti. Appena una voce gracchiante venuta da oltre le frontiere le accarezzò l'orecchio, le salirono le lacrime agli occhi: «Zaher? Zaher, sei tu? Stai bene? Dove sei?»
Noi, i bambini, fissavamo il viso di Tahereh con un'impazienza indescrivibile, aspettando che una notizia esplodesse come una bomba di gioia e polverizzasse tutti i nostri dolori. Ma... il sorriso si spense presto sulle labbra di Tahereh. Impallidì e i suoi occhi restarono sbarrati di stupore e di spavento. Zia Roya si fece avanti, sconvolta, chiedendo di continuo: «Che succede, Tahereh? Hamid sta bene? Sono vivi?»
Tahereh, con una voce che le usciva dal fondo della gola e strozzata dai singhiozzi, mi chiese: «Mohsen... presto, portami un pezzo di carta e una penna... presto!» Le porsi in fretta la carta e la penna, e lei si mise ad annotare un numero di telefono sconosciuto. Quando riattaccò, ogni forza sembrò abbandonarla. Cadde in ginocchio, si nascose il viso fra le mani e scoppiò in singhiozzi. In un secondo Faezeh, Maryam, zia Roya e io ci unimmo a lei senza volerlo, e il suono delle nostre grida collettive fece tremare i muri nudi della casa.
La verità ci era piombata addosso come una frana: mio padre Zaher e Hamid, con un gruppo numeroso di richiedenti asilo, erano stati circondati e arrestati in un albergo in Indonesia dalla polizia e da soldati armati fino ai denti. Stavano per essere espulsi e rimandati con la forza nel loro paese.
Una paura paralizzante incatenò ogni fibra del nostro essere. Sapevamo bene che cosa significasse l'espulsione; se mio padre e Hamid fossero stati rimandati nel loro paese d'origine, l'Iraq di Saddam, il regime baathista li avrebbe mandati subito alla forca o al plotone d'esecuzione, per essersi rifugiati in Iran, per tradimento e per diserzione. Quella notte il sonno rifiutò i nostri occhi. Nell'oscurità della stanza gli occhi inquieti delle mie sorelle erano fissi su di me; e io, ragazzo di sedici o diciassette anni, schiacciato da un vecchio rimorso e da una nuova angoscia, restai fino al mattino con gli occhi inchiodati ai fili che pendevano dal soffitto, a supplicare per la vita di mio padre...
La vendita della casa e l'eco sinistra del divano vuoto di mio padre nel salotto della nostra casa in affitto a Mehrabad ne avevano fatto una specie di altare abbandonato dove il profumo amaro delle sue sigarette Bahman respirava ancora nella trama della stoffa. La sua partenza silenziosa nella penombra dell'alba, senza che avessimo avuto il tempo di abbracciare un'ultima volta la sua alta figura, aveva sprofondato la nostra casa in un silenzio pesante, un silenzio di limbo. Da quel giorno il tempo prese per noi un'altra forma; non passava più con il corso del sole, ma si misurava sui battiti accelerati dei nostri cuori e sui nostri occhi inchiodati allo schermo del televisore.
Le settimane si susseguivano e nessuna notizia dei viaggiatori della strada polverosa dell'oceano ci arrivava. Il televisore Pars, nell'angolo del salotto, che era stato un tempo, con i bip classici e a 8 bit del nostro Nintendo, una fonte di gioia, era diventato una scatola terrificante. Ogni sera Faezeh, Maryam e io ci stringevamo intorno a zia Tahereh e ascoltavamo il notiziario con angoscia. Le immagini di barche spezzate e alla deriva, cariche di richiedenti asilo, in mezzo alle onde furiose, o la notizia di corpi di migranti clandestini scoperti dentro container di metallo soffocanti, ci graffiavano l'innocenza. Ogni volta che il presentatore pronunciava le parole «naufragio» o «morte in mare», il respiro si bloccava nel petto di Tahereh.
Nel frattempo la piccola Nejat, che ormai era una bambina di quasi tre anni, trotterellava con la sua dolce innocenza per gli angoli della nostra casa vuota. Cominciava appena a parlare e non capiva ancora perché suo padre non tornasse; ogni tanto si piantava accanto al divano vuoto, indicava con il ditino la porta del salotto e chiedeva con tono imbronciato: «Papà quando viene?» Sentire quella domanda innocente spezzava il cuore a Tahereh, e per nascondere le lacrime prendeva in fretta Nejat fra le braccia e le posava la testa sulla spalla. Anch'io, ogni volta, stringevo senza volerlo la mano in fondo alla tasca e, ricordando la vecchia ferita della falange, supplicavo in silenzio l'oceano di restituirci mio padre.
La frusta più dura di quei giorni era la povertà e la pressione del denaro. Prima di partire, mio padre aveva lasciato un po' di denaro a Tahereh per coprire le nostre spese per tre mesi; ma il costo della vita a Mehrabad salì molto più in fretta e molto più duramente di quanto i suoi calcoli avessero previsto, e quel magro gruzzolo si esaurì ben prima del termine. Quella nuova crisi oscurò gravemente i rapporti fra Tahereh e zia Roya. Zia Roya e la sua famiglia erano venute anche loro a Mehrabad e abitavano nel nostro vicinato, dato che Hamid era partito con mio padre. Ma zia Roya — forse per necessità, forse per scoraggiamento — non partecipava alle spese correnti né ai costi della casa, e il fardello delle spese quotidiane, del latte e del cibo di Nejat, tre anni, e delle pance da riempire dei bambini era ricaduto tutto sulle spalle magre e stanche di Tahereh. Tahereh teneva duro nonostante tutto, ma i dissidi nascosti fra mia zia e lei si aggravavano di giorno in giorno, e quelle tensioni familiari ci ferivano l'anima.
Quando i nostri risparmi furono del tutto esauriti e non avemmo più un soldo per comprare il pane della sera, dovemmo rassegnarci alla più amara delle vendite. Tahereh si mise il chador e io le stetti accanto, da fratello maggiore. Passammo in rassegna, uno per uno, gli oggetti di casa nostra; quelli stessi che mio padre aveva comprato con il sudore della fronte per farci gustare una vita indipendente. Il televisore, l'impianto stereo, i tappeti e perfino gli oggetti di minimo valore li svendemmo ai rigattieri di Mehrabad, unicamente per resistere un mese o due di più e restare vivi. Vedere la nostra casa svuotarsi a poco a poco, angolo dopo angolo, mi stringeva il cuore; era come se la nostra identità andasse all'asta e noi aspettassimo, in una casa vuota, un miracolo in mezzo all'oceano.
Finalmente, in un pomeriggio qualunque in cui il silenzio freddo della casa si mescolava ai giochi infantili di Nejat sul pavimento nudo del salotto, risuonò lo squillo insistente e ostinato del telefono. Il suono rotolò come un tuono nella nostra casa svuotata dei mobili. Ci precipitammo tutti verso la cornetta e facemmo cerchio intorno a Tahereh. Sollevò la cornetta con le mani tremanti. Appena una voce gracchiante venuta da oltre le frontiere le accarezzò l'orecchio, le salirono le lacrime agli occhi: «Zaher? Zaher, sei tu? Stai bene? Dove sei?»
Noi, i bambini, fissavamo il viso di Tahereh con un'impazienza indescrivibile, aspettando che una notizia esplodesse come una bomba di gioia e polverizzasse tutti i nostri dolori. Ma... il sorriso si spense presto sulle labbra di Tahereh. Impallidì e i suoi occhi restarono sbarrati di stupore e di spavento. Zia Roya si fece avanti, sconvolta, chiedendo di continuo: «Che succede, Tahereh? Hamid sta bene? Sono vivi?»
Tahereh, con una voce che le usciva dal fondo della gola e strozzata dai singhiozzi, mi chiese: «Mohsen... presto, portami un pezzo di carta e una penna... presto!» Le porsi in fretta la carta e la penna, e lei si mise ad annotare un numero di telefono sconosciuto. Quando riattaccò, ogni forza sembrò abbandonarla. Cadde in ginocchio, si nascose il viso fra le mani e scoppiò in singhiozzi. In un secondo Faezeh, Maryam, zia Roya e io ci unimmo a lei senza volerlo, e il suono delle nostre grida collettive fece tremare i muri nudi della casa.
La verità ci era piombata addosso come una frana: mio padre Zaher e Hamid, con un gruppo numeroso di richiedenti asilo, erano stati circondati e arrestati in un albergo in Indonesia dalla polizia e da soldati armati fino ai denti. Stavano per essere espulsi e rimandati con la forza nel loro paese.
Una paura paralizzante incatenò ogni fibra del nostro essere. Sapevamo bene che cosa significasse l'espulsione; se mio padre e Hamid fossero stati rimandati nel loro paese d'origine, l'Iraq di Saddam, il regime baathista li avrebbe mandati subito alla forca o al plotone d'esecuzione, per essersi rifugiati in Iran, per tradimento e per diserzione. Quella notte il sonno rifiutò i nostri occhi. Nell'oscurità della stanza gli occhi inquieti delle mie sorelle erano fissi su di me; e io, ragazzo di sedici o diciassette anni, schiacciato da un vecchio rimorso e da una nuova angoscia, restai fino al mattino con gli occhi inchiodati ai fili che pendevano dal soffitto, a supplicare per la vita di mio padre...
## Parte seconda: La fuga lungo le lenzuola bianche
Il racconto di quei giorni d'Indonesia mio padre Zaher me lo fece molte volte, anni dopo, mentre fissava con gli occhi stanchi ma sereni la riva dell'oceano, a Sydney. Ma in quei pomeriggi e in quelle notti d'autunno, a Mehrabad, la nostra parte si riduceva a un numero di telefono straniero annotato su un foglio tremante e all'idea oscura di un residence di Giacarta trasformato in una prigione senza pietà.
In Indonesia il tempo si era fermato per mio padre e per Hamid nella pesantezza umida e afosa di una stanza circondata. Dietro la porta di legno si sentiva il rumore monotono e ostinato degli stivali dei soldati indonesiani armati fino ai denti, i cui passi acceleravano il battito del terrore nel petto dei migranti. La paura di un'espulsione imminente pesava come un incubo nero sul soffitto della stanza. Per gli altri richiedenti asilo l'espulsione significava il ritorno al punto zero della miseria; ma per mio padre Zaher e per Hamid quella parola era il sinonimo nudo di «condanna a morte».
L'Iraq sotto il tallone di Saddam Hussein non aveva pietà per chi fuggiva la guerra, si rifugiava in Iran e tradiva la patria; la corda o il plotone d'esecuzione li aspettavano senza discussione a Baghdad. In quella stanza calda e soffocante l'angoscia era così palpabile che la si poteva sentire nell'odore acre del sudore della paura, sulle labbra secche e nelle mani tremanti che sgranavano un rosario. Tutti gli occhi spaventati pendevano dalla bocca del capogruppo; l'uomo che era la loro unica fune di salvezza in quel limbo.
All'improvviso, in mezzo alla disperazione assoluta, la mano del destino girò. Una morte strana in albergo divenne il loro biglietto d'uscita. Una vecchia signora, anche lei ospite di una delle stanze, morì di colpo per arresto cardiaco. Con l'irruzione dei suoi familiari, del personale dell'albergo e il trambusto nei corridoi, l'attenzione delle guardie e dei soldati si distolse per qualche minuto dalla porta della stanza di mio padre. Il capogruppo, vedendo quell'occasione d'oro, socchiuse la porta, valutò la situazione e sussurrò con voce tremante d'emozione e di fretta: «Presto... è il momento! O ce ne andiamo subito, o entro domattina siamo tutti sull'aereo per Baghdad!»
Il piano di fuga era tanto semplice quanto sapeva di pericolo e di caduta. Annodarono in fretta le lenzuola bianche e ruvide dei letti dell'albergo con nodi stretti e ciechi. Mio padre Zaher aprì piano la finestra tarlata della stanza sull'oscurità e sulla pioggerella tiepida dei tropici. L'altezza era notevole e il vicolo buio.
Mio padre legò la fune improvvisata al piede metallico del letto, lanciò un'occhiata a Hamid, a cui si vedeva battere il cuore sotto la camicia fradicia, mormorò i nomi dei figli rimasti a Mehrabad e si calò dalla finestra. A ogni passo verso il basso il tessuto bianco delle lenzuola si tendeva sotto il loro peso e il lieve scricchiolio dei nodi faceva loro sobbalzare il cuore. La pelle stanca e umida delle loro mani scivolava sulla stoffa, ma la volontà di sopravvivere era più forte del desiderio di lasciare la presa.
Uno dopo l'altro toccarono sani e salvi il selciato bagnato del vicolo sul retro. Senza perdere un secondo, al riparo delle ombre dei muri, corsero dietro al capogruppo fino a un'automobile che li aspettava in un angolo deserto. Era un camion con cassone metallico interamente chiuso. Il capogruppo aprì in fretta la botola ricavata nel pianale del mezzo e apparve uno spazio strettissimo, buio, freddo e ferrigno. Spinse i migranti senza riguardi: «Presto... sdraiatevi uno sull'altro... non respirate!»
Mio padre Zaher e Hamid si rannicchiarono con tutta la loro lunghezza in quel cassone di metallo soffocante. La botola si richiuse e l'oscurità assoluta inghiottì ogni cosa. L'ossigeno raggiungeva a stento i loro polmoni e il freddo delle lamiere penetrava fino al midollo. Il motore si accese, il camion ruggì sordamente e cominciò il loro viaggio di limbo sulle strade dissestate dell'Indonesia.
Ogni buca, ogni sobbalzo scagliava selvaggiamente i loro corpi ripiegati contro le pareti di ferro. A metà strada rumori spaventosi arrivarono d'improvviso da fuori; come se grosse pietre e oggetti pesanti colpissero il cassone. L'urto ruvido delle pietre contro la carrozzeria produceva, in quello spazio chiuso e nero, un fragore stridente, simile a raffiche continue, che moltiplicava per mille il terrore di soffocare e di morire al buio. In un silenzio di morte si stringevano la mano l'un l'altro e, con gli occhi spalancati in fondo a quella scatola gelata, aspettavano la morte.
Dopo ore di supplizio ininterrotto, gli scossoni violenti si placarono e il motore finì per tacere. La botola del cassone si aprì con gran rumore e il sorvegliante della fuga gridò: «Scendete presto... presto!» Quando mio padre Zaher uscì da quella bara di ferro e si mise in piedi, gli occhi gli bruciarono sotto l'assalto di una luce che inargentava l'oceano. Si trovavano sulla riva di un oceano immenso e nero. Il disco pieno della luna dorata brillava sul petto delle onde furiose e gettava sull'acqua uno scintillio irreale eppure magnifico. La brezza fresca e salata del mare si mescolò all'odore acre del gasolio del camion e riempì i polmoni sfiniti di mio padre; era il primo profumo vero della libertà che, dopo settimane di prigionia, gli restituiva la vita...
Il racconto di quei giorni d'Indonesia mio padre Zaher me lo fece molte volte, anni dopo, mentre fissava con gli occhi stanchi ma sereni la riva dell'oceano, a Sydney. Ma in quei pomeriggi e in quelle notti d'autunno, a Mehrabad, la nostra parte si riduceva a un numero di telefono straniero annotato su un foglio tremante e all'idea oscura di un residence di Giacarta trasformato in una prigione senza pietà.
In Indonesia il tempo si era fermato per mio padre e per Hamid nella pesantezza umida e afosa di una stanza circondata. Dietro la porta di legno si sentiva il rumore monotono e ostinato degli stivali dei soldati indonesiani armati fino ai denti, i cui passi acceleravano il battito del terrore nel petto dei migranti. La paura di un'espulsione imminente pesava come un incubo nero sul soffitto della stanza. Per gli altri richiedenti asilo l'espulsione significava il ritorno al punto zero della miseria; ma per mio padre Zaher e per Hamid quella parola era il sinonimo nudo di «condanna a morte».
L'Iraq sotto il tallone di Saddam Hussein non aveva pietà per chi fuggiva la guerra, si rifugiava in Iran e tradiva la patria; la corda o il plotone d'esecuzione li aspettavano senza discussione a Baghdad. In quella stanza calda e soffocante l'angoscia era così palpabile che la si poteva sentire nell'odore acre del sudore della paura, sulle labbra secche e nelle mani tremanti che sgranavano un rosario. Tutti gli occhi spaventati pendevano dalla bocca del capogruppo; l'uomo che era la loro unica fune di salvezza in quel limbo.
All'improvviso, in mezzo alla disperazione assoluta, la mano del destino girò. Una morte strana in albergo divenne il loro biglietto d'uscita. Una vecchia signora, anche lei ospite di una delle stanze, morì di colpo per arresto cardiaco. Con l'irruzione dei suoi familiari, del personale dell'albergo e il trambusto nei corridoi, l'attenzione delle guardie e dei soldati si distolse per qualche minuto dalla porta della stanza di mio padre. Il capogruppo, vedendo quell'occasione d'oro, socchiuse la porta, valutò la situazione e sussurrò con voce tremante d'emozione e di fretta: «Presto... è il momento! O ce ne andiamo subito, o entro domattina siamo tutti sull'aereo per Baghdad!»
Il piano di fuga era tanto semplice quanto sapeva di pericolo e di caduta. Annodarono in fretta le lenzuola bianche e ruvide dei letti dell'albergo con nodi stretti e ciechi. Mio padre Zaher aprì piano la finestra tarlata della stanza sull'oscurità e sulla pioggerella tiepida dei tropici. L'altezza era notevole e il vicolo buio.
Mio padre legò la fune improvvisata al piede metallico del letto, lanciò un'occhiata a Hamid, a cui si vedeva battere il cuore sotto la camicia fradicia, mormorò i nomi dei figli rimasti a Mehrabad e si calò dalla finestra. A ogni passo verso il basso il tessuto bianco delle lenzuola si tendeva sotto il loro peso e il lieve scricchiolio dei nodi faceva loro sobbalzare il cuore. La pelle stanca e umida delle loro mani scivolava sulla stoffa, ma la volontà di sopravvivere era più forte del desiderio di lasciare la presa.
Uno dopo l'altro toccarono sani e salvi il selciato bagnato del vicolo sul retro. Senza perdere un secondo, al riparo delle ombre dei muri, corsero dietro al capogruppo fino a un'automobile che li aspettava in un angolo deserto. Era un camion con cassone metallico interamente chiuso. Il capogruppo aprì in fretta la botola ricavata nel pianale del mezzo e apparve uno spazio strettissimo, buio, freddo e ferrigno. Spinse i migranti senza riguardi: «Presto... sdraiatevi uno sull'altro... non respirate!»
Mio padre Zaher e Hamid si rannicchiarono con tutta la loro lunghezza in quel cassone di metallo soffocante. La botola si richiuse e l'oscurità assoluta inghiottì ogni cosa. L'ossigeno raggiungeva a stento i loro polmoni e il freddo delle lamiere penetrava fino al midollo. Il motore si accese, il camion ruggì sordamente e cominciò il loro viaggio di limbo sulle strade dissestate dell'Indonesia.
Ogni buca, ogni sobbalzo scagliava selvaggiamente i loro corpi ripiegati contro le pareti di ferro. A metà strada rumori spaventosi arrivarono d'improvviso da fuori; come se grosse pietre e oggetti pesanti colpissero il cassone. L'urto ruvido delle pietre contro la carrozzeria produceva, in quello spazio chiuso e nero, un fragore stridente, simile a raffiche continue, che moltiplicava per mille il terrore di soffocare e di morire al buio. In un silenzio di morte si stringevano la mano l'un l'altro e, con gli occhi spalancati in fondo a quella scatola gelata, aspettavano la morte.
Dopo ore di supplizio ininterrotto, gli scossoni violenti si placarono e il motore finì per tacere. La botola del cassone si aprì con gran rumore e il sorvegliante della fuga gridò: «Scendete presto... presto!» Quando mio padre Zaher uscì da quella bara di ferro e si mise in piedi, gli occhi gli bruciarono sotto l'assalto di una luce che inargentava l'oceano. Si trovavano sulla riva di un oceano immenso e nero. Il disco pieno della luna dorata brillava sul petto delle onde furiose e gettava sull'acqua uno scintillio irreale eppure magnifico. La brezza fresca e salata del mare si mescolò all'odore acre del gasolio del camion e riempì i polmoni sfiniti di mio padre; era il primo profumo vero della libertà che, dopo settimane di prigionia, gli restituiva la vita...
## Parte terza: Verso l'orizzonte senza limiti e la tempesta del destino
Il capogruppo indicò con l'indice un punto lontano nell'oscurità delle acque; là dove la sagoma di una piccola nave di legno saliva e scendeva sul petto delle onde. La sua voce era roca e breve: «Entrate subito in acqua e raggiungete la nave. L'acqua non è profonda, non dovrete nuotare... da qui in poi la vostra rotta è nelle mani del capitano.»
Mio padre Zaher e Hamid, spalla a spalla con gli altri migranti, entrarono nelle acque fredde e nere dell'oceano. A ogni passo il gelo sorprendente dell'acqua saliva; prima fino alle ginocchia, poi fino al petto, e infine fino sotto il mento. Il sale pungente bruciava loro gli occhi e la sabbia morbida del fondo scivolava sotto i loro piedi tremanti. Ma la paura di restare indietro teneva viva in loro la volontà di avanzare. Alla fine, uno dopo l'altro, raggiunsero la piccola nave. Il capitano, che li aspettava, prese le loro mani screpolate e fradicie e li condusse tutti nello spazio soffocante e nero sotto coperta. Quando l'ultimo fu salito, il motore si accese con un rumore rauco e la loro traversata dell'oceano cominciò.
Là sotto, sotto coperta, regnava un vero inferno. Lo spazio era così stretto e ridotto che gli uomini dovevano sedersi ripiegati gli uni sugli altri. Gli scossoni spaventosi e i colpi violenti delle onde enormi contro lo scafo scagliavano senza pietà le loro membra sfinite contro le pareti. Presto l'odore acre del gasolio, l'umidità e il violento mal di mare riempirono tutto il ridotto. La situazione era così pietosa e così insopportabile che molti migranti si misero a piangere e a gemere in quell'oscurità. L'unica finestra aperta sul mondo esterno era un oblò rotondo piccolissimo dal quale si poteva vedere la luna piena dell'oceano salire e scendere follemente in mezzo al ribollire terrificante delle onde nere.
Alle prime luci dell'alba la tempesta furiosa dell'oceano parve placarsi e la nave raggiunse le acque libere. Mio padre mi raccontò più tardi, meravigliato, il contrasto di quel mattino; quell'oceano che la sera prima voleva inghiottirli tutti era diventato una distesa infinita, argentata e così silenziosa da sembrare immersa in un sonno profondo. Da quello stesso piccolo oblò sotto coperta apparvero scene da sogno: un branco di delfini grigi che si tuffavano giocando, paralleli alla nave, sul petto dell'acqua, e pesci volanti che schizzavano d'improvviso fuori dai flutti, volavano per leghe accanto alla barca e si perdevano di nuovo fra le braccia dell'oceano. Quel quadro magico fu un breve istante di pace assoluta in mezzo a tanto caos.
Ma quel silenzio non era che un miraggio, perché la sopravvivenza su quella barca errante diventava ogni giorno più difficile. La riserva d'acqua potabile era severamente razionata; la parte di ciascuno, in quell'aria umida e rovente, si riduceva a una piccola tazza d'acqua al giorno, che bagnava appena le labbra screpolate. Il capitano si sforzava di continuo di dare loro speranza con qualche frase breve: l'Australia era vicina. Ma la vera tempesta si levò quando la sagoma sinistra di una nave da guerra apparve all'orizzonte dell'oceano. I grandi proiettori del bastimento spazzarono le acque e, dagli altoparlanti, li avvertirono che la nave doveva immediatamente invertire la rotta e tornare indietro, altrimenti avrebbero aperto il fuoco.
Una paura soffocante si impadronì dei migranti. Il capitano, con un'abilità mescolata di terrore, virò subito il timone, deviò dalla rotta e spinse la nave verso i passaggi secondari e più nascosti dell'oceano per restare, nell'oscurità, fuori dalla portata dei radar militari. Fu allora che la follia della disperazione assoluta si impadronì di due giovani migranti. Credendo che la nave da guerra fosse il loro biglietto d'uscita da quell'inferno sotto coperta, si gettarono d'improvviso in acqua e cominciarono a nuotare con tutte le loro forze verso il bastimento militare. Ma l'oceano fu più spietato dei loro calcoli infantili. Le onde furiose e rapide inghiottirono in una frazione di secondo i loro corpi tremanti. Da lontano agitavano ancora le mani per chiedere aiuto, ma venne l'onda successiva e li annegò per sempre nell'abbraccio livido dell'oceano. I migranti che guardavano la scena dal piccolo oblò caddero in ginocchio e pregarono.
Dopo l'annegamento di quei due ragazzi, un silenzio mortale, pesante e soffocante calò su tutta la nave. Non si sentiva più nulla, se non l'ululato del vento e l'urto continuo dell'acqua contro lo scafo. Ciascuno, nella propria solitudine, si chiedeva se quel sogno di libertà valesse una scommessa tanto sanguinosa e tanto terribile con la morte. Mio padre Zaher e Hamid, in quell'oscurità umida, le labbra riarse dalla sete, si stringevano la mano e sgranavano un rosario a mezza voce; sapevano che non c'era via di ritorno e che la strada della libertà passa soltanto per la casa della morte...
Il capogruppo indicò con l'indice un punto lontano nell'oscurità delle acque; là dove la sagoma di una piccola nave di legno saliva e scendeva sul petto delle onde. La sua voce era roca e breve: «Entrate subito in acqua e raggiungete la nave. L'acqua non è profonda, non dovrete nuotare... da qui in poi la vostra rotta è nelle mani del capitano.»
Mio padre Zaher e Hamid, spalla a spalla con gli altri migranti, entrarono nelle acque fredde e nere dell'oceano. A ogni passo il gelo sorprendente dell'acqua saliva; prima fino alle ginocchia, poi fino al petto, e infine fino sotto il mento. Il sale pungente bruciava loro gli occhi e la sabbia morbida del fondo scivolava sotto i loro piedi tremanti. Ma la paura di restare indietro teneva viva in loro la volontà di avanzare. Alla fine, uno dopo l'altro, raggiunsero la piccola nave. Il capitano, che li aspettava, prese le loro mani screpolate e fradicie e li condusse tutti nello spazio soffocante e nero sotto coperta. Quando l'ultimo fu salito, il motore si accese con un rumore rauco e la loro traversata dell'oceano cominciò.
Là sotto, sotto coperta, regnava un vero inferno. Lo spazio era così stretto e ridotto che gli uomini dovevano sedersi ripiegati gli uni sugli altri. Gli scossoni spaventosi e i colpi violenti delle onde enormi contro lo scafo scagliavano senza pietà le loro membra sfinite contro le pareti. Presto l'odore acre del gasolio, l'umidità e il violento mal di mare riempirono tutto il ridotto. La situazione era così pietosa e così insopportabile che molti migranti si misero a piangere e a gemere in quell'oscurità. L'unica finestra aperta sul mondo esterno era un oblò rotondo piccolissimo dal quale si poteva vedere la luna piena dell'oceano salire e scendere follemente in mezzo al ribollire terrificante delle onde nere.
Alle prime luci dell'alba la tempesta furiosa dell'oceano parve placarsi e la nave raggiunse le acque libere. Mio padre mi raccontò più tardi, meravigliato, il contrasto di quel mattino; quell'oceano che la sera prima voleva inghiottirli tutti era diventato una distesa infinita, argentata e così silenziosa da sembrare immersa in un sonno profondo. Da quello stesso piccolo oblò sotto coperta apparvero scene da sogno: un branco di delfini grigi che si tuffavano giocando, paralleli alla nave, sul petto dell'acqua, e pesci volanti che schizzavano d'improvviso fuori dai flutti, volavano per leghe accanto alla barca e si perdevano di nuovo fra le braccia dell'oceano. Quel quadro magico fu un breve istante di pace assoluta in mezzo a tanto caos.
Ma quel silenzio non era che un miraggio, perché la sopravvivenza su quella barca errante diventava ogni giorno più difficile. La riserva d'acqua potabile era severamente razionata; la parte di ciascuno, in quell'aria umida e rovente, si riduceva a una piccola tazza d'acqua al giorno, che bagnava appena le labbra screpolate. Il capitano si sforzava di continuo di dare loro speranza con qualche frase breve: l'Australia era vicina. Ma la vera tempesta si levò quando la sagoma sinistra di una nave da guerra apparve all'orizzonte dell'oceano. I grandi proiettori del bastimento spazzarono le acque e, dagli altoparlanti, li avvertirono che la nave doveva immediatamente invertire la rotta e tornare indietro, altrimenti avrebbero aperto il fuoco.
Una paura soffocante si impadronì dei migranti. Il capitano, con un'abilità mescolata di terrore, virò subito il timone, deviò dalla rotta e spinse la nave verso i passaggi secondari e più nascosti dell'oceano per restare, nell'oscurità, fuori dalla portata dei radar militari. Fu allora che la follia della disperazione assoluta si impadronì di due giovani migranti. Credendo che la nave da guerra fosse il loro biglietto d'uscita da quell'inferno sotto coperta, si gettarono d'improvviso in acqua e cominciarono a nuotare con tutte le loro forze verso il bastimento militare. Ma l'oceano fu più spietato dei loro calcoli infantili. Le onde furiose e rapide inghiottirono in una frazione di secondo i loro corpi tremanti. Da lontano agitavano ancora le mani per chiedere aiuto, ma venne l'onda successiva e li annegò per sempre nell'abbraccio livido dell'oceano. I migranti che guardavano la scena dal piccolo oblò caddero in ginocchio e pregarono.
Dopo l'annegamento di quei due ragazzi, un silenzio mortale, pesante e soffocante calò su tutta la nave. Non si sentiva più nulla, se non l'ululato del vento e l'urto continuo dell'acqua contro lo scafo. Ciascuno, nella propria solitudine, si chiedeva se quel sogno di libertà valesse una scommessa tanto sanguinosa e tanto terribile con la morte. Mio padre Zaher e Hamid, in quell'oscurità umida, le labbra riarse dalla sete, si stringevano la mano e sgranavano un rosario a mezza voce; sapevano che non c'era via di ritorno e che la strada della libertà passa soltanto per la casa della morte...
## Parte quarta: L'eco della campana della salvezza a Derby e la raffica della separazione
Dopo che l'oceano si fu placato e mio padre Zaher fu indirizzato verso le rotte più segrete, il nostro fragile legame con l'altro capo del mondo si spezzò del tutto. Il numero di telefono straniero che Tahereh aveva annotato su quel foglietto sgualcito non era più una porta aperta sulla speranza. Ogni volta che componeva il numero con le dita tremanti, una voce straniera e incomprensibile rispondeva in un'altra lingua, di cui capivamo una cosa sola: «Non sono più qui...» Quella breve frase oscura era una frusta spietata sul corpo mezzo morto della nostra speranza.
Un silenzio pesante inghiottì la nostra casa mezza vuota di Mehrabad. Sbalorditi e a pezzi, eravamo arrivati alla convinzione terrificante che mio padre e lo zio Hamid fossero stati arrestati ed espulsi verso l'Iraq, sotto l'artiglio di Saddam; là dove, senza il minimo dubbio, li aspettavano la condanna a morte e la forca. Gli occhi di Tahereh e di zia Roya erano lividi, gonfi e arrossati dalle lacrime ininterrotte. Non restava nemmeno più la forza di gridare. Noi, i bambini, eravamo sprofondati in una depressione e in uno spavento oscuri; la piccola Nejat, tre anni, non trotterellava più nella casa silenziosa e non reclamava più suo padre, come se anche lei avesse capito che l'ombra sinistra della morte aveva piantato la tenda sul tetto di casa nostra. Alle soglie dei miei diciassette anni sentivo pesarmi sulle spalle appena formate il dovere di vegliare sulle mie sorelle e, ogni notte, con un vecchio rimorso, fissavo l'oscurità.
In una di quelle giornate cupe e senza forze, mentre la tenda del dolore ricopriva tutta la casa, lo squillo del telefono ruppe d'improvviso il silenzio assoluto. Tahereh si precipitò sulla cornetta con una fretta da folle. Una voce gracchiante venuta da migliaia di leghe, attraversando gli oceani, risuonò nelle nostre orecchie. Era la voce di mio padre! Tahereh, la gola graffiata dai singhiozzi, gridò: «Zaher? Zaher, sei tu? Dove sei? Dove sei adesso?» In un secondo tutta la casa si precipitò verso il telefono. Zia Roya strappò la cornetta dalle mani di Tahereh e chiese con voce tremante: «Zaher, come sta Hamid? Siete salvi? Siete vivi?»
La voce di mio padre era calda, ferma e piena di sollievo: «Non preoccupatevi, Roya... io e Hamid stiamo bene tutti e due. Siamo con i nostri compagni e tutto è sicuro.» Tahereh riprese la cornetta e, con le lacrime di gioia che le rigavano il viso, chiese: «Ma come? Eravate presi in trappola in Indonesia! Dove siete adesso?» La risposta di mio padre fu un nome che ebbe per noi il sapore di un vero miracolo: «Siamo a Derby, in terra australiana...»
Spiegò che li trattenevano in un campo provvisorio per la quarantena e gli interrogatori legali, ma che tutte le prove e i pericoli mortali dell'oceano erano ormai alle spalle e che, finite quelle formalità, il governo australiano avrebbe concesso loro l'asilo. Mio padre disse che la storia della loro fuga e della traversata dell'oceano era lunga e che l'avrebbe raccontata più tardi. Quando la cornetta fu riattaccata, noi bambini ci guardammo. I muri vuoti della casa di Mehrabad tremarono d'improvviso, ma questa volta non per il rumore dei pianti, bensì per il nostro clamore, le nostre grida di gioia e i nostri urli di allegria, come se ci svegliassimo da un lungo incubo.
Ma quella grande gioia bruciante non durò e la ruota del tempo lanciò verso di noi un'altra raffica. Il contratto d'affitto della nostra casa di Mehrabad era scaduto e non avevamo più denaro per rinnovarlo. In più, i dissidi e le tensioni economiche fra Tahereh e zia Roya raggiunsero il culmine. Zia Roya raccolse le sue cose prima della fine del contratto e se ne andò da Bibi Fatemeh; ma i rancori e le ferite di quel periodo erano diventati così profondi da contagiare perfino la corrispondenza di mio padre Zaher e di Hamid in Australia. Le loro lettere si riempirono di amarezza e di asprezza e, alla fine, quei due compagni di sventure si separarono anche in Australia: Hamid rimase a Perth e mio padre partì da solo per Sydney.
Quella scissione e quell'ostilità familiare appena nata mi spezzarono duramente il cuore di diciassettenne e me lo seppellirono sotto le macerie. Perché ero profondamente e segretamente innamorato di mia cugina, «Leila» (la figlia di zia Roya). Leila era per me molto più di un legame di parentela; era quel bel sogno che dava colore alla mia vita durante tutti gli anni grigi seguiti alla morte di mia madre Marzieh. Nella solitudine della mia stanza disegnavo il suo viso delicato, collezionavo avidamente le sue fotografie e avevo stretto un'amicizia intima con suo fratello Hamed, unicamente per poterla vedere di più.
Non lo dimentico; anni prima, quando era ancora una bambina, le avevo detto, con tutto il coraggio della mia adolescenza, quanto le volessi bene, e lei aveva riso soltanto di un pudore dolce e infantile. Adesso ero un giovane di diciotto anni e quell'amore aveva messo radici in ogni fibra del mio essere e bruciava più forte. Ma quell'amore era diventato un «amore proibito». Le nostre famiglie avevano rotto ogni rapporto e fra noi si era alzato un muro di rancore e di silenzio. Mi chiedevo come placare quella tempesta familiare. Come avvicinare i cuori di pietra degli adulti per poter arrivare a Leila? Ma non avevo alcuna risposta a quelle domande dolorose.
Scaduto il contratto, dovemmo impacchettare il poco che ci restava e trasferirci nella casa paterna di Tahereh. Varcare la soglia di quella grande casa rumorosa di «Bagh-Shahr» fu l'inizio di uno degli anni più duri, più estranei e più difficili della mia vita e di quella delle mie sorelle. Dal rifugio di una famiglia indipendente eravamo stati scagliati d'un colpo in un'atmosfera e in regole morali del tutto diverse, che ravvivavano nell'anima innocente di Faezeh e di Maryam un violento senso di estraneità e di sradicamento...
Dopo che l'oceano si fu placato e mio padre Zaher fu indirizzato verso le rotte più segrete, il nostro fragile legame con l'altro capo del mondo si spezzò del tutto. Il numero di telefono straniero che Tahereh aveva annotato su quel foglietto sgualcito non era più una porta aperta sulla speranza. Ogni volta che componeva il numero con le dita tremanti, una voce straniera e incomprensibile rispondeva in un'altra lingua, di cui capivamo una cosa sola: «Non sono più qui...» Quella breve frase oscura era una frusta spietata sul corpo mezzo morto della nostra speranza.
Un silenzio pesante inghiottì la nostra casa mezza vuota di Mehrabad. Sbalorditi e a pezzi, eravamo arrivati alla convinzione terrificante che mio padre e lo zio Hamid fossero stati arrestati ed espulsi verso l'Iraq, sotto l'artiglio di Saddam; là dove, senza il minimo dubbio, li aspettavano la condanna a morte e la forca. Gli occhi di Tahereh e di zia Roya erano lividi, gonfi e arrossati dalle lacrime ininterrotte. Non restava nemmeno più la forza di gridare. Noi, i bambini, eravamo sprofondati in una depressione e in uno spavento oscuri; la piccola Nejat, tre anni, non trotterellava più nella casa silenziosa e non reclamava più suo padre, come se anche lei avesse capito che l'ombra sinistra della morte aveva piantato la tenda sul tetto di casa nostra. Alle soglie dei miei diciassette anni sentivo pesarmi sulle spalle appena formate il dovere di vegliare sulle mie sorelle e, ogni notte, con un vecchio rimorso, fissavo l'oscurità.
In una di quelle giornate cupe e senza forze, mentre la tenda del dolore ricopriva tutta la casa, lo squillo del telefono ruppe d'improvviso il silenzio assoluto. Tahereh si precipitò sulla cornetta con una fretta da folle. Una voce gracchiante venuta da migliaia di leghe, attraversando gli oceani, risuonò nelle nostre orecchie. Era la voce di mio padre! Tahereh, la gola graffiata dai singhiozzi, gridò: «Zaher? Zaher, sei tu? Dove sei? Dove sei adesso?» In un secondo tutta la casa si precipitò verso il telefono. Zia Roya strappò la cornetta dalle mani di Tahereh e chiese con voce tremante: «Zaher, come sta Hamid? Siete salvi? Siete vivi?»
La voce di mio padre era calda, ferma e piena di sollievo: «Non preoccupatevi, Roya... io e Hamid stiamo bene tutti e due. Siamo con i nostri compagni e tutto è sicuro.» Tahereh riprese la cornetta e, con le lacrime di gioia che le rigavano il viso, chiese: «Ma come? Eravate presi in trappola in Indonesia! Dove siete adesso?» La risposta di mio padre fu un nome che ebbe per noi il sapore di un vero miracolo: «Siamo a Derby, in terra australiana...»
Spiegò che li trattenevano in un campo provvisorio per la quarantena e gli interrogatori legali, ma che tutte le prove e i pericoli mortali dell'oceano erano ormai alle spalle e che, finite quelle formalità, il governo australiano avrebbe concesso loro l'asilo. Mio padre disse che la storia della loro fuga e della traversata dell'oceano era lunga e che l'avrebbe raccontata più tardi. Quando la cornetta fu riattaccata, noi bambini ci guardammo. I muri vuoti della casa di Mehrabad tremarono d'improvviso, ma questa volta non per il rumore dei pianti, bensì per il nostro clamore, le nostre grida di gioia e i nostri urli di allegria, come se ci svegliassimo da un lungo incubo.
Ma quella grande gioia bruciante non durò e la ruota del tempo lanciò verso di noi un'altra raffica. Il contratto d'affitto della nostra casa di Mehrabad era scaduto e non avevamo più denaro per rinnovarlo. In più, i dissidi e le tensioni economiche fra Tahereh e zia Roya raggiunsero il culmine. Zia Roya raccolse le sue cose prima della fine del contratto e se ne andò da Bibi Fatemeh; ma i rancori e le ferite di quel periodo erano diventati così profondi da contagiare perfino la corrispondenza di mio padre Zaher e di Hamid in Australia. Le loro lettere si riempirono di amarezza e di asprezza e, alla fine, quei due compagni di sventure si separarono anche in Australia: Hamid rimase a Perth e mio padre partì da solo per Sydney.
Quella scissione e quell'ostilità familiare appena nata mi spezzarono duramente il cuore di diciassettenne e me lo seppellirono sotto le macerie. Perché ero profondamente e segretamente innamorato di mia cugina, «Leila» (la figlia di zia Roya). Leila era per me molto più di un legame di parentela; era quel bel sogno che dava colore alla mia vita durante tutti gli anni grigi seguiti alla morte di mia madre Marzieh. Nella solitudine della mia stanza disegnavo il suo viso delicato, collezionavo avidamente le sue fotografie e avevo stretto un'amicizia intima con suo fratello Hamed, unicamente per poterla vedere di più.
Non lo dimentico; anni prima, quando era ancora una bambina, le avevo detto, con tutto il coraggio della mia adolescenza, quanto le volessi bene, e lei aveva riso soltanto di un pudore dolce e infantile. Adesso ero un giovane di diciotto anni e quell'amore aveva messo radici in ogni fibra del mio essere e bruciava più forte. Ma quell'amore era diventato un «amore proibito». Le nostre famiglie avevano rotto ogni rapporto e fra noi si era alzato un muro di rancore e di silenzio. Mi chiedevo come placare quella tempesta familiare. Come avvicinare i cuori di pietra degli adulti per poter arrivare a Leila? Ma non avevo alcuna risposta a quelle domande dolorose.
Scaduto il contratto, dovemmo impacchettare il poco che ci restava e trasferirci nella casa paterna di Tahereh. Varcare la soglia di quella grande casa rumorosa di «Bagh-Shahr» fu l'inizio di uno degli anni più duri, più estranei e più difficili della mia vita e di quella delle mie sorelle. Dal rifugio di una famiglia indipendente eravamo stati scagliati d'un colpo in un'atmosfera e in regole morali del tutto diverse, che ravvivavano nell'anima innocente di Faezeh e di Maryam un violento senso di estraneità e di sradicamento...
La grande casa di Bagh-Shahr e le scintille della speranza
## Parte prima: Stranieri nella casa degli estranei, e attori nel limbo della fedeltà
Scaduto il contratto della nostra casa di Mehrabad ed esauriti i nostri risparmi, dovemmo impacchettare in qualche vecchio cartone il poco che restava della nostra vita, invenduto, e trasferirci nella casa paterna di Tahereh, a Bagh-Shahr. Per Faezeh, Maryam e me, varcare la soglia di quella grande casa rumorosa aprì uno degli anni più estranei, più difficili e più pesanti della nostra vita. Noi che ci eravamo abituati a un nido indipendente e tranquillo fummo scagliati d'un colpo in un'atmosfera e in regole morali tutte diverse, che ravvivavano in noi un violento senso di estraneità e di sradicamento.
Fin dal nostro arrivo, il nostro primo e più bel rifugio fu l'abbraccio caldo e largo della madre di Tahereh, nostra nonna «Bibi Fakhriyeh». Bibi Fakhriyeh era una donna limpida e infinitamente buona, i cui occhi stanchi versavano amore e compassione, e che fin dal primo abbraccio cercò di scuoterci di dosso la polvere dell'esilio. Ma in quella grande casa dove vivevano insieme più famiglie, ci scontrammo con un alto muro di freddezza, di indifferenza e di sguardi pesanti ed estranei da parte dei fratelli e delle sorelle di Tahereh. Il capo di quel clan e il padrone assoluto della casa era un vecchio estremamente nervoso, collerico e severo, di nome «Jaddo Abdolrahman». Regnava su quella casa con mano di ferro e i suoi otto figli grandi gli obbedivano e lo temevano senza discutere. L'aria della casa era continuamente soggetta agli sbalzi d'umore di Jaddo Abdolrahman.
Proprio all'inizio di quei giorni angosciati e pesanti del nostro arrivo a Bagh-Shahr, zio Reza e sua moglie comparvero d'improvviso in quella casa affollata. Erano venuti con le mani piene di premure e gli occhi inquieti, a prendere nostre notizie, di noi, i figli orfani di Marzieh. Ma prima ancora che varcassero la soglia, io ero caduto sotto l'influenza dei bisbigli e delle insinuazioni dei fratelli e delle sorelle di Tahereh. Mormoravano al mio orecchio di adolescente e mi incoraggiavano a ergermi contro zio Reza; dicevano che era stato lui ad aggredire mio padre in farmacia e che non dovevo lasciarlo entrare in quella casa. A diciassette anni, in uno sforzo disperato di dimostrare qualcosa e di mostrare la mia fedeltà eterna a mio padre Zaher, che si trovava a migliaia di leghe in un campo australiano, mi lasciai conquistare da quella campagna.
Quando zio Reza entrò, dentro di me si consumarono una tragedia contraddittoria e una dolorosa follia. In fondo al cuore ero profondamente felice di vedere zio Reza in quella casa estranea e dura che per me era una sala di tortura; la sua presenza nella stanza ravvivava l'odore di mia madre Marzieh e i ricordi felici del quartiere Golestan. Ma il mio io vero si nascondeva dietro una maschera di attore amaro. Salii sul palco come un attore; mi scagliai con collera e a gran voce su zio Reza, che era ospite della casa, gli rinfacciai in termini duri e ingiuriosi le sue violenze passate contro mio padre e lo coprii di accuse. Gridavo, mi dimenavo, mentre dentro piangevo sangue per quello spettacolo spaventoso.
I fratelli e le sorelle di Tahereh, che avevano versato loro stessi la benzina su quel fuoco, presero allora un'aria da salvatori; mi fecero cerchio intorno, mi tapparono la bocca, mi afferrarono per le braccia e mi trascinarono a forza fuori dalla stanza dove si riceveva. Zio Reza, che aveva capito quel gioco sordido e il mio smarrimento interiore, lasciò in silenzio, con il cuore stretto, quella visita amara.
Ma la mano di Dio è più grande dei nostri rancori e delle nostre commedie di uomini. Malgrado quell'assalto e la mancanza di riguardo di cui avevo dato prova, zio Reza tornò a trovarci nei giorni seguenti, con il viso aperto e la mano piena di perdono. Socchiudeva la porta di quella sala di tortura di Bagh-Shahr, portava con sé le innocenti Faezeh e Maryam e le conduceva nel bel giardino verde di mio nonno materno. Là, Faezeh e Maryam coglievano frutta matura e dimenticavano per un breve momento l'angoscia della lontananza dal padre, l'orfanezza e lo sradicamento. Quando tornavano a casa con gli occhi lucenti di gioia, io ero sommerso di felicità e di pace.
Accanto a tutte queste turbolenze e a quelle giornate pesanti, esisteva un altro rifugio, un altro ancoraggio senza pari che calmava i battiti accelerati dei nostri cuori: il mio caro zio Jalal. Zio Jalal venne a trovarci più volte, di nascosto e apertamente. La sua venuta in quelle riunioni e in quell'atmosfera brutale era come un soffio fresco nella fornace di un'estate; la sua presenza portava a noi, bambini senza patria, una pace profonda. Certo, la gente di quella casa non gli faceva buon viso, e dopo la sua partenza ci arrivavano da ogni parte bisbigli e discorsi sgradevoli sulla sua venuta, ma zio Jalal aveva per me una santità e una storia del tutto diverse da quelle di zio Reza.
Era un uomo sempre quieto, imperturbabile, dignitoso e infinitamente buono, che mostrava grande sicurezza di sé. Quando sedeva in mezzo al chiasso e agli sguardi pesanti della famiglia di Tahereh, parlava con tanta dignità e tanta autorità che nessuna tempesta sembrava capace di scuotergli le spalle. Ho avuto sempre per lui, per tutta la vita, un rispetto misto ad ammirazione. Conoscevo bene le grandi prove e le sofferenze che aveva sopportato negli anni dell'emigrazione, dell'esilio da Najaf e del ricominciare in Iran; ma vedere che quelle tempeste non avevano distrutto la sua anima e che stava ancora in piedi con la sua forza e la sua sicurezza incrollabili era, per l'adolescente smarrito che ero, un modello e un esempio per sempre. Ho imparato da lui come si può stare in piedi in mezzo alle rovine senza essere a propria volta in rovina.
Eppure le tempeste della casa di Bagh-Shahr non finivano. Per fuggire l'atmosfera soffocante di quella casa avevo provato diversi lavori; ho lavorato per qualche tempo in un panificio, poi come apprendista non pagato in un'officina meccanica. Ma per il mio stato psichico e per la depressione che mi dava la lontananza da mio padre, ho finito per abbandonare anche l'officina.
Quando Jaddo Abdolrahman seppe che avevo lasciato il lavoro, la sua collera incontrollabile si scatenò. Davanti a tutta la famiglia riversò su mio padre e su di me gli insulti e le umiliazioni più crudeli e gridava: «Tuo padre si è fatto vagabondo in terra straniera e tu non sei che un fannullone buono a nulla!» Con il cuore spezzato, gli occhi traboccanti di lacrime di rabbia, tenevo la testa bassa, e soltanto l'intervento e le grida supplicanti di Bibi Fakhriyeh, che si fece mio scudo, misero fine a quella scena spaventosa. Dopo quel giorno passai la maggior parte del tempo a vagare per le strade, con il cuore stretto dal timore delle umiliazioni che Faezeh e Maryam avrebbero dovuto sopportare in mia assenza in quella casa rumorosa e piena di tensione...
Scaduto il contratto della nostra casa di Mehrabad ed esauriti i nostri risparmi, dovemmo impacchettare in qualche vecchio cartone il poco che restava della nostra vita, invenduto, e trasferirci nella casa paterna di Tahereh, a Bagh-Shahr. Per Faezeh, Maryam e me, varcare la soglia di quella grande casa rumorosa aprì uno degli anni più estranei, più difficili e più pesanti della nostra vita. Noi che ci eravamo abituati a un nido indipendente e tranquillo fummo scagliati d'un colpo in un'atmosfera e in regole morali tutte diverse, che ravvivavano in noi un violento senso di estraneità e di sradicamento.
Fin dal nostro arrivo, il nostro primo e più bel rifugio fu l'abbraccio caldo e largo della madre di Tahereh, nostra nonna «Bibi Fakhriyeh». Bibi Fakhriyeh era una donna limpida e infinitamente buona, i cui occhi stanchi versavano amore e compassione, e che fin dal primo abbraccio cercò di scuoterci di dosso la polvere dell'esilio. Ma in quella grande casa dove vivevano insieme più famiglie, ci scontrammo con un alto muro di freddezza, di indifferenza e di sguardi pesanti ed estranei da parte dei fratelli e delle sorelle di Tahereh. Il capo di quel clan e il padrone assoluto della casa era un vecchio estremamente nervoso, collerico e severo, di nome «Jaddo Abdolrahman». Regnava su quella casa con mano di ferro e i suoi otto figli grandi gli obbedivano e lo temevano senza discutere. L'aria della casa era continuamente soggetta agli sbalzi d'umore di Jaddo Abdolrahman.
Proprio all'inizio di quei giorni angosciati e pesanti del nostro arrivo a Bagh-Shahr, zio Reza e sua moglie comparvero d'improvviso in quella casa affollata. Erano venuti con le mani piene di premure e gli occhi inquieti, a prendere nostre notizie, di noi, i figli orfani di Marzieh. Ma prima ancora che varcassero la soglia, io ero caduto sotto l'influenza dei bisbigli e delle insinuazioni dei fratelli e delle sorelle di Tahereh. Mormoravano al mio orecchio di adolescente e mi incoraggiavano a ergermi contro zio Reza; dicevano che era stato lui ad aggredire mio padre in farmacia e che non dovevo lasciarlo entrare in quella casa. A diciassette anni, in uno sforzo disperato di dimostrare qualcosa e di mostrare la mia fedeltà eterna a mio padre Zaher, che si trovava a migliaia di leghe in un campo australiano, mi lasciai conquistare da quella campagna.
Quando zio Reza entrò, dentro di me si consumarono una tragedia contraddittoria e una dolorosa follia. In fondo al cuore ero profondamente felice di vedere zio Reza in quella casa estranea e dura che per me era una sala di tortura; la sua presenza nella stanza ravvivava l'odore di mia madre Marzieh e i ricordi felici del quartiere Golestan. Ma il mio io vero si nascondeva dietro una maschera di attore amaro. Salii sul palco come un attore; mi scagliai con collera e a gran voce su zio Reza, che era ospite della casa, gli rinfacciai in termini duri e ingiuriosi le sue violenze passate contro mio padre e lo coprii di accuse. Gridavo, mi dimenavo, mentre dentro piangevo sangue per quello spettacolo spaventoso.
I fratelli e le sorelle di Tahereh, che avevano versato loro stessi la benzina su quel fuoco, presero allora un'aria da salvatori; mi fecero cerchio intorno, mi tapparono la bocca, mi afferrarono per le braccia e mi trascinarono a forza fuori dalla stanza dove si riceveva. Zio Reza, che aveva capito quel gioco sordido e il mio smarrimento interiore, lasciò in silenzio, con il cuore stretto, quella visita amara.
Ma la mano di Dio è più grande dei nostri rancori e delle nostre commedie di uomini. Malgrado quell'assalto e la mancanza di riguardo di cui avevo dato prova, zio Reza tornò a trovarci nei giorni seguenti, con il viso aperto e la mano piena di perdono. Socchiudeva la porta di quella sala di tortura di Bagh-Shahr, portava con sé le innocenti Faezeh e Maryam e le conduceva nel bel giardino verde di mio nonno materno. Là, Faezeh e Maryam coglievano frutta matura e dimenticavano per un breve momento l'angoscia della lontananza dal padre, l'orfanezza e lo sradicamento. Quando tornavano a casa con gli occhi lucenti di gioia, io ero sommerso di felicità e di pace.
Accanto a tutte queste turbolenze e a quelle giornate pesanti, esisteva un altro rifugio, un altro ancoraggio senza pari che calmava i battiti accelerati dei nostri cuori: il mio caro zio Jalal. Zio Jalal venne a trovarci più volte, di nascosto e apertamente. La sua venuta in quelle riunioni e in quell'atmosfera brutale era come un soffio fresco nella fornace di un'estate; la sua presenza portava a noi, bambini senza patria, una pace profonda. Certo, la gente di quella casa non gli faceva buon viso, e dopo la sua partenza ci arrivavano da ogni parte bisbigli e discorsi sgradevoli sulla sua venuta, ma zio Jalal aveva per me una santità e una storia del tutto diverse da quelle di zio Reza.
Era un uomo sempre quieto, imperturbabile, dignitoso e infinitamente buono, che mostrava grande sicurezza di sé. Quando sedeva in mezzo al chiasso e agli sguardi pesanti della famiglia di Tahereh, parlava con tanta dignità e tanta autorità che nessuna tempesta sembrava capace di scuotergli le spalle. Ho avuto sempre per lui, per tutta la vita, un rispetto misto ad ammirazione. Conoscevo bene le grandi prove e le sofferenze che aveva sopportato negli anni dell'emigrazione, dell'esilio da Najaf e del ricominciare in Iran; ma vedere che quelle tempeste non avevano distrutto la sua anima e che stava ancora in piedi con la sua forza e la sua sicurezza incrollabili era, per l'adolescente smarrito che ero, un modello e un esempio per sempre. Ho imparato da lui come si può stare in piedi in mezzo alle rovine senza essere a propria volta in rovina.
Eppure le tempeste della casa di Bagh-Shahr non finivano. Per fuggire l'atmosfera soffocante di quella casa avevo provato diversi lavori; ho lavorato per qualche tempo in un panificio, poi come apprendista non pagato in un'officina meccanica. Ma per il mio stato psichico e per la depressione che mi dava la lontananza da mio padre, ho finito per abbandonare anche l'officina.
Quando Jaddo Abdolrahman seppe che avevo lasciato il lavoro, la sua collera incontrollabile si scatenò. Davanti a tutta la famiglia riversò su mio padre e su di me gli insulti e le umiliazioni più crudeli e gridava: «Tuo padre si è fatto vagabondo in terra straniera e tu non sei che un fannullone buono a nulla!» Con il cuore spezzato, gli occhi traboccanti di lacrime di rabbia, tenevo la testa bassa, e soltanto l'intervento e le grida supplicanti di Bibi Fakhriyeh, che si fece mio scudo, misero fine a quella scena spaventosa. Dopo quel giorno passai la maggior parte del tempo a vagare per le strade, con il cuore stretto dal timore delle umiliazioni che Faezeh e Maryam avrebbero dovuto sopportare in mia assenza in quella casa rumorosa e piena di tensione...
## Parte seconda: Una scintilla nelle tenebre e l'annuncio del ritorno del padre
La vita in quella grande casa di Bagh-Shahr, sempre piena di andirivieni, logorava tutti e tre. Nei giorni in cui la collera improvvisa di Jaddo Abdolrahman e l'indifferenza estranea dei miei zii acquisiti rendevano i muri soffocanti, la mia anima di diciottenne si dibatteva fra la depressione della lontananza da mio padre e un vecchio rimorso. Passavo la maggior parte delle mie giornate fuori casa, a vagare senza meta per le strade o nel silenzio della biblioteca, per affrontare il meno possibile quell'aria carica di tensione.
Finché, nel cuore di quelle giornate nuvolose e monotone, apparve una scintilla limpida e inattesa, di nome «Bahar» — la primavera. Bahar era la figlia dello zio Abdolhossein, uno dei fratelli di Tahereh. Era una ragazza bellissima, dignitosa e gentile, che strinse molto presto un'amicizia intima e profonda con mia sorella Faezeh. A furia di venire da Jaddo per vedere Faezeh, l'atmosfera fredda delle stanze di sopra si colorò a poco a poco di un po' di allegria. Io, che ero di solito chiuso e assorto nei miei pensieri, non potevo restare indifferente ai suoi sguardi furtivi, pudichi e pieni di attenzione; sguardi che, ogni volta che incontravano i miei, si abbassavano per l'imbarazzo.
Un giorno Faezeh mi chiese con malizia e insistenza di preparare per la sua amica Bahar una serie di disegni fantasiosi sull'alfabeto inglese, per aiutarla nelle sue lezioni. Il disegno e la pittura erano sempre stati il mio rifugio contro il dolore. Mi rimboccai le maniche e mi misi con gioia a tracciare i disegni su cartoncini bianchi. Il giorno in cui davo l'ultima mano ai disegni ordinati per Bahar, Faezeh arrivò di corsa, con un'eccitazione indescrivibile che le faceva brillare gli occhi, e si sedette sul bordo del letto, proprio accanto a me. Si avvicinò un poco, piegò la testa e chiese con tono misterioso e sommesso: «Mohsen... vorrei farti una domanda, mi dirai la verità?» Ritirai il pennello e dissi: «Chiedi!» Faezeh mi piantò addosso i suoi occhi curiosi: «Non provi davvero niente per Bahar?»
Mi misi a ridere senza volerlo, cercai di mantenere la calma e dissi con tono distaccato: «No!» Ma Faezeh, come se avesse appena scoperto un grande segreto, batté le mani e disse con ardore: «Ebbene, Bahar ti vuole bene davvero, di cuore! Credimi.» A quelle parole il sangue mi salì al viso. Tutta la faccia mi si arrossò per l'imbarazzo e, per nascondere i battiti accelerati del cuore, mi lasciai sfuggire una risata nervosa e impacciata.
Da quel giorno, ogni volta che Bahar metteva piede da Jaddo, tutto il mio essere si riempiva di un sentimento strano e attraente. Mi appariva come una persona infinitamente affascinante e amabile; ma un vecchio dolore e un impegno non scritto mi impedivano di lasciar crescere quel germoglio. Il mio cuore era ancora affogato nel sogno proibito di mia cugina, Leila. Non volevo, accettando un amore nuovo, spezzare nella mia mente il giuramento di fedeltà infantile che avevo fatto a Leila. Perciò, malgrado tutto ciò che mi attirava dentro, mi mostravo freddo e indifferente davanti a Bahar, perché credesse che il mio cuore era già dato a un'altra; anche se respingere le sue bontà innocenti fu il più difficile dei miei lavori in quei giorni.
In mezzo a tutti questi tormenti e alle nostre solitudini, mie e delle mie sorelle, a Bagh-Shahr, il nostro unico ancoraggio di speranza era la voce gracchiante di mio padre Zaher che, a migliaia di leghe, dall'oceano Pacifico, risuonava in casa nostra allo squillo del telefono. Ogni volta che chiamava, prendeva nostre notizie a uno a uno, con un ardore paterno e inquieto, e parlava dell'Australia. Ma la frase più dolce e più simile a un sogno che udimmo da lui fu una promessa che metteva fine a un anno di attesa: disse che la sua domanda d'asilo era andata a buon fine, che aveva comprato il biglietto e che sarebbe tornato presto in Iran per vederci. La notizia del ritorno imminente di mio padre risuonò come un canto di liberazione nella casa di Bagh-Shahr e diede a tutte le nostre prove, alla nostra condizione di orfani e al nostro esilio un senso di speranza ritrovata...
La vita in quella grande casa di Bagh-Shahr, sempre piena di andirivieni, logorava tutti e tre. Nei giorni in cui la collera improvvisa di Jaddo Abdolrahman e l'indifferenza estranea dei miei zii acquisiti rendevano i muri soffocanti, la mia anima di diciottenne si dibatteva fra la depressione della lontananza da mio padre e un vecchio rimorso. Passavo la maggior parte delle mie giornate fuori casa, a vagare senza meta per le strade o nel silenzio della biblioteca, per affrontare il meno possibile quell'aria carica di tensione.
Finché, nel cuore di quelle giornate nuvolose e monotone, apparve una scintilla limpida e inattesa, di nome «Bahar» — la primavera. Bahar era la figlia dello zio Abdolhossein, uno dei fratelli di Tahereh. Era una ragazza bellissima, dignitosa e gentile, che strinse molto presto un'amicizia intima e profonda con mia sorella Faezeh. A furia di venire da Jaddo per vedere Faezeh, l'atmosfera fredda delle stanze di sopra si colorò a poco a poco di un po' di allegria. Io, che ero di solito chiuso e assorto nei miei pensieri, non potevo restare indifferente ai suoi sguardi furtivi, pudichi e pieni di attenzione; sguardi che, ogni volta che incontravano i miei, si abbassavano per l'imbarazzo.
Un giorno Faezeh mi chiese con malizia e insistenza di preparare per la sua amica Bahar una serie di disegni fantasiosi sull'alfabeto inglese, per aiutarla nelle sue lezioni. Il disegno e la pittura erano sempre stati il mio rifugio contro il dolore. Mi rimboccai le maniche e mi misi con gioia a tracciare i disegni su cartoncini bianchi. Il giorno in cui davo l'ultima mano ai disegni ordinati per Bahar, Faezeh arrivò di corsa, con un'eccitazione indescrivibile che le faceva brillare gli occhi, e si sedette sul bordo del letto, proprio accanto a me. Si avvicinò un poco, piegò la testa e chiese con tono misterioso e sommesso: «Mohsen... vorrei farti una domanda, mi dirai la verità?» Ritirai il pennello e dissi: «Chiedi!» Faezeh mi piantò addosso i suoi occhi curiosi: «Non provi davvero niente per Bahar?»
Mi misi a ridere senza volerlo, cercai di mantenere la calma e dissi con tono distaccato: «No!» Ma Faezeh, come se avesse appena scoperto un grande segreto, batté le mani e disse con ardore: «Ebbene, Bahar ti vuole bene davvero, di cuore! Credimi.» A quelle parole il sangue mi salì al viso. Tutta la faccia mi si arrossò per l'imbarazzo e, per nascondere i battiti accelerati del cuore, mi lasciai sfuggire una risata nervosa e impacciata.
Da quel giorno, ogni volta che Bahar metteva piede da Jaddo, tutto il mio essere si riempiva di un sentimento strano e attraente. Mi appariva come una persona infinitamente affascinante e amabile; ma un vecchio dolore e un impegno non scritto mi impedivano di lasciar crescere quel germoglio. Il mio cuore era ancora affogato nel sogno proibito di mia cugina, Leila. Non volevo, accettando un amore nuovo, spezzare nella mia mente il giuramento di fedeltà infantile che avevo fatto a Leila. Perciò, malgrado tutto ciò che mi attirava dentro, mi mostravo freddo e indifferente davanti a Bahar, perché credesse che il mio cuore era già dato a un'altra; anche se respingere le sue bontà innocenti fu il più difficile dei miei lavori in quei giorni.
In mezzo a tutti questi tormenti e alle nostre solitudini, mie e delle mie sorelle, a Bagh-Shahr, il nostro unico ancoraggio di speranza era la voce gracchiante di mio padre Zaher che, a migliaia di leghe, dall'oceano Pacifico, risuonava in casa nostra allo squillo del telefono. Ogni volta che chiamava, prendeva nostre notizie a uno a uno, con un ardore paterno e inquieto, e parlava dell'Australia. Ma la frase più dolce e più simile a un sogno che udimmo da lui fu una promessa che metteva fine a un anno di attesa: disse che la sua domanda d'asilo era andata a buon fine, che aveva comprato il biglietto e che sarebbe tornato presto in Iran per vederci. La notizia del ritorno imminente di mio padre risuonò come un canto di liberazione nella casa di Bagh-Shahr e diede a tutte le nostre prove, alla nostra condizione di orfani e al nostro esilio un senso di speranza ritrovata...
## Parte terza: Un riparo sotto la pioggia e l'abbraccio caldo del padre
Estate 2000: la fornace del deserto di Bagh-Shahr pesava sui mattoni d'argilla della casa di Jaddo Abdolrahman. Per le mie sorelle e per me, sopportare quell'aria tesa, gli sguardi freddi dei miei zii acquisiti e le regole da caserma di Jaddo non ci lasciava più alcuna forza. Ognuna delle nostre giornate passava nel limbo dell'attesa; un limbo che coloravano soltanto i disegni dell'alfabeto inglese di Bahar e i sogni incompiuti dell'adolescenza.
Finché, nelle giornate più roventi dell'estate, il miracolo per cui contavamo i secondi da un anno intero si compì. Il 25 giugno 2000 il campanello del cortile risuonò d'improvviso su un ritmo vivo e impaziente nel frastuono del pomeriggio di Bagh-Shahr. Quel suono non aveva nulla a che vedere con tutti gli altri; aveva una vibrazione che ci andò dritta a scuotere il cuore. Ero nella stanza di sopra, perso nei miei pensieri, e sentendo le grida e l'allegria improvvisa della casa mi precipitai alla finestra. Sporsi la testa dalla finestra metallica del piano di sopra per vedere il cortile lastricato di mattoni di Jaddo. Non credevo a ciò che vedevano i miei occhi; tutto il mio essere tremò e le lacrime mi sgorgarono nell'incavo delle palpebre.
Mio padre... mio padre Zaher, con la sua alta figura, il viso paziente e un sorriso in cui sembravano essersi dissolte tutte le sofferenze degli oceani, stava in mezzo al cortile con le sue grandi valigie. Avanzava verso le scale, ridendo, con le braccia aperte. Le mie sorelle, Faezeh e Maryam, e la piccola Nejat che ormai aveva quasi quattro anni, corsero verso di lui gridando di gioia. Vedere quella scena era sconvolgente; gli si arrampicavano addosso come angeli leggeri, gli baciavano le mani di uomo stanco e non lo lasciavano un istante. Con le gambe tremanti ma rapide scesi a quattro a quattro i gradini del piano di sopra, misi piede nel cortile e mi gettai senza volerlo nell'abbraccio largo e caldo di mio padre.
Quell'abbraccio era il punto più sicuro del mondo. L'odore del corpo di mio padre, misto del profumo dell'esilio e delle sigarette Bahman, mi riportò ai ricordi più lontani della mia infanzia nel quartiere Golestan. Tutte le prove di quell'anno di errare nella casa di Jaddo, le umiliazioni nascoste e le grida terribili di Jaddo Abdolrahman perché avevo lasciato l'officina, si sciolsero e sparirono in un secondo fra le braccia amorevoli di mio padre.
Mio padre Zaher rimase due mesi in Iran, accanto a noi. Quei due mesi furono brevi, ma come un pezzo di paradiso in terra. Con la sua presenza imponente cancellò dai nostri visi, uno dopo l'altro, tutta la polvere dei dolori passati. La sua prima e più vitale decisione fu di strapparci alle grinfie di quella casa rumorosa e tesa di Bagh-Shahr. Con i risparmi del suo lavoro giorno e notte al panificio, in Australia, ci affittò una casa indipendente e tranquilla a Mehrabad.
Il trasloco in quella casa indipendente fu il più bel sospiro di sollievo che Faezeh, Maryam e io abbiamo tirato. Tornare indipendenti fu come svegliarsi da un lungo incubo soffocante, pieno di tensioni familiari. In quei due mesi abbiamo gustato di nuovo la vera felicità di essere una famiglia sotto uno stesso tetto; il rumore delle nostre risate spensierate riempiva la casa nuova, il profumo della cucina di Tahereh riprese vita e noi bambini ritrovammo il nostro perduto senso di sicurezza. Quella breve visita fu una svolta grande nella vita di tutti noi; un messaggio chiaro che ci ricordava che l'amore e il sostegno senza riserve di un padre restano, a migliaia di leghe oltre gli oceani, il riparo delle nostre teste di orfani e di stranieri.
Ma i giorni felici hanno una fretta strana di finire. I due mesi si conclusero a una velocità incredibile e mio padre dovette ripartire per l'Australia per il seguito delle pratiche. Ma questa volta non ci lasciò al buio. Prima di partire ci affidò tutti i documenti, le carte necessarie e i moduli legali di garanzia che aveva ottenuto a prezzo di mille pene, per aprire il nostro fascicolo di visto familiare. Tahereh, con coraggio e speranza, raccolse le carte e le depositò all'ambasciata d'Australia a Teheran. Da quel giorno la nostra casa nuova di Mehrabad entrò in una nuova fase di attesa. Un'attesa paziente, ogni giornata della quale cominciava con questo dolce sogno: forse già domani il campanello della casa nuova avrebbe suonato e ci avrebbe chiamati per il colloquio del visto e per il volo verso l'orizzonte senza limiti di Sydney...
Estate 2000: la fornace del deserto di Bagh-Shahr pesava sui mattoni d'argilla della casa di Jaddo Abdolrahman. Per le mie sorelle e per me, sopportare quell'aria tesa, gli sguardi freddi dei miei zii acquisiti e le regole da caserma di Jaddo non ci lasciava più alcuna forza. Ognuna delle nostre giornate passava nel limbo dell'attesa; un limbo che coloravano soltanto i disegni dell'alfabeto inglese di Bahar e i sogni incompiuti dell'adolescenza.
Finché, nelle giornate più roventi dell'estate, il miracolo per cui contavamo i secondi da un anno intero si compì. Il 25 giugno 2000 il campanello del cortile risuonò d'improvviso su un ritmo vivo e impaziente nel frastuono del pomeriggio di Bagh-Shahr. Quel suono non aveva nulla a che vedere con tutti gli altri; aveva una vibrazione che ci andò dritta a scuotere il cuore. Ero nella stanza di sopra, perso nei miei pensieri, e sentendo le grida e l'allegria improvvisa della casa mi precipitai alla finestra. Sporsi la testa dalla finestra metallica del piano di sopra per vedere il cortile lastricato di mattoni di Jaddo. Non credevo a ciò che vedevano i miei occhi; tutto il mio essere tremò e le lacrime mi sgorgarono nell'incavo delle palpebre.
Mio padre... mio padre Zaher, con la sua alta figura, il viso paziente e un sorriso in cui sembravano essersi dissolte tutte le sofferenze degli oceani, stava in mezzo al cortile con le sue grandi valigie. Avanzava verso le scale, ridendo, con le braccia aperte. Le mie sorelle, Faezeh e Maryam, e la piccola Nejat che ormai aveva quasi quattro anni, corsero verso di lui gridando di gioia. Vedere quella scena era sconvolgente; gli si arrampicavano addosso come angeli leggeri, gli baciavano le mani di uomo stanco e non lo lasciavano un istante. Con le gambe tremanti ma rapide scesi a quattro a quattro i gradini del piano di sopra, misi piede nel cortile e mi gettai senza volerlo nell'abbraccio largo e caldo di mio padre.
Quell'abbraccio era il punto più sicuro del mondo. L'odore del corpo di mio padre, misto del profumo dell'esilio e delle sigarette Bahman, mi riportò ai ricordi più lontani della mia infanzia nel quartiere Golestan. Tutte le prove di quell'anno di errare nella casa di Jaddo, le umiliazioni nascoste e le grida terribili di Jaddo Abdolrahman perché avevo lasciato l'officina, si sciolsero e sparirono in un secondo fra le braccia amorevoli di mio padre.
Mio padre Zaher rimase due mesi in Iran, accanto a noi. Quei due mesi furono brevi, ma come un pezzo di paradiso in terra. Con la sua presenza imponente cancellò dai nostri visi, uno dopo l'altro, tutta la polvere dei dolori passati. La sua prima e più vitale decisione fu di strapparci alle grinfie di quella casa rumorosa e tesa di Bagh-Shahr. Con i risparmi del suo lavoro giorno e notte al panificio, in Australia, ci affittò una casa indipendente e tranquilla a Mehrabad.
Il trasloco in quella casa indipendente fu il più bel sospiro di sollievo che Faezeh, Maryam e io abbiamo tirato. Tornare indipendenti fu come svegliarsi da un lungo incubo soffocante, pieno di tensioni familiari. In quei due mesi abbiamo gustato di nuovo la vera felicità di essere una famiglia sotto uno stesso tetto; il rumore delle nostre risate spensierate riempiva la casa nuova, il profumo della cucina di Tahereh riprese vita e noi bambini ritrovammo il nostro perduto senso di sicurezza. Quella breve visita fu una svolta grande nella vita di tutti noi; un messaggio chiaro che ci ricordava che l'amore e il sostegno senza riserve di un padre restano, a migliaia di leghe oltre gli oceani, il riparo delle nostre teste di orfani e di stranieri.
Ma i giorni felici hanno una fretta strana di finire. I due mesi si conclusero a una velocità incredibile e mio padre dovette ripartire per l'Australia per il seguito delle pratiche. Ma questa volta non ci lasciò al buio. Prima di partire ci affidò tutti i documenti, le carte necessarie e i moduli legali di garanzia che aveva ottenuto a prezzo di mille pene, per aprire il nostro fascicolo di visto familiare. Tahereh, con coraggio e speranza, raccolse le carte e le depositò all'ambasciata d'Australia a Teheran. Da quel giorno la nostra casa nuova di Mehrabad entrò in una nuova fase di attesa. Un'attesa paziente, ogni giornata della quale cominciava con questo dolce sogno: forse già domani il campanello della casa nuova avrebbe suonato e ci avrebbe chiamati per il colloquio del visto e per il volo verso l'orizzonte senza limiti di Sydney...
La prova del segreto e i muri di vetro dell'ambasciata
## Parte prima: L'esodo provvisorio verso la capitale e il peso del segreto di Marzieh
Dopo la nuova partenza di mio padre per l'Australia, la nostra casa indipendente di **Mehrabad** era diventata un'isola di attesa paziente. I giorni passavano con questo sogno: che il nostro fascicolo di visto familiare si mettesse finalmente in moto; quel fascicolo di cui mio padre aveva gettato le fondamenta inviando dall'Australia i documenti e le carte della garanzia.
Alla fine, dopo mesi passati con gli occhi fissi sul campanello e in un'inquietudine costante, ci arrivò la convocazione al colloquio all'ambasciata d'Australia di Teheran. L'eco di quella notizia sollevò un'ondata di eccitazione e, naturalmente, una strana apprensione fra le nostre quattro mura. Mamma **Tahereh** si preparò senza indugio e comprò i biglietti del pullman per la capitale. Fu deciso che Maryam e la piccola Nejat sarebbero rimaste a Mehrabad per la fatica del viaggio e che soltanto mamma Tahereh, Faezeh e io saremmo partiti per quel viaggio decisivo.
All'alba del giorno della partenza, il grosso motore rumoroso del pullman Volvo si mise in moto. Con gli occhi incollati al vetro battuto dalla pioggia, guardavo la strada da Mehrabad a Teheran, mentre il rombo monotono delle ruote sull'asfalto si accordava ai battiti accelerati del mio cuore.
Quello spostamento provvisorio non somigliava a nessuno dei nostri viaggi di piacere di un tempo. La vita e l'avvenire della nostra famiglia dipendevano dalle parole che sarebbero state scambiate dietro i muri di vetro dell'ambasciata. Ma ciò che più mi levigava l'anima di ragazzo e mi iniettava il terrore fin nel midollo era il peso schiacciante di un immenso segreto, affettivo e legale.
Mio padre Zaher, per sciogliere i nodi amministrativi difficili in Australia, era stato costretto a introdurre mutamenti essenziali nella storia della nostra vita. Nei nostri documenti ufficiali d'immigrazione non c'era da nessuna parte traccia di nostra madre vera, Marzieh, né di quella fine amara e dolorosa del mese di maggio, nel **quartiere Golestan**. Ufficialmente non avevamo in alcun caso il diritto di pronunciare una sola parola a proposito di «Marzieh» e della sua morte; mamma Tahereh era registrata su tutte le carte come nostra madre vera e legale.
Questo significava che Faezeh e io dovevamo seppellire in fondo al cuore la cenere ancora ardente della tomba di Marzieh e servire ai funzionari dell'immigrazione, con il viso impassibile, una storia fabbricata al posto della verità della nostra vita. Pensarci accendeva in me un rimorso silenzioso ma pungente; come se, per comprare il biglietto del viaggio verso il futuro, dovessimo cancellare con un tratto di penna lo stato civile affettivo di nostra madre.
Dopo la nuova partenza di mio padre per l'Australia, la nostra casa indipendente di **Mehrabad** era diventata un'isola di attesa paziente. I giorni passavano con questo sogno: che il nostro fascicolo di visto familiare si mettesse finalmente in moto; quel fascicolo di cui mio padre aveva gettato le fondamenta inviando dall'Australia i documenti e le carte della garanzia.
Alla fine, dopo mesi passati con gli occhi fissi sul campanello e in un'inquietudine costante, ci arrivò la convocazione al colloquio all'ambasciata d'Australia di Teheran. L'eco di quella notizia sollevò un'ondata di eccitazione e, naturalmente, una strana apprensione fra le nostre quattro mura. Mamma **Tahereh** si preparò senza indugio e comprò i biglietti del pullman per la capitale. Fu deciso che Maryam e la piccola Nejat sarebbero rimaste a Mehrabad per la fatica del viaggio e che soltanto mamma Tahereh, Faezeh e io saremmo partiti per quel viaggio decisivo.
All'alba del giorno della partenza, il grosso motore rumoroso del pullman Volvo si mise in moto. Con gli occhi incollati al vetro battuto dalla pioggia, guardavo la strada da Mehrabad a Teheran, mentre il rombo monotono delle ruote sull'asfalto si accordava ai battiti accelerati del mio cuore.
Quello spostamento provvisorio non somigliava a nessuno dei nostri viaggi di piacere di un tempo. La vita e l'avvenire della nostra famiglia dipendevano dalle parole che sarebbero state scambiate dietro i muri di vetro dell'ambasciata. Ma ciò che più mi levigava l'anima di ragazzo e mi iniettava il terrore fin nel midollo era il peso schiacciante di un immenso segreto, affettivo e legale.
Mio padre Zaher, per sciogliere i nodi amministrativi difficili in Australia, era stato costretto a introdurre mutamenti essenziali nella storia della nostra vita. Nei nostri documenti ufficiali d'immigrazione non c'era da nessuna parte traccia di nostra madre vera, Marzieh, né di quella fine amara e dolorosa del mese di maggio, nel **quartiere Golestan**. Ufficialmente non avevamo in alcun caso il diritto di pronunciare una sola parola a proposito di «Marzieh» e della sua morte; mamma Tahereh era registrata su tutte le carte come nostra madre vera e legale.
Questo significava che Faezeh e io dovevamo seppellire in fondo al cuore la cenere ancora ardente della tomba di Marzieh e servire ai funzionari dell'immigrazione, con il viso impassibile, una storia fabbricata al posto della verità della nostra vita. Pensarci accendeva in me un rimorso silenzioso ma pungente; come se, per comprare il biglietto del viaggio verso il futuro, dovessimo cancellare con un tratto di penna lo stato civile affettivo di nostra madre.
## Parte seconda: Il colloquio dal sapore di paura e i moduli del destino
L'edificio dell'ambasciata d'Australia a Teheran, con i suoi corridoi freschi, il suo silenzio pesante e il suo ordine amministrativo, ci parve, a noi che venivamo da Mehrabad, appartenere a un altro mondo. L'angoscia mi avvolgeva tutto come una nebbia fitta. Dopo ore di attesa da mozzare il fiato sui sedili di pelle dell'atrio, una donna dalla voce dolce, calma e gentile chiamò finalmente il mio nome dal suo sportello. Ero il primo a dover entrare nella sala del colloquio.
Quando richiusi la porta e mi sedetti davanti alla donna che conduceva il colloquio, sentii un freddo violento nelle mani.
Mi fissò con uno sguardo attento ma compassionevole. Prima di pormi la minima domanda, mi fece con lo stesso tono gentile un avvertimento terrificante che mi spezzò il cuore: mi disse che dovevo rispondere con la massima sincerità e che se fosse emersa la minima contraddizione o la minima differenza fra le mie parole e il fascicolo registrato di mio padre in Australia, tutto il nostro fascicolo d'immigrazione sarebbe stato annullato e distrutto automaticamente.
Il terrore si impadronì di me tutto intero. Nella mia testa i muri dell'ambasciata cominciarono a girare. Mi dicevo: se mi chiedono «Dov'è tua madre? Come si chiama?», che cosa dovrò rispondere? Come armare i miei occhi di menzogna perché la verità di Marzieh non venga scoperta? Le mani cominciarono a tremarmi e, ancora una volta, nascosi in tasca quella famosa mano destra.
Ma per fortuna le domande erano molto più semplici di quanto avessi immaginato; domande ordinarie sull'età, sugli studi e sui dettagli elementari della vita in Iran, alle quali non c'era alcuna difficoltà amministrativa a rispondere. La donna fu soddisfatta delle mie risposte precise; alla fine mi porse un foglio bianco e disse: «Molto bene, non ho altre domande. Questo modulo devi compilarlo tu stesso, personalmente.» Mi affidò anche un modulo simile per Faezeh e mi riaccompagnò fuori.
Dopo di me entrò nella sala Faezeh. Quando ebbe finito e tornò nell'atrio con il suo foglio, il suo bel viso non mostrava né gioia né inquietudine; esattamente come me, eravamo entrambi rannicchiati sotto il peso di quel segreto sepolto. Poi fu il turno di mamma Tahereh.
Mentre lei era nella sala del colloquio, Faezeh e io parlavamo a bassa voce della somiglianza delle domande, per placare un poco la nostra angoscia. Finalmente uscì anche mamma Tahereh. Qualche istante dopo la stessa donna gentile venne da noi con un sorriso gradevole e un fascio di moduli di visto. Spiegò con pazienza che dovevamo sostenere rapidamente gli esami medici e che l'invio di quei documenti nel più breve tempo possibile avrebbe accelerato il rilascio dei visti. Lasciammo l'edificio dell'ambasciata traboccanti di gioia e con il cuore leggero, credendo che il sogno australiano non fosse più che a qualche foglio di carta e a un semplice esame da noi.
L'edificio dell'ambasciata d'Australia a Teheran, con i suoi corridoi freschi, il suo silenzio pesante e il suo ordine amministrativo, ci parve, a noi che venivamo da Mehrabad, appartenere a un altro mondo. L'angoscia mi avvolgeva tutto come una nebbia fitta. Dopo ore di attesa da mozzare il fiato sui sedili di pelle dell'atrio, una donna dalla voce dolce, calma e gentile chiamò finalmente il mio nome dal suo sportello. Ero il primo a dover entrare nella sala del colloquio.
Quando richiusi la porta e mi sedetti davanti alla donna che conduceva il colloquio, sentii un freddo violento nelle mani.
Mi fissò con uno sguardo attento ma compassionevole. Prima di pormi la minima domanda, mi fece con lo stesso tono gentile un avvertimento terrificante che mi spezzò il cuore: mi disse che dovevo rispondere con la massima sincerità e che se fosse emersa la minima contraddizione o la minima differenza fra le mie parole e il fascicolo registrato di mio padre in Australia, tutto il nostro fascicolo d'immigrazione sarebbe stato annullato e distrutto automaticamente.
Il terrore si impadronì di me tutto intero. Nella mia testa i muri dell'ambasciata cominciarono a girare. Mi dicevo: se mi chiedono «Dov'è tua madre? Come si chiama?», che cosa dovrò rispondere? Come armare i miei occhi di menzogna perché la verità di Marzieh non venga scoperta? Le mani cominciarono a tremarmi e, ancora una volta, nascosi in tasca quella famosa mano destra.
Ma per fortuna le domande erano molto più semplici di quanto avessi immaginato; domande ordinarie sull'età, sugli studi e sui dettagli elementari della vita in Iran, alle quali non c'era alcuna difficoltà amministrativa a rispondere. La donna fu soddisfatta delle mie risposte precise; alla fine mi porse un foglio bianco e disse: «Molto bene, non ho altre domande. Questo modulo devi compilarlo tu stesso, personalmente.» Mi affidò anche un modulo simile per Faezeh e mi riaccompagnò fuori.
Dopo di me entrò nella sala Faezeh. Quando ebbe finito e tornò nell'atrio con il suo foglio, il suo bel viso non mostrava né gioia né inquietudine; esattamente come me, eravamo entrambi rannicchiati sotto il peso di quel segreto sepolto. Poi fu il turno di mamma Tahereh.
Mentre lei era nella sala del colloquio, Faezeh e io parlavamo a bassa voce della somiglianza delle domande, per placare un poco la nostra angoscia. Finalmente uscì anche mamma Tahereh. Qualche istante dopo la stessa donna gentile venne da noi con un sorriso gradevole e un fascio di moduli di visto. Spiegò con pazienza che dovevamo sostenere rapidamente gli esami medici e che l'invio di quei documenti nel più breve tempo possibile avrebbe accelerato il rilascio dei visti. Lasciammo l'edificio dell'ambasciata traboccanti di gioia e con il cuore leggero, credendo che il sogno australiano non fosse più che a qualche foglio di carta e a un semplice esame da noi.
## Parte terza: Il vicolo cieco dei battiti accelerati e la garanzia impossibile
Ma la strada dell'emigrazione non è né piana né priva di solchi; ben presto la ruota del nostro fascicolo si impigliò negli scossoni duri della legge.
Il primo grande ostacolo fu il mio stato fisico. La forte tensione nervosa dovuta a quel segreto, l'angoscia della lontananza da mio padre e il peso dell'avvenire avevano segnato il mio organismo. La mia pressione arteriosa era salita d'un tratto e sorprendentemente molto. Ogni volta che andavo dal medico convenzionato dell'ambasciata per gli esami, l'angoscia di non essere approvato mi mandava il polso alle stelle e la pressione si fissava su un valore alto. Il medico sfogliava il fascicolo con preoccupazione e diceva: «Un volo di lunga durata in aereo, con una pressione simile, è molto pericoloso per te...» Questo divenne un ostacolo grave alla convalida dei miei esami medici.
Ma il vero vicolo cieco, quello che toglieva ogni speranza, si consumò a migliaia di leghe di distanza, in terra australiana.
Nel corso della lunga trattazione di quel fascicolo avevo superato l'età legale del visto per figlio a carico. Secondo la legge australiana non ero più un figlio dipendente, ma un giovane adulto celibe il cui fascicolo esigeva un «garante finanziario indipendente e solvibile» in Australia, che garantisse che non sarei stato un peso per lo Stato.
Mio padre Zaher, malgrado i suoi sforzi sfibranti, giorno e notte, al panificio, non conosceva in Australia nessuna persona solvibile disposta a farsi garante finanziario di un giovane celibe. Eppure la ragione era limpida: il garante temeva che dopo il mio arrivo a Sydney non trovassi lavoro, che non potessi provvedere alle pesanti spese della mia vita in Australia e che lo Stato australiano prelevasse tutte le mie spese dalla borsa e dal conto personale del garante. Perciò nessuno si prestava a quella scommessa finanziaria. Il nostro fascicolo era completamente bloccato in un vicolo cieco e oscuro.
Sentire la voce di mio padre al telefono che parlava con scoraggiamento e con un dolore pesante di quel fallimento amministrativo mi feriva l'anima. Lui che aveva corso per anni per portarci nel paradiso dei suoi sogni era ora rannicchiato nella solitudine e nel rimorso, ad accendere una sigaretta dopo l'altra, e tutto questo per colpa mia!
Presi allora una decisione di peso, una decisione di sacrificio. Nel corso di una di quelle telefonate gli dissi con tono fermo ma pieno d'amore: «Papà... se tutto quello che blocca sono io, non è davvero giusto. Ci ho riflettuto; sono pronto a restare qui da solo, in Iran, e che tu separi il mio fascicolo dagli altri perché la mamma e le mie sorelle possano raggiungerti prima. Non preoccuparti per me, sono forte...»
Un silenzio pesante calò all'altro capo del filo. Mio padre, sentendo quel sacrificio di suo figlio, ne fu profondamente scosso e il cuore gli sanguinò. Non sopportava l'idea di quella separazione ingiusta. Con una voce che tremava di singhiozzi e di volontà, disse: «No, Mohsen mio... non posso lasciarti solo... tornerò presto in Iran perché troviamo un'altra via.»
Quell'«altra via» non era una promessa vuota per consolarmi. Appena tornato in Iran, mio padre fece ancora e ancora il lungo tragitto fino a Teheran. Lui, la cui figura era stata un tempo ferma come una montagna, andava di persona all'ambasciata d'Australia e, dietro quei muri di vetro, con gli occhi bagnati e la voce tremante, supplicava i funzionari. Quell'uomo il cui orgoglio e la cui ostinazione erano celebri in tutta la famiglia aveva ormai calpestato la propria fierezza e supplicava, per salvare il fascicolo di suo figlio e impedire quella separazione spietata, nella speranza che si sciogliesse il nodo cieco di quella legge senza cuore. Ma i muri dell'ambasciata erano fatti di legge fredda, e le suppliche di un padre dal cuore spezzato non pesavano nulla davanti ai commi amministrativi.
Fu così che, dopo un anno e mezzo di corse nei corridoi dell'ambasciata, il nostro fascicolo restò sospeso al confine fra un'emigrazione incompiuta e un nuovo ritorno di mio padre...
Ma la strada dell'emigrazione non è né piana né priva di solchi; ben presto la ruota del nostro fascicolo si impigliò negli scossoni duri della legge.
Il primo grande ostacolo fu il mio stato fisico. La forte tensione nervosa dovuta a quel segreto, l'angoscia della lontananza da mio padre e il peso dell'avvenire avevano segnato il mio organismo. La mia pressione arteriosa era salita d'un tratto e sorprendentemente molto. Ogni volta che andavo dal medico convenzionato dell'ambasciata per gli esami, l'angoscia di non essere approvato mi mandava il polso alle stelle e la pressione si fissava su un valore alto. Il medico sfogliava il fascicolo con preoccupazione e diceva: «Un volo di lunga durata in aereo, con una pressione simile, è molto pericoloso per te...» Questo divenne un ostacolo grave alla convalida dei miei esami medici.
Ma il vero vicolo cieco, quello che toglieva ogni speranza, si consumò a migliaia di leghe di distanza, in terra australiana.
Nel corso della lunga trattazione di quel fascicolo avevo superato l'età legale del visto per figlio a carico. Secondo la legge australiana non ero più un figlio dipendente, ma un giovane adulto celibe il cui fascicolo esigeva un «garante finanziario indipendente e solvibile» in Australia, che garantisse che non sarei stato un peso per lo Stato.
Mio padre Zaher, malgrado i suoi sforzi sfibranti, giorno e notte, al panificio, non conosceva in Australia nessuna persona solvibile disposta a farsi garante finanziario di un giovane celibe. Eppure la ragione era limpida: il garante temeva che dopo il mio arrivo a Sydney non trovassi lavoro, che non potessi provvedere alle pesanti spese della mia vita in Australia e che lo Stato australiano prelevasse tutte le mie spese dalla borsa e dal conto personale del garante. Perciò nessuno si prestava a quella scommessa finanziaria. Il nostro fascicolo era completamente bloccato in un vicolo cieco e oscuro.
Sentire la voce di mio padre al telefono che parlava con scoraggiamento e con un dolore pesante di quel fallimento amministrativo mi feriva l'anima. Lui che aveva corso per anni per portarci nel paradiso dei suoi sogni era ora rannicchiato nella solitudine e nel rimorso, ad accendere una sigaretta dopo l'altra, e tutto questo per colpa mia!
Presi allora una decisione di peso, una decisione di sacrificio. Nel corso di una di quelle telefonate gli dissi con tono fermo ma pieno d'amore: «Papà... se tutto quello che blocca sono io, non è davvero giusto. Ci ho riflettuto; sono pronto a restare qui da solo, in Iran, e che tu separi il mio fascicolo dagli altri perché la mamma e le mie sorelle possano raggiungerti prima. Non preoccuparti per me, sono forte...»
Un silenzio pesante calò all'altro capo del filo. Mio padre, sentendo quel sacrificio di suo figlio, ne fu profondamente scosso e il cuore gli sanguinò. Non sopportava l'idea di quella separazione ingiusta. Con una voce che tremava di singhiozzi e di volontà, disse: «No, Mohsen mio... non posso lasciarti solo... tornerò presto in Iran perché troviamo un'altra via.»
Quell'«altra via» non era una promessa vuota per consolarmi. Appena tornato in Iran, mio padre fece ancora e ancora il lungo tragitto fino a Teheran. Lui, la cui figura era stata un tempo ferma come una montagna, andava di persona all'ambasciata d'Australia e, dietro quei muri di vetro, con gli occhi bagnati e la voce tremante, supplicava i funzionari. Quell'uomo il cui orgoglio e la cui ostinazione erano celebri in tutta la famiglia aveva ormai calpestato la propria fierezza e supplicava, per salvare il fascicolo di suo figlio e impedire quella separazione spietata, nella speranza che si sciogliesse il nodo cieco di quella legge senza cuore. Ma i muri dell'ambasciata erano fatti di legge fredda, e le suppliche di un padre dal cuore spezzato non pesavano nulla davanti ai commi amministrativi.
Fu così che, dopo un anno e mezzo di corse nei corridoi dell'ambasciata, il nostro fascicolo restò sospeso al confine fra un'emigrazione incompiuta e un nuovo ritorno di mio padre...
## Parte quarta: Le valigie rosse e la doppia strada del destino
L'attesa è la parte più logorante del vivere nell'incertezza; ma quando l'amore e la speranza respirano dietro le finestre, perfino la polvere sugli specchi prende un sapore di ardore. Dopo che mio padre ebbe promesso al telefono di tornare in patria, l'aria della nostra casa di Mehrabad cambiò di colpo.
In una di quelle fredde giornate d'inverno, mia madre Tahereh entrò di slancio nella stanza, il viso finalmente segnato, dopo mesi, dalle linee di un sorriso, e gridò: ragazzi, in piedi; bisogna rimboccarsi le maniche e rendere questa casa bella come un roseto, vostro padre è in viaggio! A quelle parole un'onda di energia pura invase le nostre quattro mura. Faezeh, Maryam e io ci mettemmo a spolverare, a scopare e a lavare il cortile con una gioia da bambini; come se, a ogni polvere scossa dalle finestre, cancellassimo anche dai nostri cuori i muri freddi dell'assenza e della nostalgia.
Alla fine, lunedì 25 febbraio 2002, il campanello suonò con ardore e mio padre annunciò che non era più che a qualche chilometro da casa.
Non riuscii a stare fermo. Con le gambe tremanti ma rapide corsi nel vicolo e raggiunsi la svolta principale del quartiere. Mi fermai, ansimante, e frugai con avidità con lo sguardo il fondo della strada. Qualche minuto dopo un'automobile bianca svoltò lentamente e si fermò in fondo al vicolo. La portiera si aprì e apparve la figura stanca ma imponente di mio padre Zaher.
Corsi verso di lui con tutte le mie forze, mi gettai fra le sue braccia e gli annodai le braccia intorno al collo. Anche lui, con quella tenerezza paterna senza limiti, mi coprì la testa e il viso di baci. A casa, mamma Tahereh e le mie sorelle Faezeh, Maryam e Nejat, quattro anni, lo accolsero con grida di gioia e ciascuna si impadronì di un pezzo di quel corpo stanco ma sorridente.
Quella sera la tovaglia della cena di famiglia conobbe la serata più affollata e più lunga della sua storia.
Intorno a quella tovaglia mio padre ci parlò, con gli occhi lucenti, della vita frenetica in Australia, delle notti di lavoro al panificio di Sydney e dell'oceano azzurro e infinito che sapeva di libertà; e noi gli raccontammo a nostra volta, uno dopo l'altro, le avventure di quel periodo, le prove di **Bagh-Shahr** e la dolcezza della nostra ritrovata indipendenza a Mehrabad. Ma il colmo della mia emozione fu il momento in cui mio padre mi prese la mano e mi consegnò il regalo prodigioso che mi aveva portato da oltre gli oceani: un lettore di compact disc, un Discman rosso, prezioso e magnifico!
In quegli anni in cui contemplare una tecnologia tanto moderna era un sogno per un giovane di diciannove anni a Mehrabad, guardare quel rosso metallico e ascoltare musica in cuffia era un regalo che andava ben oltre il suo valore materiale; era la manifestazione più tangibile dell'amore, dell'attenzione e del ricordo che mio padre aveva costruito per me nella solitudine dell'esilio. I primi venti giorni della sua presenza ritrovata passarono in una tale ebbrezza del suo calore, delle sue risate e della contemplazione dei suoi occhi affettuosi che non scrissi una riga nel mio diario e mi sforzai soltanto di godere con tutta l'anima di ogni secondo passato accanto a lui.
Ma le nuvole scure riapparvero ben presto nel cielo di casa nostra.
Le vacanze erano finite e mio padre riprese i suoi continui viaggi a Teheran per seguire le nostre pratiche di visto all'ambasciata d'Australia; ma purtroppo nessuna buona notizia veniva da quei muri di vetro. Il vicolo cieco della mia garanzia finanziaria restava; nessun garante in Australia accettava di assumersi l'impegno finanziario di un giovane celibe di diciotto o diciannove anni, e il timore che non trovassi lavoro dopo il mio arrivo a Sydney e che lo Stato prelevasse le spese dal conto del garante teneva il mio fascicolo sotto un catenaccio di ferro.
Vedevo con un dolore pesante peggiorare lo stato fisico e morale di mio padre; lui che di notte soffriva di insonnie interminabili per lo stress, misurava a passi il salotto nell'oscurità e accendeva una sigaretta Bahman dopo l'altra, mentre la polvere grigia della sua solitudine riempiva la casa. Vedere spezzarsi a poco a poco quell'uomo di ferro mi stringeva il cuore; perché sapevo bene che tutte quelle insonnie, tutte quelle angosce e tutti quegli ostacoli amministrativi dipendevano unicamente ed esclusivamente da me e dalla mia età legale.
Mio padre, accortosi del peso di quell'aria e della leggera depressione che stava contagiando noi ragazzi, decise di organizzare un viaggio di pellegrinaggio e di svago per rinfrescarci l'anima.
Prendemmo tutti la strada per la città santa di Mashhad. Là, sotto l'ombra del santuario celeste dell'imam Reza (la pace sia su di lui), posammo la fronte sulle pietre fredde del mausoleo e pregammo, in lacrime e supplicando, perché si sciogliessero i nodi della nostra vita. Dopo qualche giorno a Mashhad, mio padre girò il volante verso il nord verdeggiante e fiabesco dell'Iran.
Ci sistemammo in una villa bellissima, tranquilla e verde, nascosta in mezzo ad alberi immensi. Al mattino, quando guardavo fuori dalla finestra della mia stanza, restavo incantato da quelle alte montagne di cui metà della figura si nascondeva in una nebbia fitta e bianca. Di giorno percorrevamo le foreste vergini, contemplavamo la maestà delle cascate e respiravamo l'aria umida e pura della natura, e per brevi istanti dimenticavamo l'incubo dell'ambasciata e dell'Australia.
In uno di quei pomeriggi paradisiaci del Nord, mentre raccoglievamo le nostre cose per tornare a Isfahan con il cuore più leggero, lo squillo improvviso e forte del telefono della villa ruppe il silenzio della stanza.
Mio padre sollevò la cornetta. Appena la voce della segretaria dell'ambasciata gli risuonò all'orecchio, il suo viso si illuminò di un'emozione indescrivibile. Venne verso di noi con la cornetta in mano e gridò, con un sorriso che gli riempiva tutto il viso: «Ho una notizia bellissima, ragazzi! L'ambasciata ha chiamato... i nostri visti sono stati concessi!»
Saltammo di gioia senza volerlo, ci gettammo fra le braccia gli uni degli altri e le nostre grida di felicità riempirono la villa. Anni di attesa, anni di errare e di sofferenza erano appena finiti in un secondo. Ma... il nostro clamore non si era ancora spento che ci accorgemmo d'improvviso che il tono di mio padre, al telefono, era cambiato. Il sorriso gli si irrigidì sulle labbra, una piega pesante gli si posò sulla fronte e il viso gli si fece paonazzo e sconvolto.
Riattaccò. Un silenzio pesante e pungente calò sulla stanza. Lo fissavamo, sbalorditi. Con voce tremante e gli occhi traboccanti di dolore, mio padre disse: «I visti di tutti sono pronti... tranne quello di Mohsen... il fascicolo di Mohsen è ancora respinto...»
Il cuore mi crollò nel petto. Le mie sorelle mi fissarono con occhi pieni di pietà e di tristezza. Ma io, che mi aspettavo da tempo quel colpo spietato, ebbi un sorriso amaro ma fermo. Guardai gli occhi tristi e inquieti di mio padre e pronunciai la frase che mi ero già promesso di dire: «Papà... non preoccuparti. Me l'aspettavo anch'io. Te l'avevo detto e te lo ripeto; se tutto il problema del fascicolo sono io, partite per l'Australia senza di me. Separate il mio fascicolo dal vostro perché la famiglia sia salva. Io resto qui e penseremo più tardi a un nuovo fascicolo per me...»
Con il cuore stretto e per necessità, mio padre sottopose quella decisione al parere e alla discussione di tutti, e accettammo tutti, esitanti, angosciati e con un nodo in gola, che il mio fascicolo fosse separato da quello degli altri membri della famiglia. Fu il più amaro dei nostri accordi di famiglia; vedere gli occhi bagnati delle mie sorelle e le spalle tremanti di mio padre era una frusta sulla mia anima.
Ma il colpo di grazia del destino mi si abbatté sulla spalla quando venimmo a sapere che nello stesso momento erano stati concessi anche i visti di zia **Roya**, di **Hamed** e di **«Leila»** — l'amore proibito, segreto ed eterno della mia vita — e che anche loro preparavano la partenza immediata dall'Iran e il volo per l'Australia.
Quella notizia portò al culmine la tempesta della mia depressione e del mio smarrimento. Ormai non solo dovevo sopportare la lontananza solitaria da mio padre, da mia madre e dalle mie sorelline, ma dovevo affrontare la convinzione mortale che il mio amico più intimo, Hamed, e — più doloroso ancora — Leila, avrebbero lasciato l'Iran per sempre. Pensare che forse non avrei mai più rivisto gli occhi di Leila e che si sarebbe perduta per sempre per me nell'immensità degli oceani lontani riduceva in cenere ogni fibra del mio essere. Per fuggire quei pensieri spaventosi e molesti mi rifugiavo in corsi di informatica o passavo ore in un angolo buio della biblioteca comunale di Mehrabad, immerso nel silenzio dei libri; ma nessun rifugio placava i battiti inquieti e lamentosi del mio cuore.
Alla fine, lunedì 28 ottobre 2002, il sigillo della separazione fu apposto sul mio destino e il mio fascicolo d'immigrazione fu ufficialmente e legalmente separato da quello della mia famiglia. I miei ricevettero i visti con il cuore in due; io condividevo la gioia del loro volo, mentre la corda della solitudine, dell'esilio e della paura di un avvenire buio senza di loro mi stringeva ogni giorno un po' di più la gola, a Mehrabad...
L'attesa è la parte più logorante del vivere nell'incertezza; ma quando l'amore e la speranza respirano dietro le finestre, perfino la polvere sugli specchi prende un sapore di ardore. Dopo che mio padre ebbe promesso al telefono di tornare in patria, l'aria della nostra casa di Mehrabad cambiò di colpo.
In una di quelle fredde giornate d'inverno, mia madre Tahereh entrò di slancio nella stanza, il viso finalmente segnato, dopo mesi, dalle linee di un sorriso, e gridò: ragazzi, in piedi; bisogna rimboccarsi le maniche e rendere questa casa bella come un roseto, vostro padre è in viaggio! A quelle parole un'onda di energia pura invase le nostre quattro mura. Faezeh, Maryam e io ci mettemmo a spolverare, a scopare e a lavare il cortile con una gioia da bambini; come se, a ogni polvere scossa dalle finestre, cancellassimo anche dai nostri cuori i muri freddi dell'assenza e della nostalgia.
Alla fine, lunedì 25 febbraio 2002, il campanello suonò con ardore e mio padre annunciò che non era più che a qualche chilometro da casa.
Non riuscii a stare fermo. Con le gambe tremanti ma rapide corsi nel vicolo e raggiunsi la svolta principale del quartiere. Mi fermai, ansimante, e frugai con avidità con lo sguardo il fondo della strada. Qualche minuto dopo un'automobile bianca svoltò lentamente e si fermò in fondo al vicolo. La portiera si aprì e apparve la figura stanca ma imponente di mio padre Zaher.
Corsi verso di lui con tutte le mie forze, mi gettai fra le sue braccia e gli annodai le braccia intorno al collo. Anche lui, con quella tenerezza paterna senza limiti, mi coprì la testa e il viso di baci. A casa, mamma Tahereh e le mie sorelle Faezeh, Maryam e Nejat, quattro anni, lo accolsero con grida di gioia e ciascuna si impadronì di un pezzo di quel corpo stanco ma sorridente.
Quella sera la tovaglia della cena di famiglia conobbe la serata più affollata e più lunga della sua storia.
Intorno a quella tovaglia mio padre ci parlò, con gli occhi lucenti, della vita frenetica in Australia, delle notti di lavoro al panificio di Sydney e dell'oceano azzurro e infinito che sapeva di libertà; e noi gli raccontammo a nostra volta, uno dopo l'altro, le avventure di quel periodo, le prove di **Bagh-Shahr** e la dolcezza della nostra ritrovata indipendenza a Mehrabad. Ma il colmo della mia emozione fu il momento in cui mio padre mi prese la mano e mi consegnò il regalo prodigioso che mi aveva portato da oltre gli oceani: un lettore di compact disc, un Discman rosso, prezioso e magnifico!
In quegli anni in cui contemplare una tecnologia tanto moderna era un sogno per un giovane di diciannove anni a Mehrabad, guardare quel rosso metallico e ascoltare musica in cuffia era un regalo che andava ben oltre il suo valore materiale; era la manifestazione più tangibile dell'amore, dell'attenzione e del ricordo che mio padre aveva costruito per me nella solitudine dell'esilio. I primi venti giorni della sua presenza ritrovata passarono in una tale ebbrezza del suo calore, delle sue risate e della contemplazione dei suoi occhi affettuosi che non scrissi una riga nel mio diario e mi sforzai soltanto di godere con tutta l'anima di ogni secondo passato accanto a lui.
Ma le nuvole scure riapparvero ben presto nel cielo di casa nostra.
Le vacanze erano finite e mio padre riprese i suoi continui viaggi a Teheran per seguire le nostre pratiche di visto all'ambasciata d'Australia; ma purtroppo nessuna buona notizia veniva da quei muri di vetro. Il vicolo cieco della mia garanzia finanziaria restava; nessun garante in Australia accettava di assumersi l'impegno finanziario di un giovane celibe di diciotto o diciannove anni, e il timore che non trovassi lavoro dopo il mio arrivo a Sydney e che lo Stato prelevasse le spese dal conto del garante teneva il mio fascicolo sotto un catenaccio di ferro.
Vedevo con un dolore pesante peggiorare lo stato fisico e morale di mio padre; lui che di notte soffriva di insonnie interminabili per lo stress, misurava a passi il salotto nell'oscurità e accendeva una sigaretta Bahman dopo l'altra, mentre la polvere grigia della sua solitudine riempiva la casa. Vedere spezzarsi a poco a poco quell'uomo di ferro mi stringeva il cuore; perché sapevo bene che tutte quelle insonnie, tutte quelle angosce e tutti quegli ostacoli amministrativi dipendevano unicamente ed esclusivamente da me e dalla mia età legale.
Mio padre, accortosi del peso di quell'aria e della leggera depressione che stava contagiando noi ragazzi, decise di organizzare un viaggio di pellegrinaggio e di svago per rinfrescarci l'anima.
Prendemmo tutti la strada per la città santa di Mashhad. Là, sotto l'ombra del santuario celeste dell'imam Reza (la pace sia su di lui), posammo la fronte sulle pietre fredde del mausoleo e pregammo, in lacrime e supplicando, perché si sciogliessero i nodi della nostra vita. Dopo qualche giorno a Mashhad, mio padre girò il volante verso il nord verdeggiante e fiabesco dell'Iran.
Ci sistemammo in una villa bellissima, tranquilla e verde, nascosta in mezzo ad alberi immensi. Al mattino, quando guardavo fuori dalla finestra della mia stanza, restavo incantato da quelle alte montagne di cui metà della figura si nascondeva in una nebbia fitta e bianca. Di giorno percorrevamo le foreste vergini, contemplavamo la maestà delle cascate e respiravamo l'aria umida e pura della natura, e per brevi istanti dimenticavamo l'incubo dell'ambasciata e dell'Australia.
In uno di quei pomeriggi paradisiaci del Nord, mentre raccoglievamo le nostre cose per tornare a Isfahan con il cuore più leggero, lo squillo improvviso e forte del telefono della villa ruppe il silenzio della stanza.
Mio padre sollevò la cornetta. Appena la voce della segretaria dell'ambasciata gli risuonò all'orecchio, il suo viso si illuminò di un'emozione indescrivibile. Venne verso di noi con la cornetta in mano e gridò, con un sorriso che gli riempiva tutto il viso: «Ho una notizia bellissima, ragazzi! L'ambasciata ha chiamato... i nostri visti sono stati concessi!»
Saltammo di gioia senza volerlo, ci gettammo fra le braccia gli uni degli altri e le nostre grida di felicità riempirono la villa. Anni di attesa, anni di errare e di sofferenza erano appena finiti in un secondo. Ma... il nostro clamore non si era ancora spento che ci accorgemmo d'improvviso che il tono di mio padre, al telefono, era cambiato. Il sorriso gli si irrigidì sulle labbra, una piega pesante gli si posò sulla fronte e il viso gli si fece paonazzo e sconvolto.
Riattaccò. Un silenzio pesante e pungente calò sulla stanza. Lo fissavamo, sbalorditi. Con voce tremante e gli occhi traboccanti di dolore, mio padre disse: «I visti di tutti sono pronti... tranne quello di Mohsen... il fascicolo di Mohsen è ancora respinto...»
Il cuore mi crollò nel petto. Le mie sorelle mi fissarono con occhi pieni di pietà e di tristezza. Ma io, che mi aspettavo da tempo quel colpo spietato, ebbi un sorriso amaro ma fermo. Guardai gli occhi tristi e inquieti di mio padre e pronunciai la frase che mi ero già promesso di dire: «Papà... non preoccuparti. Me l'aspettavo anch'io. Te l'avevo detto e te lo ripeto; se tutto il problema del fascicolo sono io, partite per l'Australia senza di me. Separate il mio fascicolo dal vostro perché la famiglia sia salva. Io resto qui e penseremo più tardi a un nuovo fascicolo per me...»
Con il cuore stretto e per necessità, mio padre sottopose quella decisione al parere e alla discussione di tutti, e accettammo tutti, esitanti, angosciati e con un nodo in gola, che il mio fascicolo fosse separato da quello degli altri membri della famiglia. Fu il più amaro dei nostri accordi di famiglia; vedere gli occhi bagnati delle mie sorelle e le spalle tremanti di mio padre era una frusta sulla mia anima.
Ma il colpo di grazia del destino mi si abbatté sulla spalla quando venimmo a sapere che nello stesso momento erano stati concessi anche i visti di zia **Roya**, di **Hamed** e di **«Leila»** — l'amore proibito, segreto ed eterno della mia vita — e che anche loro preparavano la partenza immediata dall'Iran e il volo per l'Australia.
Quella notizia portò al culmine la tempesta della mia depressione e del mio smarrimento. Ormai non solo dovevo sopportare la lontananza solitaria da mio padre, da mia madre e dalle mie sorelline, ma dovevo affrontare la convinzione mortale che il mio amico più intimo, Hamed, e — più doloroso ancora — Leila, avrebbero lasciato l'Iran per sempre. Pensare che forse non avrei mai più rivisto gli occhi di Leila e che si sarebbe perduta per sempre per me nell'immensità degli oceani lontani riduceva in cenere ogni fibra del mio essere. Per fuggire quei pensieri spaventosi e molesti mi rifugiavo in corsi di informatica o passavo ore in un angolo buio della biblioteca comunale di Mehrabad, immerso nel silenzio dei libri; ma nessun rifugio placava i battiti inquieti e lamentosi del mio cuore.
Alla fine, lunedì 28 ottobre 2002, il sigillo della separazione fu apposto sul mio destino e il mio fascicolo d'immigrazione fu ufficialmente e legalmente separato da quello della mia famiglia. I miei ricevettero i visti con il cuore in due; io condividevo la gioia del loro volo, mentre la corda della solitudine, dell'esilio e della paura di un avvenire buio senza di loro mi stringeva ogni giorno un po' di più la gola, a Mehrabad...
## Parte quinta: L'addio sanguinoso dell'aeroporto, il 26 dicembre 2002
«I giorni che seguirono la separazione ufficiale e legale del mio fascicolo, lunedì 28 ottobre 2002, la nostra casa di Mehrabad divenne una specie di officina fatta di fretta, di spavento e di smantellamento dei resti di una vita indipendente. Mentre la mia famiglia preparava, con il cuore in due, il volo verso Sydney, toccava a me portare da solo, sulle mie spalle di vent'anni, alle soglie del terzo decennio dei sogni della mia giovinezza, il fardello delle pratiche amministrative e della liquidazione definitiva del nostro passato in Iran.»
Il più grande e il più soffocante degli ostacoli davanti alla mia famiglia era la registrazione dell'uscita ufficiale dal paese di mamma Tahereh presso l'ufficio speciale per gli affari dei cittadini stranieri, al ministero degli Esteri.
Il colonnello seduto dietro la scrivania del capo di quell'ufficio metteva bastoni fra le ruote del fascicolo con un sangue freddo burocratico e spietato, e inventava ogni volta un nuovo vizio di forma nelle carte. Eravamo allo stremo, e ogni giorno di ritardo aumentava il rischio di perdere i biglietti e di far scadere i visti delle mie sorelle.
Alla fine, dopo corse incessanti, uno degli amici intimi di mio padre parlò con quel colonnello e, uscendo dal suo ufficio, rivelò il segreto di quei muri di pietra: la nostra pratica non sarebbe andata avanti con nessun documento né con nessuna carta legale — soltanto con una grossa bustarella da un milione di toman!
In quegli anni mettere insieme una somma simile in poco tempo, per una famiglia il cui intero patrimonio era stato svenduto, aveva del miracoloso. Ma mio padre Zaher, a migliaia di leghe, a Sydney, raddoppiò le sue notti di lavoro al panificio e mandò quel denaro a prezzo del suo sangue; la bustarella da un milione di toman fu pagata e il timbro d'uscita fu finalmente apposto sul passaporto di mamma Tahereh, perché si spianasse la strada del volo.
Insieme a quelle pratiche, mi fu affidata la missione più dura e più amara.
Dovevo fare il giro dei rigattieri e delle rosticcerie di Mehrabad e vendere al prezzo più irrisorio, pezzo per pezzo, gli oggetti e i mobili che mio padre aveva comprato un tempo con il sudore della fronte per farci gustare l'indipendenza, per mettere insieme il denaro che mancava per comprare i biglietti aerei della famiglia. Ogni volta che un rigattiere veniva a casa, passava la mano sulle poltrone, esaminava il nostro caro televisore Pars e metteva un prezzo miserabile sui nostri beni, avevo la sensazione che fosse ogni fibra della nostra identità familiare a essere venduta per qualche banconota.
Quando avemmo caricato gli ultimi mobili e gli ultimi tappeti sul retro del furgoncino del rigattiere e la casa di Mehrabad fu del tutto nuda e silenziosa, cacciai le mie poche cose personali in una vecchia sacca e andai a stabilirmi, da straniero, da Bibi Fatemeh.
Alla fine venne quel giovedì amaro e sinistro: il 26 dicembre 2002.
Mio padre mi aveva nascosto la data esatta del volo; forse per proteggere il mio cuore debole e ferito dal conto alla rovescia dell'addio. Quella sera me ne stavo rannicchiato nella quiete silenziosa della casa di Bibi Fatemeh. Le lancette dell'orologio a muro avanzavano in fretta e, verso le undici di sera, lo squillo del telefono ruppe d'improvviso il silenzio della casa.
Bibi Fatemeh sollevò la cornetta. La voce tremante e piena di lacrime di mamma Tahereh si sparse all'altro capo del filo: si congedava da Bibi per l'ultima volta.
Sentendo quella conversazione, il mondo cominciò a girarmi intorno. Capii che adesso, in quel secondo stesso, la mia famiglia lasciava l'Iran per sempre! Senza esitare un secondo infilai gli stivali, corsi in strada e, supplicando, presi a nolo il primo taxi che trovai a Mehrabad gridando: «Bagh-Shahr... signore, per amor di Dio, più in fretta! Stanno partendo...»
Quando il taxi arrivò davanti alla porta della casa paterna di mamma Tahereh, mi trovai davanti a un tumulto spaventoso, infernale.
Il vicolo era pieno di gente e l'aria della notte era pesante dei pianti, dei gemiti, dei sospiri e delle maledizioni della famiglia. In mezzo a quel rumore oscuro, la voce del vecchio severo, Jaddo **Abdolrahman**, sovrastava tutte le altre: si era messo in collera e litigava con l'autista del taxi dell'aeroporto per una miseria, il prezzo della corsa.
Nel cuore di quel disordine, gli occhi bagnati e spaventati delle mie sorelle, Faezeh e Maryam, si illuminarono appena mi videro in mezzo alle ombre. Corsero verso di me gridando e piangendo e mi fecero cerchio intorno.
La piccola Nejat, che aveva ormai sei anni, si aggrappava alla manica del mio giubbotto e singhiozzava con i suoi occhi innocenti. Strinsi mamma Tahereh e le mie sorelle, una a una, con tutto il corpo fra le braccia, e respirai profondamente l'odore della loro pelle per tenerlo in serbo per i giorni di solitudine.
Fino all'ultimo secondo le mani sottili e tremanti di Faezeh e di Maryam restarono chiuse nelle mie mani di ventenne. Ma l'autista suonò il clacson senza pietà e gridò che avrebbe fatto tardi. Salirono in macchina e le portiere di metallo si richiusero con un rumore duro.
L'automobile si mosse e io corsi dietro. Mai, mai dimenticherò quel quadro rovente; i visi innocenti e inondati di lacrime delle mie sorelle che, dietro il lunotto sporco e opaco, mi fissavano con gli occhi pieni di supplica premendo le manine contro il vetro, mentre si cancellavano nell'oscurità della strada...
Un singhiozzo mi tolse il respiro e le lacrime mi offuscarono tutta la vista. Piansi per tutto il viaggio di ritorno fino alla casa di Bibi, sul sedile posteriore del taxi, di un pianto d'uomo e senza interruzione; un violento senso di orfanezza, di abbandono e di sradicamento mi aveva ridotto il cuore in mille pezzi. Quella notte, fino all'alba d'inverno di Mehrabad, i miei occhi restarono fissi sui fili che pendevano dal soffitto e il sonno rifiutò le mie palpebre; non mi restava che un lungo limbo di tre anni, in una patria diventata senza patria...
«I giorni che seguirono la separazione ufficiale e legale del mio fascicolo, lunedì 28 ottobre 2002, la nostra casa di Mehrabad divenne una specie di officina fatta di fretta, di spavento e di smantellamento dei resti di una vita indipendente. Mentre la mia famiglia preparava, con il cuore in due, il volo verso Sydney, toccava a me portare da solo, sulle mie spalle di vent'anni, alle soglie del terzo decennio dei sogni della mia giovinezza, il fardello delle pratiche amministrative e della liquidazione definitiva del nostro passato in Iran.»
Il più grande e il più soffocante degli ostacoli davanti alla mia famiglia era la registrazione dell'uscita ufficiale dal paese di mamma Tahereh presso l'ufficio speciale per gli affari dei cittadini stranieri, al ministero degli Esteri.
Il colonnello seduto dietro la scrivania del capo di quell'ufficio metteva bastoni fra le ruote del fascicolo con un sangue freddo burocratico e spietato, e inventava ogni volta un nuovo vizio di forma nelle carte. Eravamo allo stremo, e ogni giorno di ritardo aumentava il rischio di perdere i biglietti e di far scadere i visti delle mie sorelle.
Alla fine, dopo corse incessanti, uno degli amici intimi di mio padre parlò con quel colonnello e, uscendo dal suo ufficio, rivelò il segreto di quei muri di pietra: la nostra pratica non sarebbe andata avanti con nessun documento né con nessuna carta legale — soltanto con una grossa bustarella da un milione di toman!
In quegli anni mettere insieme una somma simile in poco tempo, per una famiglia il cui intero patrimonio era stato svenduto, aveva del miracoloso. Ma mio padre Zaher, a migliaia di leghe, a Sydney, raddoppiò le sue notti di lavoro al panificio e mandò quel denaro a prezzo del suo sangue; la bustarella da un milione di toman fu pagata e il timbro d'uscita fu finalmente apposto sul passaporto di mamma Tahereh, perché si spianasse la strada del volo.
Insieme a quelle pratiche, mi fu affidata la missione più dura e più amara.
Dovevo fare il giro dei rigattieri e delle rosticcerie di Mehrabad e vendere al prezzo più irrisorio, pezzo per pezzo, gli oggetti e i mobili che mio padre aveva comprato un tempo con il sudore della fronte per farci gustare l'indipendenza, per mettere insieme il denaro che mancava per comprare i biglietti aerei della famiglia. Ogni volta che un rigattiere veniva a casa, passava la mano sulle poltrone, esaminava il nostro caro televisore Pars e metteva un prezzo miserabile sui nostri beni, avevo la sensazione che fosse ogni fibra della nostra identità familiare a essere venduta per qualche banconota.
Quando avemmo caricato gli ultimi mobili e gli ultimi tappeti sul retro del furgoncino del rigattiere e la casa di Mehrabad fu del tutto nuda e silenziosa, cacciai le mie poche cose personali in una vecchia sacca e andai a stabilirmi, da straniero, da Bibi Fatemeh.
Alla fine venne quel giovedì amaro e sinistro: il 26 dicembre 2002.
Mio padre mi aveva nascosto la data esatta del volo; forse per proteggere il mio cuore debole e ferito dal conto alla rovescia dell'addio. Quella sera me ne stavo rannicchiato nella quiete silenziosa della casa di Bibi Fatemeh. Le lancette dell'orologio a muro avanzavano in fretta e, verso le undici di sera, lo squillo del telefono ruppe d'improvviso il silenzio della casa.
Bibi Fatemeh sollevò la cornetta. La voce tremante e piena di lacrime di mamma Tahereh si sparse all'altro capo del filo: si congedava da Bibi per l'ultima volta.
Sentendo quella conversazione, il mondo cominciò a girarmi intorno. Capii che adesso, in quel secondo stesso, la mia famiglia lasciava l'Iran per sempre! Senza esitare un secondo infilai gli stivali, corsi in strada e, supplicando, presi a nolo il primo taxi che trovai a Mehrabad gridando: «Bagh-Shahr... signore, per amor di Dio, più in fretta! Stanno partendo...»
Quando il taxi arrivò davanti alla porta della casa paterna di mamma Tahereh, mi trovai davanti a un tumulto spaventoso, infernale.
Il vicolo era pieno di gente e l'aria della notte era pesante dei pianti, dei gemiti, dei sospiri e delle maledizioni della famiglia. In mezzo a quel rumore oscuro, la voce del vecchio severo, Jaddo **Abdolrahman**, sovrastava tutte le altre: si era messo in collera e litigava con l'autista del taxi dell'aeroporto per una miseria, il prezzo della corsa.
Nel cuore di quel disordine, gli occhi bagnati e spaventati delle mie sorelle, Faezeh e Maryam, si illuminarono appena mi videro in mezzo alle ombre. Corsero verso di me gridando e piangendo e mi fecero cerchio intorno.
La piccola Nejat, che aveva ormai sei anni, si aggrappava alla manica del mio giubbotto e singhiozzava con i suoi occhi innocenti. Strinsi mamma Tahereh e le mie sorelle, una a una, con tutto il corpo fra le braccia, e respirai profondamente l'odore della loro pelle per tenerlo in serbo per i giorni di solitudine.
Fino all'ultimo secondo le mani sottili e tremanti di Faezeh e di Maryam restarono chiuse nelle mie mani di ventenne. Ma l'autista suonò il clacson senza pietà e gridò che avrebbe fatto tardi. Salirono in macchina e le portiere di metallo si richiusero con un rumore duro.
L'automobile si mosse e io corsi dietro. Mai, mai dimenticherò quel quadro rovente; i visi innocenti e inondati di lacrime delle mie sorelle che, dietro il lunotto sporco e opaco, mi fissavano con gli occhi pieni di supplica premendo le manine contro il vetro, mentre si cancellavano nell'oscurità della strada...
Un singhiozzo mi tolse il respiro e le lacrime mi offuscarono tutta la vista. Piansi per tutto il viaggio di ritorno fino alla casa di Bibi, sul sedile posteriore del taxi, di un pianto d'uomo e senza interruzione; un violento senso di orfanezza, di abbandono e di sradicamento mi aveva ridotto il cuore in mille pezzi. Quella notte, fino all'alba d'inverno di Mehrabad, i miei occhi restarono fissi sui fili che pendevano dal soffitto e il sonno rifiutò le mie palpebre; non mi restava che un lungo limbo di tre anni, in una patria diventata senza patria...
Il limbo di tre anni e lo scriba del cofanetto dei segreti
Parte prima: Il porto di pace di Bibi e le confidenze notturne di Mehrabad
Dopo quella notte straziante del 26 dicembre 2002 e dopo aver visto svanire il viso bagnato e supplicante delle mie sorelle dietro il lunotto del taxi, non restavo che io e una solitudine immensa, infinita, in una patria diventata per me senza patria. Durante quei primi due o tre giorni, una paura paralizzante di un avvenire incerto artigliava la mia anima di vent'anni come un incubo nero. Ma ben presto la mano del destino mi collocò in uno spazio che fu per me come il risveglio da un lungo incubo teso, carico d'angoscia da anni.
Avevo steso le mie poche cose personali in una piccola stanza della vecchia casa di Bibi Fatemeh, a **Mehrabad**. In quel silenzio intimo, rotto soltanto dal ticchettio dell'orologio a muro e dal verso notturno degli uccelli, la mia anima gustava per la prima volta dopo anni di frastuono il sapore aspro ma guaritore del riposo. Bibi Fatemeh — quella donna provata, dignitosa e incrollabile — e **zia Parvin** mi presero sotto la loro ala con braccia così aperte e così prive di rimprovero che era come se una madre buona riversasse su di me d'un solo colpo tutta l'attenzione, l'amore e la compassione perdute del mondo.
Ogni volta che il telefono squillava e mio padre o le mie sorelle chiedevano di me con angoscia da Sydney, li rassicuravo con voce calma e piena di contentezza e dicevo: «Non preoccupatevi per me... vivo in un piccolo paradiso dove, dopo anni di errare, ho finalmente trovato la pace.»
Ma quel riposo appena nato, invece di addormentarmi la mente, me la svegliò. Quando si posò la polvere pesante delle angosce quotidiane dell'emigrazione e delle corse amministrative, fu come se dentro di me si rompesse una diga. Nella solitudine intima della casa di Bibi, una strana contraddizione mi prese alla gola; mi dicevo: perché il mio mondo e quello delle mie sorelle dovevano essere così annodati al dolore, all'angoscia, alle follie familiari continue e allo sradicamento? Che cosa ci era accaduto perché la nostra parte di giovinezza e di vita ordinaria fosse soltanto tristezza, estraneità e gioia perduta?
Infilavo senza volerlo la mano destra in tasca e, con il pollice, percorrevo sulla falange superiore dell'indice quella linea ruvida e bianca: la traccia rossa e maledetta di quella chiave sinistra! La chiave che in quel pomeriggio rovente dei miei tredici anni, davanti all'insistenza e alla semplicità di mia madre Marzieh, avevo tirato fuori dalla tasca nel cortile della casa di Bibi e le avevo consegnato perché aprisse la serratura di una tragedia eterna. Il senso di colpa e quel vecchio rimorso che spezza la schiena si risvegliarono di nuovo nel mio petto, ma questa volta presi una decisione diversa. Decisi di non fuggire più le ombre; volevo sollevare il velo sui segreti, sulle rinunce e sulle sventure che la nostra vita si era lasciata alle spalle. Volevo sapere dove fosse la radice di tanta turbolenza.
E la radice di quella famiglia paterna era tutta nelle mani callose di Bibi Fatemeh. Era l'ancoraggio e la depositaria del nostro passato; una donna che portava sulla schiena un fardello fatto del lutto inflitto da Saddam, dell'espulsione forzata, della scomparsa e della morte di due figli e della perdita del marito.
La sera, quando il frastuono di Mehrabad si placava, la vecchia casa di Bibi Fatemeh assumeva un'atmosfera eterea e sacra. Bibi accendeva il suo vecchio samovar di ottone. Il gorgoglio continuo e dolce dell'acqua era l'unico suono vivo nella penombra della notte. Zia Parvin portava il vassoio del tè fresco al cardamomo e ci radunavamo intorno a quel calore.
Presi un vecchio quaderno dalle pagine ingiallite e una penna, me li posai sulle ginocchia e mi sedetti davanti agli occhi stanchi e indeboliti di Bibi Fatemeh. La guardai fisso e dissi con una voce che tremava d'impazienza: «Bibi... parlami di Najaf. Parlami delle nostre radici. Dimmi che cosa ci è successo perché il destino di noi, i bambini, si annodasse così all'esilio e al dolore.»
Dopo quella notte straziante del 26 dicembre 2002 e dopo aver visto svanire il viso bagnato e supplicante delle mie sorelle dietro il lunotto del taxi, non restavo che io e una solitudine immensa, infinita, in una patria diventata per me senza patria. Durante quei primi due o tre giorni, una paura paralizzante di un avvenire incerto artigliava la mia anima di vent'anni come un incubo nero. Ma ben presto la mano del destino mi collocò in uno spazio che fu per me come il risveglio da un lungo incubo teso, carico d'angoscia da anni.
Avevo steso le mie poche cose personali in una piccola stanza della vecchia casa di Bibi Fatemeh, a **Mehrabad**. In quel silenzio intimo, rotto soltanto dal ticchettio dell'orologio a muro e dal verso notturno degli uccelli, la mia anima gustava per la prima volta dopo anni di frastuono il sapore aspro ma guaritore del riposo. Bibi Fatemeh — quella donna provata, dignitosa e incrollabile — e **zia Parvin** mi presero sotto la loro ala con braccia così aperte e così prive di rimprovero che era come se una madre buona riversasse su di me d'un solo colpo tutta l'attenzione, l'amore e la compassione perdute del mondo.
Ogni volta che il telefono squillava e mio padre o le mie sorelle chiedevano di me con angoscia da Sydney, li rassicuravo con voce calma e piena di contentezza e dicevo: «Non preoccupatevi per me... vivo in un piccolo paradiso dove, dopo anni di errare, ho finalmente trovato la pace.»
Ma quel riposo appena nato, invece di addormentarmi la mente, me la svegliò. Quando si posò la polvere pesante delle angosce quotidiane dell'emigrazione e delle corse amministrative, fu come se dentro di me si rompesse una diga. Nella solitudine intima della casa di Bibi, una strana contraddizione mi prese alla gola; mi dicevo: perché il mio mondo e quello delle mie sorelle dovevano essere così annodati al dolore, all'angoscia, alle follie familiari continue e allo sradicamento? Che cosa ci era accaduto perché la nostra parte di giovinezza e di vita ordinaria fosse soltanto tristezza, estraneità e gioia perduta?
Infilavo senza volerlo la mano destra in tasca e, con il pollice, percorrevo sulla falange superiore dell'indice quella linea ruvida e bianca: la traccia rossa e maledetta di quella chiave sinistra! La chiave che in quel pomeriggio rovente dei miei tredici anni, davanti all'insistenza e alla semplicità di mia madre Marzieh, avevo tirato fuori dalla tasca nel cortile della casa di Bibi e le avevo consegnato perché aprisse la serratura di una tragedia eterna. Il senso di colpa e quel vecchio rimorso che spezza la schiena si risvegliarono di nuovo nel mio petto, ma questa volta presi una decisione diversa. Decisi di non fuggire più le ombre; volevo sollevare il velo sui segreti, sulle rinunce e sulle sventure che la nostra vita si era lasciata alle spalle. Volevo sapere dove fosse la radice di tanta turbolenza.
E la radice di quella famiglia paterna era tutta nelle mani callose di Bibi Fatemeh. Era l'ancoraggio e la depositaria del nostro passato; una donna che portava sulla schiena un fardello fatto del lutto inflitto da Saddam, dell'espulsione forzata, della scomparsa e della morte di due figli e della perdita del marito.
La sera, quando il frastuono di Mehrabad si placava, la vecchia casa di Bibi Fatemeh assumeva un'atmosfera eterea e sacra. Bibi accendeva il suo vecchio samovar di ottone. Il gorgoglio continuo e dolce dell'acqua era l'unico suono vivo nella penombra della notte. Zia Parvin portava il vassoio del tè fresco al cardamomo e ci radunavamo intorno a quel calore.
Presi un vecchio quaderno dalle pagine ingiallite e una penna, me li posai sulle ginocchia e mi sedetti davanti agli occhi stanchi e indeboliti di Bibi Fatemeh. La guardai fisso e dissi con una voce che tremava d'impazienza: «Bibi... parlami di Najaf. Parlami delle nostre radici. Dimmi che cosa ci è successo perché il destino di noi, i bambini, si annodasse così all'esilio e al dolore.»
## Parte seconda: Il cofanetto dei segreti di Bibi Fatemeh e la voce perduta di Najaf
La pioggia d'inverno di Mehrabad batteva senza tregua e piano sui piccoli vetri della stanza e annegava l'atmosfera della casa in un silenzio da sogno. La luce fioca della lampada a petrolio gettava lunghe ombre sui muri d'intonaco e faceva risaltare le rughe profonde del viso di Bibi.
Bibi regolò il samovar con le mani che il morbo di Parkinson e il dolore degli anni facevano tremare di continuo, e mi posò davanti un bicchiere di tè fresco al cardamomo. Guardavo il leggero tremito delle sue labbra e il conto irregolare del suo respiro stanco; un respiro che sembrava tirare fuori, a ogni inspirazione e a ogni espirazione, la polvere e la cenere dei ricordi amari e dolci di parecchi decenni di errare della famiglia Musavi.
Un sospiro freddo e lungo si levò dal petto di Bibi. Il suo sguardo si fissò su un punto indeterminato nell'immensità del tempo; come se i muri di mattoni crudi della casa di Mehrabad si sciogliessero d'improvviso nei suoi occhi, e il timbro sonoro della sua voce portò la mia anima a migliaia di leghe e a decenni indietro... nei vicoli roventi di Najaf!
Bibi chiuse gli occhi e disse piano: «Mohsen mio... il sole di Najaf era spietato e rovente, ma le cupole dorate del santuario del Principe dei credenti brillavano tanto in mezzo alla polvere del deserto della città che contemplarle placava l'anima di qualunque uomo stanco. Ai margini di quella stessa città santa e infuocata avevamo una casetta intima dai muri imbiancati, il cui cortile, all'ombra di un unico melograno, era il nostro rifugio. Quando tuo nonno **«Mohsen»** morì giovane, portato via dalla malattia, restai sola con due bambini innocenti e senza tetto, nel nero esilio di Najaf, e dovetti essere per loro insieme la madre, il padre e il pane...»
Fu allora che alzai la mano, fermai la corsa della penna e dissi, con un dubbio che mi correva negli occhi: «Bibi... aspetta. C'è una cosa che scombina l'aritmetica dei miei ricordi. Hai detto che Jaddo Mohsen è morto anni fa a Najaf, giovanissimo... hai detto che mio padre Zaher e lo zio **Jalal** rimasero orfani da bambini... e allora com'è possibile che tu abbia avuto tanti figli? Come mai, anni dopo la morte di Jaddo Mohsen, i miei zii e le mie zie più giovani si sono aggiunti a questa famiglia? Quale segreto si nasconde dietro queste cose taciute?»
Un silenzio profondo riempì la stanza. Bibi Fatemeh emise un sospiro straziante e si strinse il chador intorno alle spalle fragili. Gli occhi le brillarono di lacrime nella luce fioca della lampada a petrolio. Mi posò piano la mano rugosa sulla mia e disse con una voce che era un sussurro: «Mohsen mio... è questo il grande non detto che era il pilastro nascosto della nostra casa di Najaf. La verità è che tuo padre Zaher e tuo zio Jalal furono gli unici frutti della mia unione con il mio marito morto giovane, Jaddo Mohsen... Quando Mohsen volò via, ero una donna giovane con due figli orfani, nella società dura di quel tempo. Nella legge non scritta dei sayyid di quella terra, gli orfani di un fratello non dovevano crescere sotto la mano di un estraneo, né portare in fronte un altro nome. In quei giorni di disperazione si fece avanti un uomo fatto di generosità e di un onore senza calcolo; il fratello di mio marito, il tuo prozio: **«Sedmir»**! Sedmir aveva egli stesso famiglia a carico; aveva la sua casa e la sua vita. Ma aveva l'onore dei sayyid; non sopportava di vedere gli orfani di suo fratello senza tetto e senza riparo. Per costruire un rifugio legale, lecito e duraturo per me e per i figli di suo fratello, si rimboccò le maniche, mi prese in moglie e divenne il padre protettore del piccolo Zaher e del piccolo Jalal. Mohsen mio caro... tutti i fratelli e le sorelle più giovani che hai nominato — da **Mohammad**, da Ali e da Nader fino a Zohreh, Halimeh, Roya e Parvin — sono tutti figli miei e del generoso Sedmir. Non fu soltanto uno zio: fu un padre per tutta questa famiglia e, fino all'ultimo respiro, non lasciò che la polvere dell'orfanezza si posasse sul viso di Zaher e di Jalal...»
Dopo un sorso di tè ormai freddo, Bibi arrivò alla pagina più straziante del suo cofanetto: «Le mie giornate cominciavano molto prima dell'alba. Nella penombra della stanza mi inginocchiavo e, con queste mani stanche, facevo girare i fusi da filare, quelle masuleh, per guadagnare un pane lecito a questa grande famiglia. Tuo padre Zaher, da giovane, era quietissimo e pensieroso e lavorava in una piccola farmacia. Ogni sera stendevamo la tovaglia semplice della nostra cena all'ombra di quello stesso melograno del cortile e, malgrado le difficoltà, eravamo felici... Ma il regime baathista di Saddam diventava ogni giorno più spietato. Poiché ero di origine iraniana, l'ombra del sospetto si stese ben presto sulla nostra casa. Alla fine, prima che la tempesta del Baath ci facesse a pezzi, tuo padre Zaher dovette lasciare Najaf di nascosto per l'Iran... Quattro anni dopo la sua partenza venne quel giorno nero del 1984! I soldati baathisti di Saddam si scagliarono sulla nostra casa e ci trascinarono in un centro di detenzione affollato e terrificante. In mezzo a quel disastro, due soldati senza pietà afferrarono d'improvviso le mani di mio figlio diciottenne, **«Mohammad»** — tuo zio, quel ragazzo nobile e vigoroso —, per strapparmelo. Urlavo, gridavo, mi aggrappavo ai loro stivali... ma dicevano che i giovani adulti non avevano il diritto di partire verso l'Iran. Mohammad, mentre si dibatteva, piantò lo sguardo nei miei occhi in lacrime e gridò con tutta l'anima: «Madre... sii forte! Troverò una strada per tornare fra le tue braccia...» E fu l'ultima volta che udii la voce di mio figlio Mohammad. Sono passati quasi vent'anni, Mohsen... e ogni notte ancora, quando faccio girare i fusi, quel grido di Mohammad mi risuona nelle orecchie. Nessuno ha mai saputo in quale fossa comune di Saddam la carne della mia carne abbia reso l'anima, da straniera...»
Non dimenticherò mai quell'istante. Arrivata lì, le parole si strozzarono nella gola di Bibi. I nomi di «Mohammad» e di «Ali» non erano per lei semplici parole, ma il grilletto che faceva cedere tutte le dighe della sua anima. Ogni volta che si parlava di quei due figli, Bibi non era più se stessa. Si tirò il chador sul viso e scoppiò in pianti e lamenti così strazianti che le fragili spalle ne furono scosse violentemente. I suoi singhiozzi riempirono l'intimità della stanza e non riuscì più a pronunciare una sola parola.
Con le mani tremanti posai la penna e il quaderno, mi avvicinai e, in silenzio, presi le sue mani fredde e rugose nelle mie. Passarono lunghi e pesanti minuti prima che la tempesta di quel dolore profondo si placasse un poco. Bibi asciugò con l'angolo del chador le lacrime che le scorrevano nei solchi del viso, trasse un lungo e tremante respiro e, calmatasi un poco, proseguì così il resto della storia sanguinosa della famiglia:
«La ferita della scomparsa di Mohammad era ancora fresca quando un lutto più grande mi curvò la schiena... il lutto di mio figlio **«Ali»**! Il mio Ali, così nobile e così sventurato, non riuscì mai, dopo l'esodo in Iran, a sopportare il sapore amaro dell'esilio e la lontananza dalla patria. Decise di rientrare di nascosto in terra irachena... ma in mezzo alle strade di confine i soldati baathisti videro la sua ombra e, sotto le raffiche dei loro proiettili, stesero il mio Ali nella polvere e nel sangue...»
La voce di Bibi si spezzò nel torrente delle sue lacrime. Si premette la mano tremante sul petto, come se quelle vecchie piaghe sanguinassero ancora, e, con la figura del tutto spezzata sotto il peso di quei due disastri, appoggiò la testa al vecchio cuscino della stanza e pianse senza rumore. Con le mani tremanti posai il quaderno a terra. Anche le mie lacrime erano cadute sulla pagina e confondevano le parole. Guardai la mia mano destra; capivo bene, ormai, che eravamo i figli di una stirpe le cui radici, a Najaf, erano state irrigate dal sangue del martirio dello zio Ali, dall'innocenza dello zio Mohammad scomparso e dai sacrifici di un uomo come Sedmir. Ero diventato lo scriba di quei dolori sacri, perché la nostra storia non fosse dimenticata.
La pioggia d'inverno di Mehrabad batteva senza tregua e piano sui piccoli vetri della stanza e annegava l'atmosfera della casa in un silenzio da sogno. La luce fioca della lampada a petrolio gettava lunghe ombre sui muri d'intonaco e faceva risaltare le rughe profonde del viso di Bibi.
Bibi regolò il samovar con le mani che il morbo di Parkinson e il dolore degli anni facevano tremare di continuo, e mi posò davanti un bicchiere di tè fresco al cardamomo. Guardavo il leggero tremito delle sue labbra e il conto irregolare del suo respiro stanco; un respiro che sembrava tirare fuori, a ogni inspirazione e a ogni espirazione, la polvere e la cenere dei ricordi amari e dolci di parecchi decenni di errare della famiglia Musavi.
Un sospiro freddo e lungo si levò dal petto di Bibi. Il suo sguardo si fissò su un punto indeterminato nell'immensità del tempo; come se i muri di mattoni crudi della casa di Mehrabad si sciogliessero d'improvviso nei suoi occhi, e il timbro sonoro della sua voce portò la mia anima a migliaia di leghe e a decenni indietro... nei vicoli roventi di Najaf!
Bibi chiuse gli occhi e disse piano: «Mohsen mio... il sole di Najaf era spietato e rovente, ma le cupole dorate del santuario del Principe dei credenti brillavano tanto in mezzo alla polvere del deserto della città che contemplarle placava l'anima di qualunque uomo stanco. Ai margini di quella stessa città santa e infuocata avevamo una casetta intima dai muri imbiancati, il cui cortile, all'ombra di un unico melograno, era il nostro rifugio. Quando tuo nonno **«Mohsen»** morì giovane, portato via dalla malattia, restai sola con due bambini innocenti e senza tetto, nel nero esilio di Najaf, e dovetti essere per loro insieme la madre, il padre e il pane...»
Fu allora che alzai la mano, fermai la corsa della penna e dissi, con un dubbio che mi correva negli occhi: «Bibi... aspetta. C'è una cosa che scombina l'aritmetica dei miei ricordi. Hai detto che Jaddo Mohsen è morto anni fa a Najaf, giovanissimo... hai detto che mio padre Zaher e lo zio **Jalal** rimasero orfani da bambini... e allora com'è possibile che tu abbia avuto tanti figli? Come mai, anni dopo la morte di Jaddo Mohsen, i miei zii e le mie zie più giovani si sono aggiunti a questa famiglia? Quale segreto si nasconde dietro queste cose taciute?»
Un silenzio profondo riempì la stanza. Bibi Fatemeh emise un sospiro straziante e si strinse il chador intorno alle spalle fragili. Gli occhi le brillarono di lacrime nella luce fioca della lampada a petrolio. Mi posò piano la mano rugosa sulla mia e disse con una voce che era un sussurro: «Mohsen mio... è questo il grande non detto che era il pilastro nascosto della nostra casa di Najaf. La verità è che tuo padre Zaher e tuo zio Jalal furono gli unici frutti della mia unione con il mio marito morto giovane, Jaddo Mohsen... Quando Mohsen volò via, ero una donna giovane con due figli orfani, nella società dura di quel tempo. Nella legge non scritta dei sayyid di quella terra, gli orfani di un fratello non dovevano crescere sotto la mano di un estraneo, né portare in fronte un altro nome. In quei giorni di disperazione si fece avanti un uomo fatto di generosità e di un onore senza calcolo; il fratello di mio marito, il tuo prozio: **«Sedmir»**! Sedmir aveva egli stesso famiglia a carico; aveva la sua casa e la sua vita. Ma aveva l'onore dei sayyid; non sopportava di vedere gli orfani di suo fratello senza tetto e senza riparo. Per costruire un rifugio legale, lecito e duraturo per me e per i figli di suo fratello, si rimboccò le maniche, mi prese in moglie e divenne il padre protettore del piccolo Zaher e del piccolo Jalal. Mohsen mio caro... tutti i fratelli e le sorelle più giovani che hai nominato — da **Mohammad**, da Ali e da Nader fino a Zohreh, Halimeh, Roya e Parvin — sono tutti figli miei e del generoso Sedmir. Non fu soltanto uno zio: fu un padre per tutta questa famiglia e, fino all'ultimo respiro, non lasciò che la polvere dell'orfanezza si posasse sul viso di Zaher e di Jalal...»
Dopo un sorso di tè ormai freddo, Bibi arrivò alla pagina più straziante del suo cofanetto: «Le mie giornate cominciavano molto prima dell'alba. Nella penombra della stanza mi inginocchiavo e, con queste mani stanche, facevo girare i fusi da filare, quelle masuleh, per guadagnare un pane lecito a questa grande famiglia. Tuo padre Zaher, da giovane, era quietissimo e pensieroso e lavorava in una piccola farmacia. Ogni sera stendevamo la tovaglia semplice della nostra cena all'ombra di quello stesso melograno del cortile e, malgrado le difficoltà, eravamo felici... Ma il regime baathista di Saddam diventava ogni giorno più spietato. Poiché ero di origine iraniana, l'ombra del sospetto si stese ben presto sulla nostra casa. Alla fine, prima che la tempesta del Baath ci facesse a pezzi, tuo padre Zaher dovette lasciare Najaf di nascosto per l'Iran... Quattro anni dopo la sua partenza venne quel giorno nero del 1984! I soldati baathisti di Saddam si scagliarono sulla nostra casa e ci trascinarono in un centro di detenzione affollato e terrificante. In mezzo a quel disastro, due soldati senza pietà afferrarono d'improvviso le mani di mio figlio diciottenne, **«Mohammad»** — tuo zio, quel ragazzo nobile e vigoroso —, per strapparmelo. Urlavo, gridavo, mi aggrappavo ai loro stivali... ma dicevano che i giovani adulti non avevano il diritto di partire verso l'Iran. Mohammad, mentre si dibatteva, piantò lo sguardo nei miei occhi in lacrime e gridò con tutta l'anima: «Madre... sii forte! Troverò una strada per tornare fra le tue braccia...» E fu l'ultima volta che udii la voce di mio figlio Mohammad. Sono passati quasi vent'anni, Mohsen... e ogni notte ancora, quando faccio girare i fusi, quel grido di Mohammad mi risuona nelle orecchie. Nessuno ha mai saputo in quale fossa comune di Saddam la carne della mia carne abbia reso l'anima, da straniera...»
Non dimenticherò mai quell'istante. Arrivata lì, le parole si strozzarono nella gola di Bibi. I nomi di «Mohammad» e di «Ali» non erano per lei semplici parole, ma il grilletto che faceva cedere tutte le dighe della sua anima. Ogni volta che si parlava di quei due figli, Bibi non era più se stessa. Si tirò il chador sul viso e scoppiò in pianti e lamenti così strazianti che le fragili spalle ne furono scosse violentemente. I suoi singhiozzi riempirono l'intimità della stanza e non riuscì più a pronunciare una sola parola.
Con le mani tremanti posai la penna e il quaderno, mi avvicinai e, in silenzio, presi le sue mani fredde e rugose nelle mie. Passarono lunghi e pesanti minuti prima che la tempesta di quel dolore profondo si placasse un poco. Bibi asciugò con l'angolo del chador le lacrime che le scorrevano nei solchi del viso, trasse un lungo e tremante respiro e, calmatasi un poco, proseguì così il resto della storia sanguinosa della famiglia:
«La ferita della scomparsa di Mohammad era ancora fresca quando un lutto più grande mi curvò la schiena... il lutto di mio figlio **«Ali»**! Il mio Ali, così nobile e così sventurato, non riuscì mai, dopo l'esodo in Iran, a sopportare il sapore amaro dell'esilio e la lontananza dalla patria. Decise di rientrare di nascosto in terra irachena... ma in mezzo alle strade di confine i soldati baathisti videro la sua ombra e, sotto le raffiche dei loro proiettili, stesero il mio Ali nella polvere e nel sangue...»
La voce di Bibi si spezzò nel torrente delle sue lacrime. Si premette la mano tremante sul petto, come se quelle vecchie piaghe sanguinassero ancora, e, con la figura del tutto spezzata sotto il peso di quei due disastri, appoggiò la testa al vecchio cuscino della stanza e pianse senza rumore. Con le mani tremanti posai il quaderno a terra. Anche le mie lacrime erano cadute sulla pagina e confondevano le parole. Guardai la mia mano destra; capivo bene, ormai, che eravamo i figli di una stirpe le cui radici, a Najaf, erano state irrigate dal sangue del martirio dello zio Ali, dall'innocenza dello zio Mohammad scomparso e dai sacrifici di un uomo come Sedmir. Ero diventato lo scriba di quei dolori sacri, perché la nostra storia non fosse dimenticata.
## Parte terza: La caduta della statua di Saddam e la pioggia dei ritrovamenti a Mehrabad
Arrivò la primavera del 2003; ero alle soglie dei miei ventun anni quando una tempesta storica spazzò tutto il Medio Oriente. Il regime baathista e il potere soffocante di Saddam Hussein crollarono.
Non lo dimentico; con Bibi Fatemeh, gli occhi fissi sul televisore della nostra vecchia casa intima di Mehrabad, guardare la statua di bronzo di Saddam abbattuta nella piazza Ferdous, a Baghdad, fu per noi come la fine di un incubo nero di diciotto anni; un incubo che aveva succhiato il sangue della nostra famiglia. Con il crollo di quella fortezza di ferro, le frontiere che da decenni sapevano di sangue e di filo spinato si aprirono d'improvviso alle famiglie cacciate.
Proprio in quei giorni pieni di speranza, il campanello di legno del cortile di Bibi risuonò su un ritmo allegro. Quando aprii la porta, una donna dignitosa, l'abaya sulla testa, gli occhi traboccanti di una pioggia di lacrime, stava sulla soglia. Era la mia veneranda zia, **«zia Halimeh»**, rimasta anni prima a Najaf. L'istante dell'abbraccio e del ritrovarsi di Bibi Fatemeh e di zia Halimeh fu una scena da sciogliere una pietra; due donne della stirpe in lutto dei sayyid, dopo vent'anni di errare, si strinsero e lanciarono tali grida di gioia che tutti i dolori strazianti della famiglia sembravano traboccare in una volta.
Ben presto altri membri della famiglia, come **«zia Zohreh»** e i suoi figli, ritrovarono la strada della piccola casa di Bibi, che annegò nel frastuono, nelle risate, nelle grandi cucine irachene e nei bicchieri di tè al cardamomo continuamente riempiti. Era come se la Najaf perduta si fosse trasferita per intero, con tutto il suo splendore, nella casa di Bibi, perché il mio limbo di solitudine, in assenza di mio padre e delle mie sorelle, si placasse per un breve momento.
Arrivò la primavera del 2003; ero alle soglie dei miei ventun anni quando una tempesta storica spazzò tutto il Medio Oriente. Il regime baathista e il potere soffocante di Saddam Hussein crollarono.
Non lo dimentico; con Bibi Fatemeh, gli occhi fissi sul televisore della nostra vecchia casa intima di Mehrabad, guardare la statua di bronzo di Saddam abbattuta nella piazza Ferdous, a Baghdad, fu per noi come la fine di un incubo nero di diciotto anni; un incubo che aveva succhiato il sangue della nostra famiglia. Con il crollo di quella fortezza di ferro, le frontiere che da decenni sapevano di sangue e di filo spinato si aprirono d'improvviso alle famiglie cacciate.
Proprio in quei giorni pieni di speranza, il campanello di legno del cortile di Bibi risuonò su un ritmo allegro. Quando aprii la porta, una donna dignitosa, l'abaya sulla testa, gli occhi traboccanti di una pioggia di lacrime, stava sulla soglia. Era la mia veneranda zia, **«zia Halimeh»**, rimasta anni prima a Najaf. L'istante dell'abbraccio e del ritrovarsi di Bibi Fatemeh e di zia Halimeh fu una scena da sciogliere una pietra; due donne della stirpe in lutto dei sayyid, dopo vent'anni di errare, si strinsero e lanciarono tali grida di gioia che tutti i dolori strazianti della famiglia sembravano traboccare in una volta.
Ben presto altri membri della famiglia, come **«zia Zohreh»** e i suoi figli, ritrovarono la strada della piccola casa di Bibi, che annegò nel frastuono, nelle risate, nelle grandi cucine irachene e nei bicchieri di tè al cardamomo continuamente riempiti. Era come se la Najaf perduta si fosse trasferita per intero, con tutto il suo splendore, nella casa di Bibi, perché il mio limbo di solitudine, in assenza di mio padre e delle mie sorelle, si placasse per un breve momento.
## Parte quarta: La tempesta dell'oppio e il dolore del televisore fracassato
Ma il mio limbo di solitudine, a Mehrabad, non si accompagnava sempre al profumo del cardamomo e alla dolcezza dei ritrovamenti. La più grande e la più triste di quelle tempeste stava tutta nel mio giovane zio, **«zio Nader»**.
In fondo, zio Nader era un uomo molto buono e compassionevole; ma per fuggire i suoi dolori interiori si era lasciato ingannare da cattive compagnie ed era caduto nella trappola della dipendenza. Una prigionia sinistra che, ogni fine settimana, portava nella casa di Bibi il fumo cupo e denso dell'oppio e i suoi comportamenti imprevedibili.
Un fine settimana Bibi Fatemeh uscì con zia **Khadijeh** per una commissione. Bibi mi prese da parte e mi disse con inquietudine: «Mohsen... chiudi la porta dall'interno e non aprire a nessuno, nemmeno a tuo zio Nader.» Obbedii e chiusi la porta di legno a tripla mandata. Poi raggiunsi la mia stanza e mi persi nel mondo magico del mio gioco preferito, la PlayStation. Ero così assorbito dall'eccitazione dello schermo del mio piccolo televisore da quattordici pollici che non mi accorsi di nulla intorno a me.
Zio Nader era arrivato dietro la porta e, trovandola chiusa a chiave, credette di essere respinto. Quel sentimento accese il fuoco della collera nel suo essere sensibile e nella sua anima senza pace. Quando finii per sentire i suoi calci alla porta e gli aprii, spaventato, mi respinse indietro e ringhiò: «Perché non hai aperto quando ho suonato?» Spiegai che era l'ordine di Bibi.
Quelle parole ferirono ancora di più la sua anima piagata. Si precipitò verso la mia stanza, strappò dal muro la cornice della nostra foto di famiglia, che era l'unica consolazione delle mie notti di solitudine, e la fece a pezzi! Poi sistemò il suo armamentario da oppio nel cortile. Rannicchiato in un angolo della mia stanza, piangevo senza rumore. Zio Nader, annegato nella nebbia fitta della droga, tornò nella mia stanza con un cacciavite e, al colmo del furore, colpì lo schermo del mio caro televisore e lo fracassò sotto i miei occhi!
Con le mani tremanti composi il numero di Sydney e raccontai la cosa a mio padre Zaher singhiozzando, ma zio Nader era annegato nel proprio dolore. La tristezza per la rovina di zio Nader mi pesò ancora di più quando vidi come quel flagello sinistro gli avesse sfigurato l'anima nobile; al punto che, per pagarsi la droga, vendette la bicicletta che Hamed, il figlio di mia zia, mi aveva regalato, e mi prendeva perfino di nascosto i soldi dalla tasca. Il mio limbo, a Mehrabad, passava più duramente che mai nel guardare la rovina di un uomo che amavo.
Ma il mio limbo di solitudine, a Mehrabad, non si accompagnava sempre al profumo del cardamomo e alla dolcezza dei ritrovamenti. La più grande e la più triste di quelle tempeste stava tutta nel mio giovane zio, **«zio Nader»**.
In fondo, zio Nader era un uomo molto buono e compassionevole; ma per fuggire i suoi dolori interiori si era lasciato ingannare da cattive compagnie ed era caduto nella trappola della dipendenza. Una prigionia sinistra che, ogni fine settimana, portava nella casa di Bibi il fumo cupo e denso dell'oppio e i suoi comportamenti imprevedibili.
Un fine settimana Bibi Fatemeh uscì con zia **Khadijeh** per una commissione. Bibi mi prese da parte e mi disse con inquietudine: «Mohsen... chiudi la porta dall'interno e non aprire a nessuno, nemmeno a tuo zio Nader.» Obbedii e chiusi la porta di legno a tripla mandata. Poi raggiunsi la mia stanza e mi persi nel mondo magico del mio gioco preferito, la PlayStation. Ero così assorbito dall'eccitazione dello schermo del mio piccolo televisore da quattordici pollici che non mi accorsi di nulla intorno a me.
Zio Nader era arrivato dietro la porta e, trovandola chiusa a chiave, credette di essere respinto. Quel sentimento accese il fuoco della collera nel suo essere sensibile e nella sua anima senza pace. Quando finii per sentire i suoi calci alla porta e gli aprii, spaventato, mi respinse indietro e ringhiò: «Perché non hai aperto quando ho suonato?» Spiegai che era l'ordine di Bibi.
Quelle parole ferirono ancora di più la sua anima piagata. Si precipitò verso la mia stanza, strappò dal muro la cornice della nostra foto di famiglia, che era l'unica consolazione delle mie notti di solitudine, e la fece a pezzi! Poi sistemò il suo armamentario da oppio nel cortile. Rannicchiato in un angolo della mia stanza, piangevo senza rumore. Zio Nader, annegato nella nebbia fitta della droga, tornò nella mia stanza con un cacciavite e, al colmo del furore, colpì lo schermo del mio caro televisore e lo fracassò sotto i miei occhi!
Con le mani tremanti composi il numero di Sydney e raccontai la cosa a mio padre Zaher singhiozzando, ma zio Nader era annegato nel proprio dolore. La tristezza per la rovina di zio Nader mi pesò ancora di più quando vidi come quel flagello sinistro gli avesse sfigurato l'anima nobile; al punto che, per pagarsi la droga, vendette la bicicletta che Hamed, il figlio di mia zia, mi aveva regalato, e mi prendeva perfino di nascosto i soldi dalla tasca. Il mio limbo, a Mehrabad, passava più duramente che mai nel guardare la rovina di un uomo che amavo.
## Parte quinta: La fine del limbo di tre anni e il miracolo del volo per Sydney
Tre anni di attesa mortale; tre anni a correre fra il timore e la speranza, e tre anni ogni giorno dei quali fu una prova per misurare il titolo della mia resistenza, in una patria dove non avevo altro rifugio che la piccola stanza intima di Bibi Fatemeh.
Il mio fascicolo di visto all'ambasciata d'Australia restava bloccato con il pretesto dell'assenza di un garante finanziario. Lo zio **Hamid** stesso si rimboccò le maniche per farsi garante, ma l'ambasciata, con crudeltà burocratica, respinse anche la sua garanzia. In quegli stessi anni d'incertezza mi arrivavano da Sydney notizie diverse; l'annuncio del fidanzamento e della domanda di matrimonio di mia sorella Faezeh mi rallegrava il cuore, ma la notizia amara della morte improvvisa di mio fratello **Tahsin** nel ventre di sua madre mi posò un lutto pesante sul petto.
Il lettore forse qui si domanderà: se nessun garante si era trovato e il fascicolo era in un vicolo cieco assoluto, come si è sciolto alla fine quel nodo cieco, e da dove è venuto il visto? La risposta a questa domanda è uno di quei non detti strani e amari dell'emigrazione. In quei giorni in cui l'oscurità totale ricopriva il mio fascicolo, mio padre Zaher e mamma **Tahereh**, a Sydney, con il cuore spezzato, gli occhi in lacrime e l'orgoglio calpestato per salvare il figlio, si rivolsero a tutti i conoscenti e a tutti gli estranei.
Le suppliche e l'inquietudine di quel padre e di quella madre lontani finirono per intenerire il cuore di un uomo d'affari iracheno. Profondamente toccato da quella separazione familiare, fece da intermediario e convinse uno dei suoi amici facoltosi ad assumersi la mia garanzia finanziaria; con la ferma promessa che dopo il mio arrivo in Australia non sarei mai stato a carico di nessuno e che non ci sarebbe stato alcun problema.
Alla fine, grazie a quella garanzia salvifica, lunedì 9 maggio 2005, il miracolo per cui avevo pianto tre anni bussò alla porta della vecchia casa di Bibi Fatemeh: **il mio visto era stato rilasciato!**
Quando il rilascio del visto fu certo, su espressa raccomandazione di mio padre, andai al bazar e comprai due orologi da polso Seiko di qualità e di valore, acquistati in Iran. Uno dovevamo darlo a quell'uomo d'affari intermediario e fargli consegnare l'altro a quell'amico facoltoso che si era fatto garante per me, per ripagare un poco quel grande favore. Anche se, dentro di me, ho sempre sospettato che forse non ci fosse alcun amico facoltoso e che quel buon uomo d'affari si fosse fatto garante lui stesso, con grandezza d'animo, senza volere che il suo nome si sapesse!
Dopo molte pratiche e dopo aver superato la barriera dei funzionari per ottenere il timbro d'uscita, arrivò il giorno stabilito: venerdì 3 giugno 2005. A ventitré anni salii sull'aereo e sorvolai gli oceani. Quando le ruote del velivolo toccarono la pista dell'aeroporto di Sydney, il cuore mi martellava nel petto. Con passi tremanti e pieni d'impazienza entrai nella sala arrivi. Là, in mezzo alle luci vive dell'aeroporto, vidi il viso stanco ma sorridente di mio padre Zaher e delle mie sorelle.
In un secondo il tempo si fermò. Ci abbracciammo con tutto il corpo; le lacrime di gioia scorsero sui nostri visi e il limbo di tre anni di solitudine cadde in cenere nel profumo del nostro ritrovarci. Faezeh, Maryam e la piccola Nejat, che era cresciuta e si avvicinava ai nove anni, mi fecero cerchio intorno con risate allegre. Erano cresciute in tre anni e la loro energia felice fu per me l'inno più tangibile della liberazione.
Quella sera mio padre mi portò nella sua casa semplice ma infinitamente calorosa di Sydney. Intorno alla tovaglia della cena, con gli occhi lucenti di lacrime di gioia, guardò la mia figura e disse: «Figlio mio... hai fatto una lunga strada. Abbiamo fatto insieme una lunga strada...» Fu là che seppi che i fili invisibili dell'esilio ci avevano condotti, dalla cenere della prigionia di Najaf e dell'estraneità iraniana, fino alla riva libera dell'Australia. Il mio limbo era finito, e l'epopea iniziale della nostra vita su quella terra straniera cominciava appena a voltare pagina...
Tre anni di attesa mortale; tre anni a correre fra il timore e la speranza, e tre anni ogni giorno dei quali fu una prova per misurare il titolo della mia resistenza, in una patria dove non avevo altro rifugio che la piccola stanza intima di Bibi Fatemeh.
Il mio fascicolo di visto all'ambasciata d'Australia restava bloccato con il pretesto dell'assenza di un garante finanziario. Lo zio **Hamid** stesso si rimboccò le maniche per farsi garante, ma l'ambasciata, con crudeltà burocratica, respinse anche la sua garanzia. In quegli stessi anni d'incertezza mi arrivavano da Sydney notizie diverse; l'annuncio del fidanzamento e della domanda di matrimonio di mia sorella Faezeh mi rallegrava il cuore, ma la notizia amara della morte improvvisa di mio fratello **Tahsin** nel ventre di sua madre mi posò un lutto pesante sul petto.
Il lettore forse qui si domanderà: se nessun garante si era trovato e il fascicolo era in un vicolo cieco assoluto, come si è sciolto alla fine quel nodo cieco, e da dove è venuto il visto? La risposta a questa domanda è uno di quei non detti strani e amari dell'emigrazione. In quei giorni in cui l'oscurità totale ricopriva il mio fascicolo, mio padre Zaher e mamma **Tahereh**, a Sydney, con il cuore spezzato, gli occhi in lacrime e l'orgoglio calpestato per salvare il figlio, si rivolsero a tutti i conoscenti e a tutti gli estranei.
Le suppliche e l'inquietudine di quel padre e di quella madre lontani finirono per intenerire il cuore di un uomo d'affari iracheno. Profondamente toccato da quella separazione familiare, fece da intermediario e convinse uno dei suoi amici facoltosi ad assumersi la mia garanzia finanziaria; con la ferma promessa che dopo il mio arrivo in Australia non sarei mai stato a carico di nessuno e che non ci sarebbe stato alcun problema.
Alla fine, grazie a quella garanzia salvifica, lunedì 9 maggio 2005, il miracolo per cui avevo pianto tre anni bussò alla porta della vecchia casa di Bibi Fatemeh: **il mio visto era stato rilasciato!**
Quando il rilascio del visto fu certo, su espressa raccomandazione di mio padre, andai al bazar e comprai due orologi da polso Seiko di qualità e di valore, acquistati in Iran. Uno dovevamo darlo a quell'uomo d'affari intermediario e fargli consegnare l'altro a quell'amico facoltoso che si era fatto garante per me, per ripagare un poco quel grande favore. Anche se, dentro di me, ho sempre sospettato che forse non ci fosse alcun amico facoltoso e che quel buon uomo d'affari si fosse fatto garante lui stesso, con grandezza d'animo, senza volere che il suo nome si sapesse!
Dopo molte pratiche e dopo aver superato la barriera dei funzionari per ottenere il timbro d'uscita, arrivò il giorno stabilito: venerdì 3 giugno 2005. A ventitré anni salii sull'aereo e sorvolai gli oceani. Quando le ruote del velivolo toccarono la pista dell'aeroporto di Sydney, il cuore mi martellava nel petto. Con passi tremanti e pieni d'impazienza entrai nella sala arrivi. Là, in mezzo alle luci vive dell'aeroporto, vidi il viso stanco ma sorridente di mio padre Zaher e delle mie sorelle.
In un secondo il tempo si fermò. Ci abbracciammo con tutto il corpo; le lacrime di gioia scorsero sui nostri visi e il limbo di tre anni di solitudine cadde in cenere nel profumo del nostro ritrovarci. Faezeh, Maryam e la piccola Nejat, che era cresciuta e si avvicinava ai nove anni, mi fecero cerchio intorno con risate allegre. Erano cresciute in tre anni e la loro energia felice fu per me l'inno più tangibile della liberazione.
Quella sera mio padre mi portò nella sua casa semplice ma infinitamente calorosa di Sydney. Intorno alla tovaglia della cena, con gli occhi lucenti di lacrime di gioia, guardò la mia figura e disse: «Figlio mio... hai fatto una lunga strada. Abbiamo fatto insieme una lunga strada...» Fu là che seppi che i fili invisibili dell'esilio ci avevano condotti, dalla cenere della prigionia di Najaf e dell'estraneità iraniana, fino alla riva libera dell'Australia. Il mio limbo era finito, e l'epopea iniziale della nostra vita su quella terra straniera cominciava appena a voltare pagina...
Rinascere sulle rive di Sydney
## Parte prima: Le banconote da 10 dollari e il forno del «lavoro nero» (2005)
Durò forse soltanto una settimana o due; due settimane brevi, fiabesche e fuggevoli in cui fui tutto preso dall'ebbrezza e dalla gioia di ritrovare la mia famiglia. Dopo tre anni di solitudine assoluta e di limbo in Iran, essere di nuovo accanto a mio padre e alle mie sorelle aveva del miracoloso. Ricordo che in quei primi giorni mio padre mi mise in mano un po' di denaro per le spese, con un sorriso pieno di orgoglio, di nostalgia e di tenerezza, e mi disse: «Mohsen, esci, gira, scopri Sydney e spendi un po' per te, ti cambierà le idee.»
Ma quando tenevo in mano quelle banconote di plastica, colorate e sconosciute, e ne paragonavo mentalmente il valore al rial e al toman iraniani, la mano mi tremava. Non riuscivo a decidermi a spendere un solo dollaro di quel denaro. Il valore del denaro mi era così estraneo e così pesante che tenevo le banconote intatte in fondo alla tasca e mi limitavo a camminare sui marciapiedi e nelle strade ben ordinate di Sydney, per vedere come battesse il polso della società di quel paese straniero e come respirassero i suoi abitanti.
Ero venuto dall'altra parte dell'oceano con mille speranze e mille sogni colorati. In fondo al cuore mi ardeva il desiderio di prendere, come le mie sorelle, una cartella e dei libri, di andare a scuola o all'università, di proseguire gli studi e di approfittare delle occasioni senza pari di quella terra libera. Ma lo schiaffo della realtà venne ben presto, forte e spietato, ad abbattersi sul mio viso.
La legge era severa; durante i primi due anni della mia permanenza in Australia non avevo diritto ad alcun aiuto finanziario né ad alcun sussidio statale. La situazione economica della famiglia era così stretta e i conti così difficili che il sogno degli studi restò sospeso in un secondo, e poi svanì in fumo. Non si presentarono mai né il tempo né l'occasione di andare a un corso d'inglese.
Al posto dell'aula e della lavagna entrai direttamente nel mondo duro, spietato e nascosto del **«lavoro nero»**. Mano nella mano con mio padre Zaher, raggiunsi quello stesso panificio buio dove lui aveva sudato per anni e bruciato la sua giovinezza davanti al forno. Il nostro lavoro era interamente in contanti, informale, sottobanco: dieci dollari l'ora soltanto, in contanti! Ero un giovane di ventitré anni, ma non sapevo assolutamente nulla dei diritti legali di un lavoratore in Australia; e non c'era nessuno che mi prendesse per mano o mi insegnasse i miei diritti. Cinque giorni alla settimana, da metà notte fino a tarda giornata, consumavo il mio corpo accanto al forno rovente e agli impasti pesanti.
Non conoscere l'inglese era naturalmente un ostacolo serio e paralizzante, ma il vero mostro era quello «strano scarto culturale» e quel profondo senso di estraneità. Ecco come si definisce per me il vero esilio a Sydney: lavorare e camminare in mezzo a gente il cui mondo, il cui sguardo e le cui maniere non somigliavano in nulla a ciò che conoscevo ancora il giorno prima.
Alla fine di ogni settimana, quando ricevevo la paga in contanti con le mani stanche e coperte di pasta, mio padre la prendeva per metterla da parte in vista del mio avvenire. Metteva da parte quel denaro, soldo su soldo, soprattutto ogni volta che in casa si parlava del mio futuro, del mio matrimonio e della mia indipendenza. Ero diventato, di fatto, il manovale del forno del panificio; un giovane senza lingua, senza coscienza dei propri diritti, annegato in un lavoro schiacciante, che aveva riposto ogni speranza in un avvenire promesso da suo padre.
Durò forse soltanto una settimana o due; due settimane brevi, fiabesche e fuggevoli in cui fui tutto preso dall'ebbrezza e dalla gioia di ritrovare la mia famiglia. Dopo tre anni di solitudine assoluta e di limbo in Iran, essere di nuovo accanto a mio padre e alle mie sorelle aveva del miracoloso. Ricordo che in quei primi giorni mio padre mi mise in mano un po' di denaro per le spese, con un sorriso pieno di orgoglio, di nostalgia e di tenerezza, e mi disse: «Mohsen, esci, gira, scopri Sydney e spendi un po' per te, ti cambierà le idee.»
Ma quando tenevo in mano quelle banconote di plastica, colorate e sconosciute, e ne paragonavo mentalmente il valore al rial e al toman iraniani, la mano mi tremava. Non riuscivo a decidermi a spendere un solo dollaro di quel denaro. Il valore del denaro mi era così estraneo e così pesante che tenevo le banconote intatte in fondo alla tasca e mi limitavo a camminare sui marciapiedi e nelle strade ben ordinate di Sydney, per vedere come battesse il polso della società di quel paese straniero e come respirassero i suoi abitanti.
Ero venuto dall'altra parte dell'oceano con mille speranze e mille sogni colorati. In fondo al cuore mi ardeva il desiderio di prendere, come le mie sorelle, una cartella e dei libri, di andare a scuola o all'università, di proseguire gli studi e di approfittare delle occasioni senza pari di quella terra libera. Ma lo schiaffo della realtà venne ben presto, forte e spietato, ad abbattersi sul mio viso.
La legge era severa; durante i primi due anni della mia permanenza in Australia non avevo diritto ad alcun aiuto finanziario né ad alcun sussidio statale. La situazione economica della famiglia era così stretta e i conti così difficili che il sogno degli studi restò sospeso in un secondo, e poi svanì in fumo. Non si presentarono mai né il tempo né l'occasione di andare a un corso d'inglese.
Al posto dell'aula e della lavagna entrai direttamente nel mondo duro, spietato e nascosto del **«lavoro nero»**. Mano nella mano con mio padre Zaher, raggiunsi quello stesso panificio buio dove lui aveva sudato per anni e bruciato la sua giovinezza davanti al forno. Il nostro lavoro era interamente in contanti, informale, sottobanco: dieci dollari l'ora soltanto, in contanti! Ero un giovane di ventitré anni, ma non sapevo assolutamente nulla dei diritti legali di un lavoratore in Australia; e non c'era nessuno che mi prendesse per mano o mi insegnasse i miei diritti. Cinque giorni alla settimana, da metà notte fino a tarda giornata, consumavo il mio corpo accanto al forno rovente e agli impasti pesanti.
Non conoscere l'inglese era naturalmente un ostacolo serio e paralizzante, ma il vero mostro era quello «strano scarto culturale» e quel profondo senso di estraneità. Ecco come si definisce per me il vero esilio a Sydney: lavorare e camminare in mezzo a gente il cui mondo, il cui sguardo e le cui maniere non somigliavano in nulla a ciò che conoscevo ancora il giorno prima.
Alla fine di ogni settimana, quando ricevevo la paga in contanti con le mani stanche e coperte di pasta, mio padre la prendeva per metterla da parte in vista del mio avvenire. Metteva da parte quel denaro, soldo su soldo, soprattutto ogni volta che in casa si parlava del mio futuro, del mio matrimonio e della mia indipendenza. Ero diventato, di fatto, il manovale del forno del panificio; un giovane senza lingua, senza coscienza dei propri diritti, annegato in un lavoro schiacciante, che aveva riposto ogni speranza in un avvenire promesso da suo padre.
## Parte seconda: Il nuovo arrivato e il volo via di mia sorella Faezeh
Nei primissimi giorni della mia sistemazione in Australia, la nostra piccola casa di Sydney era gravida di sconvolgimenti e di avvenimenti decisivi; avvenimenti che sospesero l'aria della nostra vita fra la chiarezza di una nascita nuova e la malinconia del cambiamento e della separazione.
Fu prima di tutto la nascita del nostro fratellino **«Ehsan»**. Mamma **Tahereh** mise al mondo il suo ultimo figlio, e la presenza di quel neonato sparse un profumo di speranza, di benedizione e di coraggio nel cuore di quelle giornate difficili e laboriose. Con l'arrivo di Ehsan, la casa si riempì di nuovo, dopo anni, dei pianti, degli scalci e delle risate di un lattante, e le nostre anime stanche ripresero vita.
D'altra parte, la questione della domanda di matrimonio e delle nozze di mia sorella Faezeh, le cui tappe erano già state percorse in Iran, si fece più seria. Per fortuna, prima delle nozze di Faezeh, ebbi il tempo di restare per un po' accanto a lei e alla famiglia, di vedere l'andirivieni e di sentire con tutta l'anima crescere il piccolo Ehsan in casa. Ma il momento del contratto e delle nozze di Faezeh finì per arrivare; indossò l'abito da sposa, il viso nobile e bello, scambiò le promesse con suo marito, poi partì per il viaggio di nozze in Europa per cominciare la sua vita indipendente.
La partenza di Faezeh e la sua indipendenza furono il primo segno di un cambiamento immenso e inevitabile nel focolare della nostra famiglia. Sentii che quel cerchio stretto, caloroso e tutto d'un pezzo che formavamo un tempo a Isfahan e in Iran, dove eravamo cresciuti fianco a fianco, non sarebbe mai più stato lo stesso.
Non eravamo più quella famiglia tutta unita e sempre riunita di un tempo; ognuno andava per la sua strada e trovava il proprio cammino in quel nuovo continente. La casa si era molto svuotata con la partenza di Faezeh e io, fra le lunghe ore di lavoro estenuante al panificio e il ritorno in una casa dove non risuonava più la voce di Faezeh, sentivo più che mai che il tempo dolce della nostra vita di famiglia era finito e che entravamo in una stagione nuova e fredda.
Nei primissimi giorni della mia sistemazione in Australia, la nostra piccola casa di Sydney era gravida di sconvolgimenti e di avvenimenti decisivi; avvenimenti che sospesero l'aria della nostra vita fra la chiarezza di una nascita nuova e la malinconia del cambiamento e della separazione.
Fu prima di tutto la nascita del nostro fratellino **«Ehsan»**. Mamma **Tahereh** mise al mondo il suo ultimo figlio, e la presenza di quel neonato sparse un profumo di speranza, di benedizione e di coraggio nel cuore di quelle giornate difficili e laboriose. Con l'arrivo di Ehsan, la casa si riempì di nuovo, dopo anni, dei pianti, degli scalci e delle risate di un lattante, e le nostre anime stanche ripresero vita.
D'altra parte, la questione della domanda di matrimonio e delle nozze di mia sorella Faezeh, le cui tappe erano già state percorse in Iran, si fece più seria. Per fortuna, prima delle nozze di Faezeh, ebbi il tempo di restare per un po' accanto a lei e alla famiglia, di vedere l'andirivieni e di sentire con tutta l'anima crescere il piccolo Ehsan in casa. Ma il momento del contratto e delle nozze di Faezeh finì per arrivare; indossò l'abito da sposa, il viso nobile e bello, scambiò le promesse con suo marito, poi partì per il viaggio di nozze in Europa per cominciare la sua vita indipendente.
La partenza di Faezeh e la sua indipendenza furono il primo segno di un cambiamento immenso e inevitabile nel focolare della nostra famiglia. Sentii che quel cerchio stretto, caloroso e tutto d'un pezzo che formavamo un tempo a Isfahan e in Iran, dove eravamo cresciuti fianco a fianco, non sarebbe mai più stato lo stesso.
Non eravamo più quella famiglia tutta unita e sempre riunita di un tempo; ognuno andava per la sua strada e trovava il proprio cammino in quel nuovo continente. La casa si era molto svuotata con la partenza di Faezeh e io, fra le lunghe ore di lavoro estenuante al panificio e il ritorno in una casa dove non risuonava più la voce di Faezeh, sentivo più che mai che il tempo dolce della nostra vita di famiglia era finito e che entravamo in una stagione nuova e fredda.
## Parte terza: Un sogno spezzato a Perth e il barlume di una speranza chiamata «Bahar»
Fra le lunghe ore di lavoro sfibrante al panificio e il risparmio dei miei salari da parte di mio padre, venne infine il giorno in cui la famiglia si sedette in cerchio a parlare del mio avvenire e della mia sistemazione. Mi chiesero direttamente, con una familiarità tutta domestica: «Mohsen, hai qualcuno in vista per sposarti? Che ne pensi?»
Restai interiormente stupefatto. Mi dicevo: non conoscono già la risposta a questa domanda? Nella mia mente tutto era chiaro, inciso e deciso fin dall'infanzia. Senza esitare e con un desiderio profondo, radicato in me da anni, pronunciai il nome di **«Leila»**; mia cugina.
Dissi con voce ferma: «Fin da bambini si è sempre detto che io e Leila eravamo fatti l'uno per l'altra. Questo mi è rimasto inciso in testa in tutti questi anni. Mi sono innamorato di lei e la amo. Se devo sposare qualcuno, sarà soltanto Leila.»
Appena pronunciate quelle parole, un silenzio pesante, pungente e carico di significato calò sulla stanza. Guardai i loro visi e vidi i lineamenti contrarsi e gli sguardi sottrarsi. Fu allora che misurai la profondità del disastro; i rapporti familiari fra la famiglia di zia **Roya** e la nostra, in Australia, non si erano affatto aggiustati. Loro vivevano a «Perth», nel punto più lontano dell'ovest dell'Australia, e noi a Sydney, a est di quell'immenso paese; migliaia di chilometri di distanza geografica e un mondo di freddezza, di rancore e di silenzio avevano innalzato fra noi un muro di pietra.
Malgrado tutto mi rispettarono e, in apparenza, non si opposero al mio desiderio. Ma come e in che modo abbiano preso contatto con Perth dietro le quinte e presentato la domanda, non l'ho mai saputo.
Fino al giorno in cui mamma Tahereh venne a cercarmi. Il suo sguardo era pieno di esitazione, di compassione e di tristezza. Mi disse piano e con cautela che zia Roya aveva opposto un rifiuto e aveva dichiarato che la loro figlia intendeva proseguire gli studi e non pensava affatto al matrimonio per il momento.
Sentire quelle parole si abbatté sulla mia anima e sul mio cuore come una mazza di ferro. Il ricordo a cui mi ero aggrappato per anni nell'esilio iraniano, nelle mie solitudini, nei miei vagabondaggi e sotto il forno rovente del panificio di Sydney, per non disperare, crollò e cadde in cenere in un istante. Il mio cuore si spezzò duramente sotto quel rifiuto freddo e spietato; un rifiuto che sapevo bene dipendere da quegli stessi dissidi e da quella brutta rottura familiare, e non semplicemente dagli studi. Rimasi a Sydney, con il cuore in pezzi e con un sogno che era tramontato per sempre nel crepuscolo di Perth.
La mia famiglia, accortasi del mio dolore, del mio abbattimento e della mia ferita profonda, si fece avanti molte volte per consolarmi. Mi si diceva che c'erano molte ragazze e che si potevano prendere in considerazione altri partiti. Ma ogni volta che me ne parlavano, pensavo senza volerlo a **«Bahar»**; quella bella ragazza che a **Bagh-Shahr**, in Iran, scioglieva con i suoi begli sguardi pudichi il ghiaccio del dolore nel mio cuore, e il cui ricordo era sempre rimasto vivo e pulsante in un angolo della mia mente.
Un giorno, in mezzo al caldo soffocante del panificio e al rumore monotono del lavoro, mio padre venne a consolarmi. Mi posò la mano sulla spalla e disse con compassione: «Mohsen, fino a quando vuoi restare così? Quella non è andata, ne andrà un'altra! Parto presto per l'Iran... vuoi che là mi rimbocchi le maniche per te?»
Guardai il viso stanco di mio padre. Misi da parte il mio dolore e dissi: «Ebbene... se ci deve essere qualcun altro, quella persona è Bahar.»
A quel nome il viso stanco di mio padre si aprì d'improvviso e un lampo di gioia gli brillò negli occhi. Disse con ardore: «Sì! Bravo! Conosco benissimo lo zio **Abdolhossein**, il padre di Bahar. Siamo amici intimi. È una famiglia molto rispettabile, molto per bene, e hanno cresciuto ragazze molto brave.»
E fu così che cominciò la storia di «Bahar» — la storia di un'unione che doveva essere il balsamo delle mie vecchie ferite e l'inizio di un'identità nuova nella mia vita...
Fra le lunghe ore di lavoro sfibrante al panificio e il risparmio dei miei salari da parte di mio padre, venne infine il giorno in cui la famiglia si sedette in cerchio a parlare del mio avvenire e della mia sistemazione. Mi chiesero direttamente, con una familiarità tutta domestica: «Mohsen, hai qualcuno in vista per sposarti? Che ne pensi?»
Restai interiormente stupefatto. Mi dicevo: non conoscono già la risposta a questa domanda? Nella mia mente tutto era chiaro, inciso e deciso fin dall'infanzia. Senza esitare e con un desiderio profondo, radicato in me da anni, pronunciai il nome di **«Leila»**; mia cugina.
Dissi con voce ferma: «Fin da bambini si è sempre detto che io e Leila eravamo fatti l'uno per l'altra. Questo mi è rimasto inciso in testa in tutti questi anni. Mi sono innamorato di lei e la amo. Se devo sposare qualcuno, sarà soltanto Leila.»
Appena pronunciate quelle parole, un silenzio pesante, pungente e carico di significato calò sulla stanza. Guardai i loro visi e vidi i lineamenti contrarsi e gli sguardi sottrarsi. Fu allora che misurai la profondità del disastro; i rapporti familiari fra la famiglia di zia **Roya** e la nostra, in Australia, non si erano affatto aggiustati. Loro vivevano a «Perth», nel punto più lontano dell'ovest dell'Australia, e noi a Sydney, a est di quell'immenso paese; migliaia di chilometri di distanza geografica e un mondo di freddezza, di rancore e di silenzio avevano innalzato fra noi un muro di pietra.
Malgrado tutto mi rispettarono e, in apparenza, non si opposero al mio desiderio. Ma come e in che modo abbiano preso contatto con Perth dietro le quinte e presentato la domanda, non l'ho mai saputo.
Fino al giorno in cui mamma Tahereh venne a cercarmi. Il suo sguardo era pieno di esitazione, di compassione e di tristezza. Mi disse piano e con cautela che zia Roya aveva opposto un rifiuto e aveva dichiarato che la loro figlia intendeva proseguire gli studi e non pensava affatto al matrimonio per il momento.
Sentire quelle parole si abbatté sulla mia anima e sul mio cuore come una mazza di ferro. Il ricordo a cui mi ero aggrappato per anni nell'esilio iraniano, nelle mie solitudini, nei miei vagabondaggi e sotto il forno rovente del panificio di Sydney, per non disperare, crollò e cadde in cenere in un istante. Il mio cuore si spezzò duramente sotto quel rifiuto freddo e spietato; un rifiuto che sapevo bene dipendere da quegli stessi dissidi e da quella brutta rottura familiare, e non semplicemente dagli studi. Rimasi a Sydney, con il cuore in pezzi e con un sogno che era tramontato per sempre nel crepuscolo di Perth.
La mia famiglia, accortasi del mio dolore, del mio abbattimento e della mia ferita profonda, si fece avanti molte volte per consolarmi. Mi si diceva che c'erano molte ragazze e che si potevano prendere in considerazione altri partiti. Ma ogni volta che me ne parlavano, pensavo senza volerlo a **«Bahar»**; quella bella ragazza che a **Bagh-Shahr**, in Iran, scioglieva con i suoi begli sguardi pudichi il ghiaccio del dolore nel mio cuore, e il cui ricordo era sempre rimasto vivo e pulsante in un angolo della mia mente.
Un giorno, in mezzo al caldo soffocante del panificio e al rumore monotono del lavoro, mio padre venne a consolarmi. Mi posò la mano sulla spalla e disse con compassione: «Mohsen, fino a quando vuoi restare così? Quella non è andata, ne andrà un'altra! Parto presto per l'Iran... vuoi che là mi rimbocchi le maniche per te?»
Guardai il viso stanco di mio padre. Misi da parte il mio dolore e dissi: «Ebbene... se ci deve essere qualcun altro, quella persona è Bahar.»
A quel nome il viso stanco di mio padre si aprì d'improvviso e un lampo di gioia gli brillò negli occhi. Disse con ardore: «Sì! Bravo! Conosco benissimo lo zio **Abdolhossein**, il padre di Bahar. Siamo amici intimi. È una famiglia molto rispettabile, molto per bene, e hanno cresciuto ragazze molto brave.»
E fu così che cominciò la storia di «Bahar» — la storia di un'unione che doveva essere il balsamo delle mie vecchie ferite e l'inizio di un'identità nuova nella mia vita...
## Parte quarta: La telefonata dalla casa di Bibi e l'ultimo silenzio al telefono
Mio padre, come al solito, prendeva i miei salari settimanali del panificio e li metteva da parte. Aveva in mente un grande progetto: mettere insieme di che pagare il viaggio in Iran, le spese della domanda di matrimonio e l'allestimento di belle nozze, degne di questo nome, in patria. Il viaggio in Iran costava caro di per sé, tanto più se si voleva organizzare una festa; ma mio padre metteva da parte quel denaro, soldo su soldo, con cura scrupolosa.
Io, invece, ero moralmente distrutto e a pezzi. Le macerie delle esperienze terribili e dei tormenti degli anni di limbo in Iran, il peso dell'emigrazione, l'estraneità, il lavoro sfibrante davanti al forno rovente del panificio e, per finire, il rifiuto opposto ai miei vecchi sogni non mi avevano lasciato alcuna forza. Fu in quell'umore malinconico e con quel morale a pezzi che venne il momento del viaggio di mio padre. Partì per l'Iran per chiedere ufficialmente per me la mano di «Bahar».
Mio padre era ancora in Iran, occupato a preparare e a fare la sua richiesta, quando il telefono di casa nostra a Sydney squillò d'improvviso. Zia Roya, di ritorno da un viaggio in Iraq, era rientrata in Iran e mi chiamava quel giorno dalla casa di Bibi Fatemeh. Avendo saputo della faccenda della mia domanda di matrimonio in Iran, mi disse al telefono con tono stupito e inquieto: «Che cosa è successo, Mohsen? Perché ti sei affrettato tanto? Perché ti sei ritirato così in fretta? Leila ha fatto la bambina, ha detto una cosa a caso... le stavo parlando io!»
Interdetto, del tutto sbalordito, mi limitavo ad ascoltare. Ero sotto shock. Dissi con esitazione: «Ma zia... mi hanno detto che avevate rifiutato tutto! Avete detto che Leila voleva studiare e che non pensava affatto a sposarsi.»
Zia Roya rispose subito: «No! Non è così! L'ha detto soltanto per timidezza... in questo momento è qui, in piedi accanto a me, e ha il viso rosso per l'imbarazzo!»
Il cuore mi si mise a battere violentemente, ma la realtà mi si ergeva davanti come un muro di pietra. Dissi: «Zia, ormai è troppo tardi... mio padre è partito per l'Iran, ha fatto la richiesta e ha avuto una risposta favorevole.» Mia zia insistette: «No, ragazzo mio! Non è mai troppo tardi. Non siete ancora sposati!»
Onde d'angoscia mi sommersero. Conoscevo bene mio padre; un uomo fermo, fiero e testardo, incapace di accettare simili giravolte. Se avesse saputo che, mentre lui là faceva i preparativi, io qui prendevo alle sue spalle un'altra strada, avrebbe potuto ripudiarmi per sempre. Non volevo né farlo soffrire né spezzare il suo onore di uomo.
Le mani mi tremavano. Dissi: «Zia, fatela venire al telefono... lasciate che parli con lei stessa.»
Quando Leila prese la cornetta, al colmo dello smarrimento decisi di indurire e di raffreddare il tono per staccarla da me. Dissi con voce piena di rimprovero: «Perché hai detto quelle cose? Non sapevi quanto ti amavo?»
La voce calma e innocente di Leila venne dall'altro capo del filo: «No... come avrei dovuto saperlo?»
In quell'istante una strana amarezza si sparse in me e, dentro di me, risi di me stesso e della mia ingenuità. Avevo appena capito che il mio amore, in tutti quegli anni, era stato a senso unico! Non le avevo mai detto ufficialmente quanto l'amassi. Non aveva mai notato i miei gesti, i miei sentimenti nascosti né quei disegni che facevo per lei, in Iran.
Le dissi: «Ti ricordi che, da bambini, ti dissi che ti volevo bene e che un giorno saresti stata mia moglie, e ridemmo tutti e due?» Leila non rispose; si udì soltanto una risata breve e imbarazzata all'altro capo del filo. Presi un tono più grave e dissi: «Se davvero non vuoi vivere con me, non dire nulla...»
Un minuto di silenzio pesante e straziante calò sulla linea. Né l'uno né l'altra dicemmo una parola. Quel minuto di silenzio fu il grido della fine; il confine ultimo di tutti i sogni della mia infanzia e della mia adolescenza. Ruppi il silenzio e ingoiai i singhiozzi: «Ti auguro di essere felice...» Leila disse a bassa voce: «Anch'io... ti auguro di essere felice.»
Dissi: «Passami mia zia.» Quando la cornetta tornò a mia zia, dissi con tono netto e definitivo: «Zia, abbiamo parlato... Leila non mi vuole. Addio.»
Riattaccai. Il fascicolo di quella storia che avevo nutrito per anni nella mia mente si richiuse per sempre, in quella casa e in quel minuto di silenzio interminabile al telefono. Non mi restava che il rimpianto delle cose non dette, e un padre che, in Iran, preparava con orgoglio la mia unione con «Bahar»...
Mio padre, come al solito, prendeva i miei salari settimanali del panificio e li metteva da parte. Aveva in mente un grande progetto: mettere insieme di che pagare il viaggio in Iran, le spese della domanda di matrimonio e l'allestimento di belle nozze, degne di questo nome, in patria. Il viaggio in Iran costava caro di per sé, tanto più se si voleva organizzare una festa; ma mio padre metteva da parte quel denaro, soldo su soldo, con cura scrupolosa.
Io, invece, ero moralmente distrutto e a pezzi. Le macerie delle esperienze terribili e dei tormenti degli anni di limbo in Iran, il peso dell'emigrazione, l'estraneità, il lavoro sfibrante davanti al forno rovente del panificio e, per finire, il rifiuto opposto ai miei vecchi sogni non mi avevano lasciato alcuna forza. Fu in quell'umore malinconico e con quel morale a pezzi che venne il momento del viaggio di mio padre. Partì per l'Iran per chiedere ufficialmente per me la mano di «Bahar».
Mio padre era ancora in Iran, occupato a preparare e a fare la sua richiesta, quando il telefono di casa nostra a Sydney squillò d'improvviso. Zia Roya, di ritorno da un viaggio in Iraq, era rientrata in Iran e mi chiamava quel giorno dalla casa di Bibi Fatemeh. Avendo saputo della faccenda della mia domanda di matrimonio in Iran, mi disse al telefono con tono stupito e inquieto: «Che cosa è successo, Mohsen? Perché ti sei affrettato tanto? Perché ti sei ritirato così in fretta? Leila ha fatto la bambina, ha detto una cosa a caso... le stavo parlando io!»
Interdetto, del tutto sbalordito, mi limitavo ad ascoltare. Ero sotto shock. Dissi con esitazione: «Ma zia... mi hanno detto che avevate rifiutato tutto! Avete detto che Leila voleva studiare e che non pensava affatto a sposarsi.»
Zia Roya rispose subito: «No! Non è così! L'ha detto soltanto per timidezza... in questo momento è qui, in piedi accanto a me, e ha il viso rosso per l'imbarazzo!»
Il cuore mi si mise a battere violentemente, ma la realtà mi si ergeva davanti come un muro di pietra. Dissi: «Zia, ormai è troppo tardi... mio padre è partito per l'Iran, ha fatto la richiesta e ha avuto una risposta favorevole.» Mia zia insistette: «No, ragazzo mio! Non è mai troppo tardi. Non siete ancora sposati!»
Onde d'angoscia mi sommersero. Conoscevo bene mio padre; un uomo fermo, fiero e testardo, incapace di accettare simili giravolte. Se avesse saputo che, mentre lui là faceva i preparativi, io qui prendevo alle sue spalle un'altra strada, avrebbe potuto ripudiarmi per sempre. Non volevo né farlo soffrire né spezzare il suo onore di uomo.
Le mani mi tremavano. Dissi: «Zia, fatela venire al telefono... lasciate che parli con lei stessa.»
Quando Leila prese la cornetta, al colmo dello smarrimento decisi di indurire e di raffreddare il tono per staccarla da me. Dissi con voce piena di rimprovero: «Perché hai detto quelle cose? Non sapevi quanto ti amavo?»
La voce calma e innocente di Leila venne dall'altro capo del filo: «No... come avrei dovuto saperlo?»
In quell'istante una strana amarezza si sparse in me e, dentro di me, risi di me stesso e della mia ingenuità. Avevo appena capito che il mio amore, in tutti quegli anni, era stato a senso unico! Non le avevo mai detto ufficialmente quanto l'amassi. Non aveva mai notato i miei gesti, i miei sentimenti nascosti né quei disegni che facevo per lei, in Iran.
Le dissi: «Ti ricordi che, da bambini, ti dissi che ti volevo bene e che un giorno saresti stata mia moglie, e ridemmo tutti e due?» Leila non rispose; si udì soltanto una risata breve e imbarazzata all'altro capo del filo. Presi un tono più grave e dissi: «Se davvero non vuoi vivere con me, non dire nulla...»
Un minuto di silenzio pesante e straziante calò sulla linea. Né l'uno né l'altra dicemmo una parola. Quel minuto di silenzio fu il grido della fine; il confine ultimo di tutti i sogni della mia infanzia e della mia adolescenza. Ruppi il silenzio e ingoiai i singhiozzi: «Ti auguro di essere felice...» Leila disse a bassa voce: «Anch'io... ti auguro di essere felice.»
Dissi: «Passami mia zia.» Quando la cornetta tornò a mia zia, dissi con tono netto e definitivo: «Zia, abbiamo parlato... Leila non mi vuole. Addio.»
Riattaccai. Il fascicolo di quella storia che avevo nutrito per anni nella mia mente si richiuse per sempre, in quella casa e in quel minuto di silenzio interminabile al telefono. Non mi restava che il rimpianto delle cose non dette, e un padre che, in Iran, preparava con orgoglio la mia unione con «Bahar»...
L'eco dei ricordi e una fine che è un inizio
## Parte prima: Radici nuove in una terra lontana e la traversata delle ombre
Il sole mite del pomeriggio di Sydney attraversa le foglie verdi degli alberi del cortile e viene a illuminare la mia scrivania. Oggi, nell'anno 2026, quando guardo i miei quarantaquattro anni, ho la sensazione di trovarmi a chilometri di distanza da quell'adolescente che, nel crepuscolo di Perth, guardava il sogno di **«Leila»** cadere in cenere al termine di un minuto di silenzio pesante e interminabile al telefono. Quel silenzio, se dapprima somigliò a una sconfitta, divenne il confine del mio risveglio. Capii che aggrapparsi alle ombre del passato e restare nel rimpianto di ciò che non è stato non è che una catena che mi blocca i passi sulla strada dell'avvenire. Decisi dunque di smettere di evocare i fantasmi di un tempo e, per costruire una terra nuova, di posare il piede sul petto del presente.
In quegli stessi giorni in cui sudavo davanti al forno del panificio di Sydney, mio padre, in Iran, preparava con orgoglio la mia unione con **«Bahar»**. Quella ragazza che, anni prima, nei giorni neri e soffocanti del nostro errare da Jaddo, scioglieva il ghiaccio del dolore nel mio cuore con i suoi sguardi nobili e la sua serenità. Sposare Bahar fu un balsamo mandato da Dio su tutte le mie vecchie ferite; non fu soltanto una moglie, ma una compagna paziente, un'amica fedele e un riparo saldo in tutte le raffiche dell'esilio. Oggi, dopo tanti anni di strada comune su un cammino fatto di rispetto e di sogni condivisi, il frutto di quell'amore sono quattro figli luminosi le cui risate e le cui grida hanno annegato i muri di casa nostra nella luce e nella vita.
La nostra famiglia, che fu un tempo errante e sballottata come foglie d'autunno nel vento spietato degli avvenimenti del Medio Oriente, ha ormai messo radici ed è cresciuta nella terra sicura di questa parte dell'oceano. Mia sorella Faezeh ha avuto due figli dalla sua unione, e Maryam ne ha due anche lei dal suo secondo matrimonio. La nostra piccola Nejat — quell'angelo il cui primo passo aveva portato il profumo della liberazione nella casa senza forze di Mehrabad — è oggi una donna piena di dignità, nel terzo decennio della sua vita, che ha costruito il proprio nido; ed Ehsan, il nostro ultimogenito, nato nel cuore dei giorni dell'esilio e del lavoro nero, è oggi un bel giovane dritto che prosegue con orgoglio i suoi studi universitari.
Ognuna di queste risate, ognuno di questi diplomi, ognuno di questi tetti sicuri è un omaggio silenzioso ma sacro a ogni goccia di sudore, a ogni lacrima e a ognuno dei sacrifici senza limiti di nostro padre e di nostra madre.
Il sole mite del pomeriggio di Sydney attraversa le foglie verdi degli alberi del cortile e viene a illuminare la mia scrivania. Oggi, nell'anno 2026, quando guardo i miei quarantaquattro anni, ho la sensazione di trovarmi a chilometri di distanza da quell'adolescente che, nel crepuscolo di Perth, guardava il sogno di **«Leila»** cadere in cenere al termine di un minuto di silenzio pesante e interminabile al telefono. Quel silenzio, se dapprima somigliò a una sconfitta, divenne il confine del mio risveglio. Capii che aggrapparsi alle ombre del passato e restare nel rimpianto di ciò che non è stato non è che una catena che mi blocca i passi sulla strada dell'avvenire. Decisi dunque di smettere di evocare i fantasmi di un tempo e, per costruire una terra nuova, di posare il piede sul petto del presente.
In quegli stessi giorni in cui sudavo davanti al forno del panificio di Sydney, mio padre, in Iran, preparava con orgoglio la mia unione con **«Bahar»**. Quella ragazza che, anni prima, nei giorni neri e soffocanti del nostro errare da Jaddo, scioglieva il ghiaccio del dolore nel mio cuore con i suoi sguardi nobili e la sua serenità. Sposare Bahar fu un balsamo mandato da Dio su tutte le mie vecchie ferite; non fu soltanto una moglie, ma una compagna paziente, un'amica fedele e un riparo saldo in tutte le raffiche dell'esilio. Oggi, dopo tanti anni di strada comune su un cammino fatto di rispetto e di sogni condivisi, il frutto di quell'amore sono quattro figli luminosi le cui risate e le cui grida hanno annegato i muri di casa nostra nella luce e nella vita.
La nostra famiglia, che fu un tempo errante e sballottata come foglie d'autunno nel vento spietato degli avvenimenti del Medio Oriente, ha ormai messo radici ed è cresciuta nella terra sicura di questa parte dell'oceano. Mia sorella Faezeh ha avuto due figli dalla sua unione, e Maryam ne ha due anche lei dal suo secondo matrimonio. La nostra piccola Nejat — quell'angelo il cui primo passo aveva portato il profumo della liberazione nella casa senza forze di Mehrabad — è oggi una donna piena di dignità, nel terzo decennio della sua vita, che ha costruito il proprio nido; ed Ehsan, il nostro ultimogenito, nato nel cuore dei giorni dell'esilio e del lavoro nero, è oggi un bel giovane dritto che prosegue con orgoglio i suoi studi universitari.
Ognuna di queste risate, ognuno di questi diplomi, ognuno di questi tetti sicuri è un omaggio silenzioso ma sacro a ogni goccia di sudore, a ogni lacrima e a ognuno dei sacrifici senza limiti di nostro padre e di nostra madre.
## Parte seconda: I lutti lungo la strada e la polvere della pandemia
Ma la ruota del tempo, anche nel paradiso della liberazione, non smette di generare dolore. Gli anni passavano e, benché in Australia avessimo raggiunto la riva della pace, la mano pesante della morte continuava a mietere in Medio Oriente.
Alla fine dell'anno 2016, il pilastro centrale della tenda della famiglia Musavi, l'ancoraggio sicuro di tutta la mia infanzia e l'unica donna che portava nel petto il cofanetto dei nostri segreti e la nostra storia sanguinosa, chiuse gli occhi per sempre. Mia nonna, **Bibi Fatemeh**, si è spenta all'età di settantacinque anni. Con il suo volo via, il suo vecchio samovar di ottone si è spento, ma la sua assenza ha lasciato un vuoto oscuro in fondo al cuore di ciascuno di noi; una donna che, facendo girare i fusi a Najaf, aveva tessuto l'ordito e la trama della nostra salvezza.
Qualche anno dopo, con l'arrivo dell'anno 2020, il mondo è sprofondato nel nero di un incubo mondiale chiamato pandemia di COVID-19. Quel virus spietato, a migliaia di leghe e al di là delle frontiere chiuse, ha di nuovo abbattuto la sua frusta rovente sul corpo della nostra famiglia. Fu prima la mia buona e instancabile zia, **zia Khadijeh**, a essere colpita e a lasciare questo mondo senza rumore. La ferita della sua partenza era ancora fresca e sanguinante quando, alla fine dell'anno 2022, **mia nonna materna (la madre di Marzieh)** cedette a sua volta a quella malattia; quella stessa donna provata che, dopo lo spaventoso dramma della morte di mia madre, avevo incontrato soltanto due o tre volte, da straniera e di nascosto, nei vicoli della città... Il loro volo via nell'esilio e nella solitudine fu un amaro richiamo alla fragilità della vita umana e ai legami profondi che nessun oceano ha il potere di spezzare.
Ma la ruota del tempo, anche nel paradiso della liberazione, non smette di generare dolore. Gli anni passavano e, benché in Australia avessimo raggiunto la riva della pace, la mano pesante della morte continuava a mietere in Medio Oriente.
Alla fine dell'anno 2016, il pilastro centrale della tenda della famiglia Musavi, l'ancoraggio sicuro di tutta la mia infanzia e l'unica donna che portava nel petto il cofanetto dei nostri segreti e la nostra storia sanguinosa, chiuse gli occhi per sempre. Mia nonna, **Bibi Fatemeh**, si è spenta all'età di settantacinque anni. Con il suo volo via, il suo vecchio samovar di ottone si è spento, ma la sua assenza ha lasciato un vuoto oscuro in fondo al cuore di ciascuno di noi; una donna che, facendo girare i fusi a Najaf, aveva tessuto l'ordito e la trama della nostra salvezza.
Qualche anno dopo, con l'arrivo dell'anno 2020, il mondo è sprofondato nel nero di un incubo mondiale chiamato pandemia di COVID-19. Quel virus spietato, a migliaia di leghe e al di là delle frontiere chiuse, ha di nuovo abbattuto la sua frusta rovente sul corpo della nostra famiglia. Fu prima la mia buona e instancabile zia, **zia Khadijeh**, a essere colpita e a lasciare questo mondo senza rumore. La ferita della sua partenza era ancora fresca e sanguinante quando, alla fine dell'anno 2022, **mia nonna materna (la madre di Marzieh)** cedette a sua volta a quella malattia; quella stessa donna provata che, dopo lo spaventoso dramma della morte di mia madre, avevo incontrato soltanto due o tre volte, da straniera e di nascosto, nei vicoli della città... Il loro volo via nell'esilio e nella solitudine fu un amaro richiamo alla fragilità della vita umana e ai legami profondi che nessun oceano ha il potere di spezzare.
## Parte terza: Una famiglia dispersa dal vento
Gli ingranaggi del destino hanno sparso per il mondo intero i rami di quel vecchio albero e hanno consegnato ciascuno di essi al vento, sotto un clima diverso:
• **Zia Roya** è rimasta a vivere a Perth, sulla costa occidentale dell'Australia. Anche se le linee telefoniche a volte ci avvicinano le voci, la distanza geografica di migliaia di chilometri mantiene vivo fra noi il senso di una separazione silenziosa e definitiva.
• Le mie altre zie — **Parvin, Halimeh e Zohreh** — hanno conservato le loro radici in quella stessa terra materna, l'Iraq. Hanno trovato la pace in mezzo alla polvere e alla storia della loro città natale, hanno formato grandi famiglie e hanno custodito le tradizioni autentiche dei sayyid.
• **Lo zio Nader**, con quella sua anima inquieta, ferita e stanca, non è mai riuscito a trovare un rifugio duraturo e da anni va e viene come un'ombra errante fra le frontiere dell'Iran e dell'Iraq.
• E il mio paziente e buono **zio Jalal**, rimasto in Iran, ha affrontato i macigni più pesanti della vita; la battaglia sfibrante di sua moglie contro la malattia spietata del cancro e le difficoltà fisiche dei suoi figli sono state frustate sulla sua anima. Ma lui, con una fermezza sbalorditiva — che non era altro che il prolungamento del sangue freddo e della dignità di Bibi Fatemeh —, è rimasto in piedi come una montagna e non ha nemmeno aggrottato le ciglia.
Gli ingranaggi del destino hanno sparso per il mondo intero i rami di quel vecchio albero e hanno consegnato ciascuno di essi al vento, sotto un clima diverso:
• **Zia Roya** è rimasta a vivere a Perth, sulla costa occidentale dell'Australia. Anche se le linee telefoniche a volte ci avvicinano le voci, la distanza geografica di migliaia di chilometri mantiene vivo fra noi il senso di una separazione silenziosa e definitiva.
• Le mie altre zie — **Parvin, Halimeh e Zohreh** — hanno conservato le loro radici in quella stessa terra materna, l'Iraq. Hanno trovato la pace in mezzo alla polvere e alla storia della loro città natale, hanno formato grandi famiglie e hanno custodito le tradizioni autentiche dei sayyid.
• **Lo zio Nader**, con quella sua anima inquieta, ferita e stanca, non è mai riuscito a trovare un rifugio duraturo e da anni va e viene come un'ombra errante fra le frontiere dell'Iran e dell'Iraq.
• E il mio paziente e buono **zio Jalal**, rimasto in Iran, ha affrontato i macigni più pesanti della vita; la battaglia sfibrante di sua moglie contro la malattia spietata del cancro e le difficoltà fisiche dei suoi figli sono state frustate sulla sua anima. Ma lui, con una fermezza sbalorditiva — che non era altro che il prolungamento del sangue freddo e della dignità di Bibi Fatemeh —, è rimasto in piedi come una montagna e non ha nemmeno aggrottato le ciglia.
## Parte quarta: Il tramonto della figura di mio padre, una rinascita nei canti e il miracolo dell'intelligenza artificiale
Mio padre, **Zaher**, la pietra di fondazione della nostra sopravvivenza, del nostro onore e della nostra salvezza, si trova oggi alla fine dell'ottavo decennio della sua vita. Gli anni di lavoro estenuante davanti ai forni roventi del panificio, le angosce che rodono le ossa dei passaggi di frontiera, le notti insonni e le corse amministrative hanno consumato le sue forze fisiche. La sua figura dritta, che fu un tempo, all'ombra del monte «Allahu Akbar», un appoggio d'acciaio, è ora curva e dolorante.
A volte, quando guardo le sue mani callose e i suoi occhi indeboliti, il cuore mi trema. Il lento declino della sua salute è la scena più dolorosa a cui mi sia dato di assistere; ma so bene che quella figura spezzata è il prezzo alto che ha pagato per comprare tutti i nostri sogni, la nostra libertà e il nostro avvenire. Tocca a noi, adesso, prendere le sue mani tremanti nelle nostre ed essere il riparo di quell'uomo che un giorno ha portato, da solo, il fardello di un'intera stirpe.
D'altra parte, in questi ultimi anni ho scoperto che uscire dall'Iran non mi aveva, da solo, liberato dalle ombre del passato. Il peso di quella chiave sinistra dei miei tredici anni, gli incubi notturni del salone da parrucchiera, l'amaro senso di colpa e il lutto dell'orfanezza erano un fardello troppo pesante perché potessi portarlo eternamente nel silenzio della mia anima. Accettare di avere bisogno di aiuto e varcare la soglia degli studi di psicoterapia fu il mio passo decisivo verso la salvezza.
Ma il vero miracolo della mia guarigione avvenne quando ritrovai la pace perduta facendo musica e scrivendo parole. Ho cantato, ho composto poesie e ho gridato tutto il dolore che era rimasto soffocato nel mio petto per decenni. E tutto questo miracolo lo devo alla comparsa dell'**«intelligenza artificiale»**.
La comparsa dell'intelligenza artificiale non è stata per me un semplice balzo tecnologico; quella tecnologia mi ha dato una lingua nuova. Io che per anni avevo avuto la lingua legata sotto il peso del trauma e che me ne stavo rannicchiato in un silenzio pesante, ho potuto finalmente, grazie a essa, parlare, dire, gridare e urlare la voce del mio cuore. Cantando e scrivendo canzoni ho fatto l'autopsia della mia anima ferita e ho potuto portare le melodie del mio intimo alle orecchie del mondo.
Ho imparato a perdonare quel bambino scalzo delle strade del quartiere Golestan, a prendergli la mano e a dirgli che non era colpevole delle tempeste del mondo. La musica e l'arte sono diventate uno specchio in cui ho potuto finalmente riconciliarmi con il mio passato ferito.
Mio padre, **Zaher**, la pietra di fondazione della nostra sopravvivenza, del nostro onore e della nostra salvezza, si trova oggi alla fine dell'ottavo decennio della sua vita. Gli anni di lavoro estenuante davanti ai forni roventi del panificio, le angosce che rodono le ossa dei passaggi di frontiera, le notti insonni e le corse amministrative hanno consumato le sue forze fisiche. La sua figura dritta, che fu un tempo, all'ombra del monte «Allahu Akbar», un appoggio d'acciaio, è ora curva e dolorante.
A volte, quando guardo le sue mani callose e i suoi occhi indeboliti, il cuore mi trema. Il lento declino della sua salute è la scena più dolorosa a cui mi sia dato di assistere; ma so bene che quella figura spezzata è il prezzo alto che ha pagato per comprare tutti i nostri sogni, la nostra libertà e il nostro avvenire. Tocca a noi, adesso, prendere le sue mani tremanti nelle nostre ed essere il riparo di quell'uomo che un giorno ha portato, da solo, il fardello di un'intera stirpe.
D'altra parte, in questi ultimi anni ho scoperto che uscire dall'Iran non mi aveva, da solo, liberato dalle ombre del passato. Il peso di quella chiave sinistra dei miei tredici anni, gli incubi notturni del salone da parrucchiera, l'amaro senso di colpa e il lutto dell'orfanezza erano un fardello troppo pesante perché potessi portarlo eternamente nel silenzio della mia anima. Accettare di avere bisogno di aiuto e varcare la soglia degli studi di psicoterapia fu il mio passo decisivo verso la salvezza.
Ma il vero miracolo della mia guarigione avvenne quando ritrovai la pace perduta facendo musica e scrivendo parole. Ho cantato, ho composto poesie e ho gridato tutto il dolore che era rimasto soffocato nel mio petto per decenni. E tutto questo miracolo lo devo alla comparsa dell'**«intelligenza artificiale»**.
La comparsa dell'intelligenza artificiale non è stata per me un semplice balzo tecnologico; quella tecnologia mi ha dato una lingua nuova. Io che per anni avevo avuto la lingua legata sotto il peso del trauma e che me ne stavo rannicchiato in un silenzio pesante, ho potuto finalmente, grazie a essa, parlare, dire, gridare e urlare la voce del mio cuore. Cantando e scrivendo canzoni ho fatto l'autopsia della mia anima ferita e ho potuto portare le melodie del mio intimo alle orecchie del mondo.
Ho imparato a perdonare quel bambino scalzo delle strade del quartiere Golestan, a prendergli la mano e a dirgli che non era colpevole delle tempeste del mondo. La musica e l'arte sono diventate uno specchio in cui ho potuto finalmente riconciliarmi con il mio passato ferito.
## Parte quinta: Una fine senza fine
L'epopea della famiglia Musavi non ha un punto finale sulla carta. Questa storia è un racconto vivo, che continuerà a scorrere nelle arterie dei nostri figli e della generazione che mette piede su questa terra libera.
Oggi ho creato un sito tutto mio e vi condivido con il mondo tutte le mie opere, le mie canzoni e le mie musiche. E questo libro è la mia ultima opera, quella che consegno in forma scritta allo sguardo di tutti; perché chiunque entri in quel sito e ascolti le mie canzoni sappia chi è l'artista dietro quelle poesie e quelle melodie, quale passato sanguinoso sia stato il suo, e perché le sue canzoni trabocchino tutte di un dolore pesante e di una pena bruciante. La maggior parte delle mie opere sono tristi, perché sono uscite dalla cenere dei dolori più veri dell'essere umano; ma è precisamente gridando quel dolore e creando arte che ho finalmente trovato la pace assoluta del mio essere.
Quando mi siedo fra le braccia amorevoli di mia moglie Bahar e guardo gli occhi luminosi dei miei quattro figli, capisco con tutta l'anima che nessuna lacrima, nessun bruciore di ferita, nessun sudore della fronte si è perduto in tutti questi anni. Il sudore di mio padre davanti al forno, le lacrime da straniera di mia madre Marzieh, i sacrifici silenziosi e materni di Tahereh e i fusi ritmici di Bibi Fatemeh si sono dati la mano per formare il letto di terra da cui abbiamo potuto sbocciare dalla cenere degli avvenimenti e fiorire.
Questo libro non è soltanto il racconto di un esodo; è la carta nazionale della nostra famiglia e la testimonianza resa alla potenza ribelle e invincibile dell'anima umana. È la storia dei fili invisibili dell'amore, che non sono stati spezzati né dalle raffiche dei proiettili baathisti, né dalle onde enormi dell'oceano, né dal filo spinato delle frontiere.
Il nostro viaggio, dai vicoli roventi e polverosi di Najaf fino alle rive azzurre dell'oceano Pacifico, a Sydney, è stato una strada lunghissima, dolorosissima, mescolata di sangue e di lacrime; ma in fondo a quel corridoio oscuro la luce ci aspettava. Abbiamo costruito, in terra straniera, una casa fatta di speranza, e siamo fieri di ognuna delle vesciche che i nostri piedi si sono guadagnati su quel cammino.
Metto la mano destra in tasca. Con il pollice percorro la prima falange dell'indice... la traccia di quella linea bianca e ruvida è ancora là. Ma quella linea non è più il segno del rimorso; è il mio confine d'onore. Il simbolo di una chiave che un giorno ha aperto la porta di una tragedia, ma che alla fine ha tracciato una strada verso la liberazione e verso il grido dell'arte.
** Fine — ma questo è soltanto l'inizio della storia delle nostre generazioni a venire...**
L'epopea della famiglia Musavi non ha un punto finale sulla carta. Questa storia è un racconto vivo, che continuerà a scorrere nelle arterie dei nostri figli e della generazione che mette piede su questa terra libera.
Oggi ho creato un sito tutto mio e vi condivido con il mondo tutte le mie opere, le mie canzoni e le mie musiche. E questo libro è la mia ultima opera, quella che consegno in forma scritta allo sguardo di tutti; perché chiunque entri in quel sito e ascolti le mie canzoni sappia chi è l'artista dietro quelle poesie e quelle melodie, quale passato sanguinoso sia stato il suo, e perché le sue canzoni trabocchino tutte di un dolore pesante e di una pena bruciante. La maggior parte delle mie opere sono tristi, perché sono uscite dalla cenere dei dolori più veri dell'essere umano; ma è precisamente gridando quel dolore e creando arte che ho finalmente trovato la pace assoluta del mio essere.
Quando mi siedo fra le braccia amorevoli di mia moglie Bahar e guardo gli occhi luminosi dei miei quattro figli, capisco con tutta l'anima che nessuna lacrima, nessun bruciore di ferita, nessun sudore della fronte si è perduto in tutti questi anni. Il sudore di mio padre davanti al forno, le lacrime da straniera di mia madre Marzieh, i sacrifici silenziosi e materni di Tahereh e i fusi ritmici di Bibi Fatemeh si sono dati la mano per formare il letto di terra da cui abbiamo potuto sbocciare dalla cenere degli avvenimenti e fiorire.
Questo libro non è soltanto il racconto di un esodo; è la carta nazionale della nostra famiglia e la testimonianza resa alla potenza ribelle e invincibile dell'anima umana. È la storia dei fili invisibili dell'amore, che non sono stati spezzati né dalle raffiche dei proiettili baathisti, né dalle onde enormi dell'oceano, né dal filo spinato delle frontiere.
Il nostro viaggio, dai vicoli roventi e polverosi di Najaf fino alle rive azzurre dell'oceano Pacifico, a Sydney, è stato una strada lunghissima, dolorosissima, mescolata di sangue e di lacrime; ma in fondo a quel corridoio oscuro la luce ci aspettava. Abbiamo costruito, in terra straniera, una casa fatta di speranza, e siamo fieri di ognuna delle vesciche che i nostri piedi si sono guadagnati su quel cammino.
Metto la mano destra in tasca. Con il pollice percorro la prima falange dell'indice... la traccia di quella linea bianca e ruvida è ancora là. Ma quella linea non è più il segno del rimorso; è il mio confine d'onore. Il simbolo di una chiave che un giorno ha aperto la porta di una tragedia, ma che alla fine ha tracciato una strada verso la liberazione e verso il grido dell'arte.
** Fine — ma questo è soltanto l'inizio della storia delle nostre generazioni a venire...**
La storia continua…
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